Il concetto di monoteismo nell’antichità monoteismo e politeismo alla luce dell’antropologia e dell’archeologia libera traduzione e adattamento degli scritti del
Dr. Clifford Wilson, M.A., B.D., M.R.Ed., Ph.D. (già direttore dell’Australian Institute of Archaeology e
Presidente fondatore del Pacific College Of Graduate Studies)
Testi sacri e antiche religioni
1. Nel libro della Genesi Dio è chiamato con due nomi: “Elohim” e “Yahweh”. “Elohim” è il plurale di “El” (l’equivalente italiano di “Dio”). Questo plurale ebraico indica, di fatto, “più di due”. Letteralmente si traduce “Dii”, eppure nella Bibbia è sempre accompagnato dal verbo al singolare. Già in Genesi 1:1 si legge che nel principio “Elohim (i Dii) creò i cieli e la terra” (Gen. 1:1) e non “crearono” i cieli e la terra. Questo nome viene usato per sottintendere fin dal principio la Trinità (Padre, Figlio, Spirito Santo, tre Persone ma al tempo stesso un unico Dio).
Il nome “Yahweh” proviene da un verbo ebraico che vuol dire “essere”, dunque denota esistenza: Dio è “l’Io sono”, “l’Eterno”. Questo è il nome con cui si fece conoscere agli uomini (Es. 3:14). Quando i due nomi compaiono insieme (Yahweh Elohim), si traduce “l’Eterno Dio”.
2. Gli “dèi” dei popoli antichi erano conosciuti con molti nomi, dunque la base dell’Ipotesi Documentaria (JEDP), analizzata in questa serie, è priva di fondamento.
Allo stesso modo, l’ipotesi che vi fossero diverse versioni della narrativa dell’Antico Testamento, unificate solo al tempo di Salomone, è stato dimostrata fallace dai continui ritrovamenti archeologici.
3. Il monoteismo era conosciuto già in tempi antichissimi. Il Libro egiziano dei Morti dimostra che il popolo d’Egitto originariamente credeva in un unico grande Dio e non in molti. Col passare del tempo gli attributi del vero Dio cominciarono ad essere attribuiti a nuove divinità, e in tal modo si sviluppò il politeismo.
4. Questo punto è stato ben documentato, specialmente dal famoso egittologo Sir Wallis Budge nel suo libro “Il Libro dei Morti”. Ecco alcune affermazioni tratte dal libro, selezionate dal Papiro di Ani; si tratta di una lode al:
“Signore dei cieli… Signore della verità… Creatore degli uomini e degli animali… Sovrano del mondo, il potente valoroso… Colui che ha steso i cieli e ha fondato la terra… Signore dell’eternità… Creatore della luce… Egli ascolta la preghiera dell’oppresso, è misericordioso verso chi Lo invoca, libera il misero dall’oppressore… Egli è il Signore della conoscenza, e la Saggezza procede dalla sua bocca. Egli crea l’erba verde di cui vivono gli armenti. Egli crea i pesci affinché abitino i fiumi, e i volatili piumati nel cielo… Gloria a Te, o Creatore di tutte queste cose, Tu che sei L’UNICO.” (pp. 108-110)
5. Wallis Budge spiega:
“In seguito alla lettura di questi estratti è impossibile non concludere che le idee degli antichi egizi su Dio erano di carattere molto elevato, ed è chiaro che essi avevano presente una distinzione ben netta tra Dio e gli “dèi”… Qui abbiamo un Unico Dio che non era stato creato, sussisteva da solo ed era onnipotente, e che aveva creato l’universo.” (pp. 113,114)
6. Budge vede il monoteismo come il credo originale del popolo egizio, che poi corrompendosi si trasformò in politeismo. Egli spiega in modo convincente che i vari attributi dell’unico Dio furono trasferiti nel tempo a delle divinità minori che il popolo si creò: “La religione egiziana non perse mai interamente l’elemento monoteistico da cui era partita” (p. 115).
7. Budge suggerisce una somiglianza al monoteismo degli Ebrei (p. 115). Un crudo politeismo si sviluppò nella storia egiziana, portando un incremento del numero delle divinità. Questa è una conferma indiretta del fatto che si partì dal monoteismo, e non da “molti dèi”.
8. Altri studiosi hanno sostenuto le tesi di Budge. Qualche esempio si trova anche nel suo libro:
“In seguito ai loro studi sui testi egiziani, molti egittologi del passato – come Champollion-Figeac, de Rouge, Pierret e Brugsch – giunsero alla conclusione che gli abitanti della Valle del Nilo, fin dai tempi antichi, credevano nell’esistenza di un unico Dio, senza nome, incomprensibile ed eterno.” (p. 105)
9. Il famoso egittologo Sir Flinders Petrie sosteneva queste conclusioni. In “La Religione dell’Antico Egitto” (ed. Constable) scriveva:
“Nelle religioni e teologie antiche vi sono diverse classi di dèi. Alcuni, come i moderni Indù, si compiacciono di una profusione di dèi e dèe che aumentano continuamente. Altri… non cercano di servire grandi dèi, ma si rivolgono a un esercito di spiriti animistici, demoni, o comunque li si voglia chiamare… Ma tutta la nostra conoscenza sulle posizioni originarie e sulla natura dei grandi dèi dimostra che essi si trovavano in una posizione completamente diversa da quella di questa moltitudine di spiriti.
Se il concetto di un solo dio fosse solo un’evoluzione dall’adorazione di questa moltitudine di spiriti, dovremmo poter costatare che l’adorazione di molti dèi precede l’adorazione di un unico dio… Ciò che in realtà troviamo è che il monoteismo è la prima posizione teologica di cui si abbia notizia…
Ovunque riusciamo a far risalire il politeismo alle sue fasi iniziali, scopriamo che esso è risultato da combinazioni di monoteismo. In Egitto anche Osiride, Iside e Oro, così noti come triade, si trovano inizialmente come unità separate in luoghi separati: Iside è una dèa vergine, e Oro è un dio solo.
Ogni città sembra aver avuto un solo dio, al quale col tempo furono aggiunti altri. Allo stesso modo, le città babilonesi avevano ciascuna il loro dio supremo; la combinazione di questi e la loro alterazione in modo da coesistere in gruppi quando le case furono unite politicamente, dimostra che in principio ciascuno aveva una singola divinità” (monoteismo).
Anche gli altri popoli erano monoteisti
10. Anche altri popoli erano originariamente monoteisti; conoscevano un solo vero Dio. Il Dr. Arthur C. Custance scrisse una serie di documenti (The Doorway Papers); in uno di essi (n. 34) egli dimostra che questa era la situazione di molti popoli, contrariamente all’opinione di diversi studiosi.
Questi studiosi partivano automaticamente dall’idea di un politeismo iniziale in quanto credevano che l’uomo si fosse evoluto in aree come lo sviluppo fisico, le relazioni sociali, le capacità intellettive, e la comprensione spirituale. Quest’idea proveniva dalle teorie evoluzionistiche (che immaginano il primo uomo come un essere ignorante e scimmiesco che attribuiva carattere divino a tutto ciò che lo colpiva, e che pian piano si evolse, e con lui il suo politeismo si trasformò in monoteismo).
La verità è che l’uomo è il coronamento della creazione di Dio, originariamente perfetta (prima della caduta dell’uomo); l’uomo aveva inizialmente la chiara consapevolezza di un Dio che era in realtà suo Amico. Non vi è stata alcuna evoluzione della religione – al contrario, v’è stata una degenerazione della stessa, in cui l’uomo si è allontanato dalla relazione che aveva con Dio.
11. Il Dr. Custance fa il punto dell’esame della storia delle civiltà antiche da parte dei primi studiosi:
“…si trovarono davanti a un numero incredibile di dèi e dèe e di altre potenze spirituali minori che sembravano essere continuamente in guerra l’una con l’altra ed erano per la maggior parte estremamente distruttive.”
Nello stesso contesto aggiunge:
“Mentre tavolette sempre più antiche venivano rinvenute e riportate alla luce, e le capacità di decifrarle aumentava, l’idea iniziale di un diffuso politeismo cominciò a sgretolarsi e ad essere rimpiazzata da qualcosa di più simile a una gerarchia di esseri spirituali organizzati in una sorta di corte con un unico Essere Supremo che le governava.” (p. 3)
Il monoteismo ha preceduto il politeismo
12. Il Dr. Custance cita anche altri studiosi; ad esempio, cita Stephen Langdon di Oxford il quale scrisse (in Semitic Mythology, Vol. V, serie Amer., p.xviii):
“Può risultarmi difficile far accettare la conclusione che tanto nella religione dei Sumeri quanto in quella dei Semiti, il monoteismo ha preceduto il politeismo…”
13. Langdon sapeva bene che le sue conclusioni sarebbero state rigettate dall’estabilishment ateo. Egli continuò:
“La dimostrazione e i motivi per questa conclusione, così contraria alle idee attualmente accettate, sono state rese meticolosamente e con la percezione di un criticismo avverso. Si tratta, io credo, della conclusione della conoscenza e non di un audace preconcetto.”
14. Langdon era convinto che il monoteismo aveva preceduto il politeismo. Egli precisò questo punto molto chiaramente:
“E’ mia opinione che la storia delle più antiche civilizzazioni umane sia un rapido declino dal monoteismo a un politeismo estremo e al culto diffuso di spiriti demoniaci. E’ in un senso molto reale la storia della caduta dell’uomo.”
15. Langdon continuò a sostenere quest’idea, e lo presentò nuovamente, cinque anni dopo (in The Scotsman) scrivendo:
“La storia della religione Sumera, che costituiva la più potente influenza culturale nel mondo antico, poteva essere tracciata mediante iscrizioni fotografiche fin quasi ai primissimi concetti religiosi dell’uomo. Le prove puntano inequivocabilmente a un monoteismo originario; le iscrizioni e i resti letterari delle più antiche popolazioni Semite indicano anche un monoteismo primitivo, e dunque l’origine totemica delle varie religioni Semitiche e di quella Ebraica è ora interamente screditata.”
Il culto di un solo Dio
16. Non tutti gli studiosi hanno accettato queste conclusioni, poiché si oppongono alle idee dell’estabilishment sull’evoluzione della religione. Comunque, rispondendo alle argomentazioni contrarie, il Dr. Custance ha dimostrato che nuovi scavi a Tell Asmar (Eshnunna), qualche miglio a sud della moderna Bagdad, hanno confermato le conclusioni di Langdon.
17. Il Dr. Custance cita anche altri studiosi. Uno è il Dr. Henry Frankfort, sul suo terzo referto preliminare sugli scavi:
“Oltre ai risultati più tangibili, i nostri scavi hanno dimostrato un fatto nuovo, di cui gli studenti delle religioni babilonesi dovranno da ora in poi tenere conto. Abbiamo ottenuto, per la prima volta per quanto ne sappiamo, materiale religioso completo nella sua installazione sociale.
Possediamo una quantità coerente di prove, drivate in quantità quasi uguali da un tempio e dalle case abitate da quelli che adoravano in quel tempio. Siamo così in grado di trarre conclusioni, che non sarebbe stato possibile trarre studiando i ritrovamenti da soli.
Ad esempio, abbiamo scoperto che le rappresentazioni sui sigilli dei cilindri, che sono solitamente collegati a vari dèi, possono invece essere tutti fatti rientrare in un quadro coerente in cui un singolo dio è adorato in questo tempio e forma la figura centrale. Sembra, pertanto, che a questo punto i suoi vari attributi non venivano considerati come divinità separate nel panteon Sumero-Accadiano.”
18. Queste conclusioni circa un antico monoteismo sono vere anche per altre culture. Il Dr. Custance cita da Max Muller, uno studioso tedesco che era “tra le autorità più conosciute di quest’area”. In Lectures on the Science of Language, Muller scriveva:
“La mitologia, che era la rovina del mondo antico, è in realtà una malattia del linguaggio. Un mito è una parola, ma una parola che, dall’essere un nome o un attributo, è passata a ricevere un’esistenza sostanziale. La maggior parte degli dèi pagani dei greci, dei romani, degli indù e di altri popoli, non sono altro che nomi poetici, cui gradualmente fu permesso di assumere una personalità divina mai contemplata dai loro ideatori originari.”
19. “Eos era il nome dell’alba prima che ‘diventasse’ una dea, la moglie di Tithonos, il declinare del giorno. Fatum, o Fato, indicava originariamente quello che era stato detto dalla divinità; significava che ciò che era stato detto da Giove non poteva essere cambiato – neanche da Giove stesso. In seguito, il Fato divenne una potenza autonoma, persino più grande di Giove stesso.”
20. “Zeus originariamente era il cielo luminoso, in sanscrito “Dyaus”. Molte storie parlavano di lui come del dio supremo, e avevano un significato solo nell’indicare il cielo luminoso, il Danae antico, conservato da suo padre nella prigione buia dell’inverno.”
21. “Nessuno dubita che Luna era semplicemente il nome della luna; allo stesso modo del nome Lucina, anch’esso derivato da lucere, cioè brillare. Anche Ecate era un antico nome per la luna, il femminile di Ekatos e di Ekatebolos, il sole lontano; e Pirra, l’Eva dei Greci, non era altro che un nome per la terra rossa, e in particolare Tessalia.
La malattia mitologica, sebbene meno virulenta nelle lingue moderne, non è affatto estinta.”
22. Il Dr. Custance afferma (p. 10): “Per quanto poco Muller abbia condiviso la visione Cristiana della storia spirituale dell’umanità, egli ha però ammesso liberamente:
“Vi è un monoteismo che precede il politeismo dei Veda; e anche nell’invocazione degli innumerevoli dèi, il ricordo di un Dio, uno e infinito, appare dietro alla nebbia della fraseologia idolatra come il cielo blu che è nascosto dalle nuvole che passano.” (Citato da: Storia della Letteratura Sanscrita)”
Moderne tribù “primitive” così come i popoli antichi conoscono un solo Dio
23. Il Dr. Custance ha discusso del concetto di monoteismo in altre antiche culture. Lo spazio e il tempo ci impediscono di elaborarle tutte qui in dettaglio, ma egli lo ha fatto riguardo alla Cina, la Grecia, Roma, e il Medio Oriente (pp. 10-14).
24. Egli dichiara:
“Le prove dimostrano che l’uomo ha cominciato dalla vera Luce e oggi la sua comprensione è sempre più ottenebrata. La prova di ciò tra le popolazioni primitive si trova in ogni angolo del mondo dove popolazioni simili esistono ancora o sono esistite in tempi recenti. E paradossalmente scopriamo che spesso, più primitivi sono, più semplice e più pura è la loro fede.”
Il Dr. Custance elabora queste argomentazioni con abbondanti prove, che toccano un ampio gruppo di popolazioni.
I gruppi più antichi avevano una maggiore conoscenza di un’unico Dio
25. Le cosiddette popolazioni primitive avevano quest’idea di un solo grande Dio. Sempre il Dr. Custance afferma:
“Senza dubbio la ricerca più interessante sul monoteismo dei popoli primitivi è quella di Wilhelm Schmidt. Sebbene l’opera consistesse originariamente di molti volumi in tedesco, nel 1930 fu pubblicata una traduzione in inglese condensata in un singolo volume.” (Citato da: “The Origin and Growth of Religion: Facts and Theories”, xvi, p. 302)
26. “Schmidt prima analizza la storia del pensiero sull’origine della religione e il suo sviluppo durante l’ultimo secolo. Egli indica brevemente che Herbert Spencer fu il primo a dare una interpretazione evoluzionistica della “religione”, notando che in questo anticipò di sette anni Darwin, come dimostrato dal suo articolo, The Development Hypothesis, apparso in The Leader del 20 Marzo 1852.”
27. “Sulla base delle prove attuali è ora chiaro che Spencer era completamente in errore. Spencer sosteneva che i popoli primitivi avevano cominciato ad adorare i loro antenati e che, mentre le civilizzazioni si sviluppavano, questi antenati si raggrupparono ‘naturalmente’ in gerarchie, le gerarchie divennero ranghi, e i ranghi più elevati furono considerati divinità.”
28. E’ dunque evidente che molti studiosi moderni sono in errore circa le loro idee sul monoteismo. E’ venuto prima il monoteismo, non il politeismo. Il Dr. Custance sottolinea:
“Ciò che Schmidt prova conclusivamente è che se le culture primitive vengono raggruppate sulla base del loro livello culturale e questi gruppi vengono sistemati in ordine ascendente, si trova che i gruppi più in basso hanno il concetto più puro di Dio… dai meri cacciatori ai pastori nomadi, ai coltivatori… si scopre fin dall’inizio una fede in un Essere Supremo che non ha né moglie né famiglia.”
29. “Sotto di Lui e creati da Lui c’è la prima coppia da cui discende la tribù. Secondo Schmidt troviamo questa forma di credenza tra i Pigmei dell’Africa Centrale, gli Australiani del sud-est, gli abitanti del centro-nord della California, i primitivi Algonkins, ed entro certi limiti anche i Koryaka e gli Aimu.”
30. “La falsità delle teorie di Spencer è qui dimostrata dal fatto che il culto degli antenati è sviluppato molto debolmente nelle più antiche culture, mentre una religione monoteistica vi si trova già in modo chiaro e inequivocabile…
Purtroppo per la teoria di Spencer, va inoltre considerato che il più alto sviluppo del culto degli antenati non si è avuto fino ai tempi più recenti…” (Schmidt, op.cit., p. 71)
31. In quanto all’animismo, si suppone che esso si sia sviluppato dall’idea che l’uomo ha un’anima, e che perciò tutte le cose viventi (incluse le piante) avrebbero un’anima o almeno una “realtà interiore”. Così, teoricamente, l’uomo si sarebbe mosso lungo un percorso evoluzionistico dal credere che l’intero mondo degli spiriti era personale – arrivando all’animismo e al poli-demonismo (e al timore di demoni che andavano placati).
Le prove oggi disponibili dai reperti storici che sono stati rinvenuti, non supporta quest’ipotesi così palesemente contraria al resoconto Biblico di un unico grande Dio che creò l’uomo a Sua immagine.
32. Nonostante i molti punti di vista contrari, le prove storiche e di altro tipo rigettano l’animismo come la religione “originaria”, e indicano che il popolo Giudeo e altri oltre ai Cristiani hanno conosciuto l’unico e vero Dio.
33. Questa posizione è confermata anche dagli studi di uno scrittore moderno, Don Richardson. Nel suo libro “Eternity In Their Hearts” (ed. Regal Books, 1981), egli sfida la conclusione di studiosi come Huxley, Spencer, Tylor e altri:
“Costoro avevano appassionatamente ridimensionato ogni pretesa sulle origini soprannaturali della religione. La religione, affermavano essi, si è evoluta mentalmente proprio come le forme biologiche si sono evolute fisicamente.
Ma intanto, nel deserto Kalahari, nella foresta Ituri, e in mille altri luoghi, alcuni giovani antropologi stavano arrivando a interrogativi più profondi. Cominciarono a chiedere agli animisti: ‘Cosa ne pensate, chi ha fatto il mondo?’, ed erano sconvolti dal sentirsi rispondere, spesso con un sorriso felice, il nome di un unico Essere supremo che viveva in cielo.
‘E’ buono o cattivo?’, era la consueta seconda domanda. “Buono, ovviamente”, era immancabilmente la risposta.
“Mostratemi l’idolo che usate per rappresentarlo”, chiedevano i ricercatori. Al che essi rispondevano: “Quale idolo? Non sapete che Lui non deve mai essere rappresentato con un idolo?”.”
34. Questo naturalmente contrasta con le idee che molti studiosi moderni si sono fatti. Ma, come Richardson dice:
“Cominciarono a scoprire quello che migliaia di missionari avevano già scoperto per un centinaio di anni – che circa il 90% delle religioni popolari sono permeate da presupposizioni monoteistiche.
Essi sapevano, naturalmente, che Huxley, Tylor e gli altri ne sarebbero stati delusi, per non dire imbarazzati. Alcuni ricercatori possono aver archiviato questo aspetto della loro ricerca per evitare di mettere in imbarazzo i loro “gran sacerdoti” della scienza. E in ogni caso, queste rivelazioni successive non trovarono posto nei primi libri di testo. Risultato: l’antropologia e il pubblico svilupparono un “punto cieco” collettivo! Andrew Lang rimase da solo a protestare contro la soppressione di questi dati contraddittori.”
35. “Finalmente, nel 1920 il Dr. Wilhelm Schmidt, un austriaco, decise di compilare un elenco di “nomi dell’Onnipotente” che i ricercatori avevano scoperto in giro per il mondo.
Schmidt si accorse con stupore che furono necessari 6 volumi per un totale di 4500 pagine per riportarli tutti! E da allora ne sono venuti alla luce ancora un altro migliaio.
Probabilmente più del 90% delle religioni popolari del nostro pianeta contengono un chiaro riconoscimento dell’esistenza di un Dio Supremo! Il classico “Der Ursprung der Gottesidee” (Le origini del concetto di Dio) di Schmidt fu infine pubblicato nel 1934.”
36. “In esso egli rende omaggio a Andrew Lang prima di lui per aver – secondo le parole dell’antropologo Gordon Fraser - ‘fatto conoscere al pubblico i fatti, in un tempo in cui era quasi un suicidio intellettuale osare opporsi alla dottrina dell’evoluzione e ai suoi gran sacerdoti’. Fraser stesso, oggi 82enne, ha passato gran parte della sua vita espandendo la ricerca di Lang e Schmidt. La trattazione completa di G. Foucart sul soggetto nell’Encyclopedia of Religion and Ethics conferma la conclusione di questi tre uomini:
“La natura, il ruolo, e le caratteristiche di questo ‘dio del cielo’ universale può essere nascosta sotto le forme più diverse, ma egli è sempre riconoscibile in modo più o meno chiaro dagli storici delle religioni e sempre identico nella sua definizione essenziale… Il ‘dio del cielo’ ha regnato ovunque. Il suo regno copre ancora l’intero mondo civilizzato. Nessun motivo storico o proto-storico può essere assegnato come causa, né possono la migrazione delle razze o la diffusione dei miti e del folclore offrire la pur minima giustificazione dei fatti. L’universalità del ‘dio del cielo’ e l’uniformità delle sue caratteristiche essenziali sono la conseguenza logica dell’uniformità del sistema primitivo della cosmogonia.”
37. Il Re Salomone lo disse in modo molto più conciso: “Dio ha perfino messo nei cuori degli uomini il pensiero dell’eternità”! (Ecclesiaste 3:11)
38. Richardson elabora i dati di tribù dopo tribù, dimostrando che c’erano inni la cui teologia era chiaramente coerente con la fede in un unico vero Dio. Eccone una selezione, dal popolo Karen di Burma:
“Y’wa è eterno, la sua vita è lunga.
Un eone – egli non muore!
Due eoni – egli non muore!
Egli è perfetto nei suoi attributi meritori.
Gli eoni passano – ma egli non muore!”
39. Queste persone si riferivano a Lui chiaramente come al Creatore. Un altro inno lo esaltava come tale:
“Chi ha creato il mondo al principio?
Y’wa ha creato il mondo al principio?
Y’wa ha stabilito ogni cosa.
Y’wa è imperscrutabile!”
40. Un altro inno ringrazia il Dio unico per la sua onnipotenza e onniscienza, pur riconoscendo una mancanza di relazione con Lui:
“L’onnipotente è Y’wa; in Lui non abbiamo creduto.
Y’wa creò l’uomo nei tempi antichi;
Egli ha una conoscenza perfetta di tutte le cose!
Y’wa creò l’uomo nei tempi antichi;
Egli sa tutte le cose del tempo presente!
O figli miei e nipoti!
La terra è il luogo dove Y’wa cammina.
E il cielo è il luogo dove Lui siede.
Egli vede tutte le cose, e noi siamo manifesti a Lui.”
41. Sembra quasi che queste persone conoscessero la narrazione della Bibbia sulla creazione. Richardson afferma:
“La storia della caduta dell’uomo e del suo allontanamento da Dio secondo i Karen contiene paralleli incredibili con il capitolo 1 del libro della Genesi:
Y’wa formò il mondo in principio.
Egli stabilì da mangiare e da bere.
Egli stabilì il “frutto della prova”.
Egli diede ordine dettagliato.
Mu-kaw-lee ingannò due persone.
Lui gli fece mangiare il frutto dell’albero della prova.
Loro non ubbidirono; loro non credettero a Y’wa …
Quando mangiarono il frutto della prova,
Essi divennero soggetti alla malattia, all’invecchiamento, e alla morte …”
Le persone appartenenti al popolo Karen avevano “testardamente seguito la loro religione popolare nonostante gli incessanti tentativi dei birmani di farli diventare Buddisti”… ed essi aspettavano l’arrivo di un fratello bianco da tempi immemorabili, uno che gli avrebbe portato un Libro il cui autore era Y’wa il Dio supremo.
42. Richardson ha riportato molte altre notizie. I suoi scritti dovrebbero essere considerati in ogni seminario teologico e in ogni college biblico! Egli ha anche dimostrato come il termine greco Deos (Dio) ha attraversato alterazioni di pronuncia e alterazioni geografiche, diventando Deos in un’area, Deus in un’altra, e Theos in una terza area. Bastò un ulteriore passo per arrivare a Zeus, un “grande dio” della mitologia greca. I significati gradualmente cambiarono, ma il concetto originario può essere prontamente tracciato alla stessa fonte.
43. Richardson cita diverse famose autorità secolari per evidenziare come queste scoperte hanno “turbato gli evoluzionisti più di qualunque altro fenomeno culturale”. Essi non capiscono perché “dei bigotti ignoranti eppur dotati di spirito pratico, possano insistere così fermamente che esiste un Dio vero che è il Creatore dell’umanità”.
44. La teoria evoluzionistica si aggrappa all’idea che al concetto di un solo Essere Supremo si sia arrivati solo dopo essere passati, nel tempo, dalle credenze in dèi inferiori, feticci, e politeismo. Ora essi scoprono che le cosiddette tribù “primitive” hanno idee avanzate circa l’unico vero Dio – e dunque sul monoteismo!
Ciò è stato imbarazzante per gli atei, che rigettano il concetto di un unico vero Dio:
“Gli evoluzionisti, spiega Andrew Lang, sentivano che l’uomo non avrebbe mai postulato una gerarchia di dei, ad esempio, fino a quando ciò non gli fosse stato suggerito da un’analogia terrena – il sorgere di un’aristocrazia nella società umana! Neppure, essi dicevano, l’uomo avrebbe potuto “sognarsi” un Dio supremo, prima dell’evoluzione di un concetto chiamato monarchia nel governo umano! Dato che aristocrazie e monarchie non si trovano nelle cosiddette società “primitive”, la teoria degli evoluzionisti ne usciva ridicolizzata, se le culture più semplici ovunque nel mondo si dimostravano piene di concetti altamente sviluppati di un Dio Supremo. E questo è esattamente ciò che queste culture “più semplici” hanno fatto, a migliaia!”
45. Un’ultima citazione da Richardson:
“Ancora oggi, se chiedete agli antropologi secolari di commentare le origini e il significato delle presupposizioni monoteistiche nelle migliaia di religioni popolari, la loro risposta solitamente sarà: “Non sappiamo come il concetto abbia avuto origine né quale significato possa avere”.
interessante! Ogni qualvolta le cosiddette menti “scientifiche” pensano di avere le prove per negare l’esistenza di Dio, non aspettano di trovare prove solide ma corrono subito a strombazzare – come fece Huxley – le implicazioni anti-religiose di quelle prove davanti al pubblico. Ma non appena una di quelle menti “scientifiche” si trovano davanti a qualcosa che dimostra l’esistenza di Dio, si applicano immediatamente a cercare una minima incoerenza nel discorso e la usano per giustificare il loro rigetto in blocco di tutte le prove.”
Grazie a Dio per il racconto ispirato della creazione – nel Libro di Dio, la Bibbia!
Qual è il messaggio del Vangelo di Cristo?
In ogni uomo vi è l’inquietante sensazione di una mancanza: egli cerca continuamente qualche cosa di importante, che “dovrebbe possedere”, ma che non riesce mai a raggiungere. Spesso gli accade di osservare qualcuno che sembra aver ottenuto una posizione sociale invidiabile, o individui che hanno scalato “le vette del successo”, ed in questi momenti egli pensa di essere il solo ad avvertire quel “senso di vuoto” che talvolta si materializza in tormento ed angoscia. Si illude quindi che conquistando quelle mete il problema trovi una soluzione immediata. Ma ahimè! Una volta “arrivato”, magari dopo estenuanti sacrifici, rimane deluso e si rende conto che deve esserci qualcosa di più… qualcosa di inspiegabilmente superiore… e si ricomincia daccapo.
Questa condizione è comune a tutti gli uomini: ognuno vorrebbe un mondo migliore, più tranquillità e più pace. Possiamo affermare infatti che in tutte le epoche è stato così. Il consorzio umano, pur avendo raggiunto un notevole grado di sofisticazione, piena libertà politica, un tenore di vita alto, un avanzato livello tecnologico, continua ad avvertire un incolmabile vuoto interiore, al quale si addiziona la “preoccupazione” di un futuro dai contorni foschi e burrascosi. La società attuale sembra guidata da una morale edonistica, la vita è ridotta in termini puramente materiali, e il suo unico scopo diviene la ricerca smodata del piacere. Tutto questo non fa che acuire e portare ad esasperazione l’insoddisfazione dell’uomo. E così la filosofia che prevale nel mondo è: “mangiamo e beviamo perché domani… chi sa?” Divertirsi, svagarsi, coltivare degli hobby, non basta più. Oggi si cercano emozioni forti, realtà eccitanti, cose nuove… che spezzino la noia e la monotonia. Ma il vuoto resta, anzi si esaspera, e la ricerca non finisce mai!
Un saggio affermava che il cuore dell’uomo è stato creato con una forma particolare: quella di Dio, e quindi solo Dio può riempire il vuoto del cuore. Peccato, tristezza e morte rappresentano il passato, il presente e il futuro dell’uomo. Ma è tutta qui la vita?
Tu non sai da dove vieni, perché vivi, dove stai andando. Dare una risposta a queste domande significherebbe aver trovato la chiave per cambiare tutta la tua vita. Ma chi ti darà la risposta?
La Parola di Dio, la Bibbia, è l’unica chiave che penetra nel significato della vita, e mostra all’uomo come risolvere i suoi problemi esistenziali, etici, morali e spirituali. Soprattutto indica la soluzione al vero problema dell’uomo: il peccato. Alcuni credono che la Bibbia sia un libro storico, altri un libro di morale, altri ancora un libro sorpassato e noioso; noi vogliamo dirti che questo libro contiene il piano meraviglioso di Dio per la salvezza dell’uomo.
Il tema di questo libro meraviglioso è GESÙ CRISTO: Egli appare fin dal primo verso della Genesi e viene rivelato attraverso le pagine dell’Antico Testamento come il Messia che deve venire, presentato nei Vangeli come il Salvatore che è venuto a cercare e salvare i peccatori, nelle epistole del Nuovo Testamento come il Figliuolo di Dio coronato di gloria alla destra del Padre, nell’Apocalisse come colui che torna per regnare e giudicare i popoli. Vuoi conoscere Dio? Sapere chi è? Dov’è? Cosa fa? Leggi la Parola di Dio e credi in essa.
Alcuni dicono: Dio? Se Egli esiste davvero perché tanta violenza, guerre, odio, sofferenze, dolore, morte? Nazioni contro altre nazioni, razzismo, epidemie, corruzione, famiglie divise, figli abbandonati, egoismo? Perché non fa qualcosa? Perché non ferma tutto ciò?
Sono domande vecchie quanto il mondo, ma anche abbastanza superficiali e puerili.
È Dio il colpevole? Colui che ha fatto la terra, che ha dato all’uomo la vita, l’intelligenza, la capacità di scegliere e di volere; che cioè lo ha creato a Sua immagine e somiglianza dandogli dominio su tutto il creato, potrebbe desiderare il male o rimanere indifferente di fronte ai drammi dell’umanità? No, Dio non può essere accusato se non dalla follia e dalla stoltezza! È l’uomo che potendo scegliere tra il bene e il male ha scelto il male. Ha scelto il PECCATO, cioè la ribellione contro Dio, per seguire le menzogne di satana. Allora tu domanderai: Ma è giusto che noi scontiamo gli errori dei nostri progenitori? Se loro hanno sbagliato, perché dobbiamo pagare anche noi? Il problema è che noi non siamo stati capaci di fare meglio. Adamo, Eva furono colpevoli, ma noi lo siamo quanto loro perché abbiamo continuato a peccare, a rifiutare le leggi di Dio, ad amare le tenebre più della luce.
La Bibbia dice: “Tutti gli uomini hanno peccato, e sono privi della gloria di Dio. Non c’è nemmeno un giusto.” La nostra natura è quella di Adamo: non dobbiamo sforzarci di peccare, lo facciamo istintivamente, oltre che volontariamente. In altri termini ciò significa che l’uomo è schiavo, cioè è dominato dal peccato.
Il peccato è la causa; la morte, l’angoscia, la sofferenza, il male ne sono le conseguenze. Ma oltre a questo, il peccato è separazione da Dio. Separazione che diverrà eterna e irrimediabile per ogni uomo che muore in questa condizione.
GESÙ è la risposta a questa separazione. Egli disse: “Io sono la via, la verità, la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me.”
Gesù Cristo venne nel mondo una notte di duemila anni fa, nascendo in una umile stalla di Betlemme. Egli predicò il Regno di Dio e girò la terra d’Israele facendo del bene a tutti: guarì i paralitici, liberò gli indemoniati, donò la vista ai ciechi, risuscitò i morti, insegnò l’amore vero. Accusato ingiustamente fu crocifisso come un malfattore, ma quella che apparentemente sembrava una sconfitta risultò la più straordinaria vittoria mai riportata. Gesù, il Figlio di Dio, portò su di sè i nostri peccati, subendone la condanna al nostro posto, sulla croce; e vinse la morte, risuscitando dopo tre giorni e sedendo alla destra del Padre dove anche ora intercede per coloro che credono in Lui.
Tu puoi conoscere Gesù personalmente nella tua vita! Prima di te in ogni epoca della storia e in ogni luogo della terra milioni di persone Lo hanno conosciuto come Persona vivente nella loro vita, sono state trasformate dalla Sua grazia e hanno trovato in Lui salvezza, liberazione, gioia e vita eterna. Egli è vivente, e ti ripete ancora oggi: “Venite a me voi tutti che siete aggravati e travagliati, e io darò riposo alle anime vostre” (Vangelo, Matt. 11,28).
Gesù è vivente, e ti ama! Egli desidera salvarti ed avere un rapporto personale con te, perché anche per te Gesù ha versato il Suo sangue innocente alla croce. Fonte: (il cammino cristiano)
NOSTRO COMMENTO: questo sarebbe il messaggio del Vangelo secondo i “battisti”
La Bibbia è stata cambiata?
a cura di G. Rizzo
La Parola di Dio è stata sempre attaccata in passato come nel presente. L’avversario delle nostre anime ha sempre tentato, sia servendosi della persecuzione, sia con false teorie come la cosiddetta “critica biblica”, di distruggere la sacra Bibbia. Persino durante l’antico Israele, inducendo parte del popolo di Dio all’apostasia, cercava con ogni sforzo di distruggere il testo sacro. Ancora oggi, la sua tattica non è cambiata, egli tenta di instillare nella mente degli incauti e dei curiosi che le Sacre Scritture sono adulterate e amputate al punto che interi libri canonici le sarebbero stati tolti lungo l’arco dei secoli.
Ma Iddio stesso ha protetto la sua Parola in ogni tempo, e numerosi documenti storici attendibili confermano questa realtà.
Innegabile è costatare che l’Antico Testamento oggi in nostro possesso, definito anche testo masoretico perché frutto del lavoro di rabbini chiamati appunto masoreti, sia già di per se un’opera straordinaria. Questi copisti israeliti vissuti tra il 5° e il 10° secolo, con puntigliosa precisione effettuavano il lavoro di copiatura dei manoscritti più fedeli e attendibili, prestando attenzione al minimo errore, al punto da conteggiare ogni piccola sillaba e addirittura tutte le lettere degli stessi manoscritti in loro possesso. Non c’è ombra di dubbio che questi rabbini fecero di tutto affinché l’Antico Testamento in ebraico fosse veramente integro e conservasse pura, intatta e senza la pur minima corruzione, la Parola di Dio.
Se ciò non bastasse, altri documenti delle Scritture ebraiche, molto più antiche dello stesso testo masoretico, la cui completa stesura risale al 10° secolo circa, non fanno che confermare la fedeltà di quest’ultimo. Vediamone di seguito alcuni.
MANOSCRITTI DEL MAR MORTO. Poco dopo la fine della seconda guerra mondiale e precisamente nel 1947, furono scoperti vicino alla città di Gerico, dei rotoli d’inestimabile valore. Questi manoscritti ebraici contenevano molti testi, diversi dei quali erano inclusi nel canone dei 39 libri ispirati dell’Antico Testamento (lo stesso usato da Gesù e dagli apostoli), altri invece erano apocrifi. Paragonando i documenti canonici, a cominciare dal libro d’Isaia, in perfetto stato di conservazione, con le Scritture ebraiche oggi in nostro possesso (testo masoretico), è stata ulteriormente confermata la fedeltà di quest’ultimo e il risultato straordinario del lavoro di copiatura rabbinica.
IL PENTATEUCO SAMARITANO. Innanzi tutto questo rotolo porta tale nome perché appunto contiene solamente i primi cinque libri che formano la legge di Mosé. Questa versione è molto antica, infatti, risale a circa quattro secoli prima della nascita di Cristo. Paragonando tale versione con il rotolo masoretico, abbiamo un’ulteriore conferma della sua purezza.
LA BIBBIA DEI SETTANTA. Questo documento non è altro che la traduzione in greco di tutte le Scritture ebraiche risalente al secondo secolo avanti Cristo. Essendo solo una traduzione, vista in ogni modo la sua antichità, è stata molto utile usarla come pietra di paragone, o meglio di confronto, con il rotolo masoretico (Antico Testamento), il quale anche questa volta ha superato ampiamente l’esame confermandosi incorrotto e attendibile.
Tenendo conto dei fatti mostrati, possiamo dire senza paura di smentite che l’Antico Testamento oggi in nostro possesso è lo stesso delle origini.
Ora passerò a descrivere come e in che modo sono stati trasmessi a noi i 27 libri delle Scritture cristiane (Nuovo Testamento).
Per quanto riguarda il Nuovo Testamento, ci sono più di 24.000 manoscritti in greco e latino (per non parlare delle citazioni in greco fatte dagli antichi “padri” della chiesa, che coprono l’intero Nuovo Testamento oggi in nostro possesso) che possono confermare la piena integrità dei 27 libri che compongono le Scritture cristiane. Addirittura alcuni di questi testi risalgono all’inizio del secondo secolo.
Tra i testi più importanti, mediante i quali si è potuto verificare come i vangeli, gli atti e le lettere degli apostoli e l’apocalisse di Giovanni sono arrivati a noi incorrotti, ricordiamo i seguenti:
IL CODICE SINATTICO. Esso contiene tutto il nuovo testamento e risale al quarto secolo dopo Cristo.
IL CODICE VATICANO. Tale testo è del quarto secolo.
Di fronte a queste testimonianze, le quali dimostrano la piena attendibilità della Bibbia oggi in nostro possesso, non possiamo far altro che ringraziare il Signore per aver protetto la sua Parola durante l’arco di millenni, nonostante gli innumerevoli tentativi di distruggerla da parte di molti uomini.
Altra idea da confutare riguarda la corruzione del canone. Secondo tale tesi, non pochi libri canonici sarebbero andati interamente distrutti e perduti. Vedremo che non è così. Articolerò le mie domande e risposte nei seguenti punti.
DOMANDE
1) Qual è il significato della parola canone?
2) Come si determina il canone?
3) Gli ebrei potevano stabilire senza pericolo d’errori il canone dell’Antico Testamento?
4) Apocrifi delle scritture ebraiche e delle scritture cristiane.
RISPOSTE
1) Il termine “CANONE” ha origine dal greco, e il suo significato è: “Riga che serve per misurare”. Tale parola è utilizzata anche nel Nuovo Testamento ed in particolar modo per indicare i limiti dell’apostolato di San Paolo 2 Cor.10,13.15-16; ed anche per indicare il limite della dottrina cristiana la quale non può essere oltrepassato, insegnando eresie.
2) Per sapere con sicurezza se un libro biblico è canonico, in altre parole se è Parola di Dio, esso deve essere ispirato. Difatti lo sono tutti i 39 libri che formano la Bibbia ebraica (l’Antico Testamento). Il Signore stesso rende i suoi servi capaci di discernere se un libro viene da lui o meno, o se contiene realmente il suo messaggio. Le pecore del Signore riconoscono la sua voce, e Lo seguono, come Gesù disse nel vangelo. Coloro che appartengono a Dio, riconoscono, capiscono se è Lui a parlare, non per loro capacità, ma secondo la promessa del Signore stesso.
3) Il Signore ha guidato gli ebrei fedeli a distinguere i libri ispirati o canonici da quelli che non lo erano. In Romani capitolo 3, verso 2 è scritto che “gli oracoli di Dio furono affidati a loro”. E’ vero che durante la storia d’Israele ci sono stati molti periodi d’apostasia, ma anche nelle situazioni peggiori, l’Eterno Iddio ha avuto sempre un rimanente che gli è rimasto ubbidiente. Si legga nelle Scritture ciò che successe durante il regno d’Acab e in particolare soffermiamoci su 1 Re 19,18. Al vero popolo d’Israele, Dio ha dato le sue rivelazioni veterotestamentarie come afferma anche Romani 9,4: “Essi sono Israeliti, Dio li ha scelti come figli e a essi ha manifestato la sua gloriosa presenza. Con loro, Dio ha concluso i suoi patti e a loro ha dato la legge, il culto e le promesse.” Dio diede loro l’illuminazione e la forza necessaria per discernere e proteggere gli scritti sacri senza aggiungere ad essi nulla di non ispirato, rigettando i tanti apocrifi e attenendosi ai soli libri ispirati da Dio, fino a metterne insieme 39 i quali poi costituiscono il testo masoretico. In caso contrario l’Eterno non avrebbe mai affidato loro i suoi “oracoli”, se avesse saputo che poi li avrebbero danneggiati, adulterati o amputati. Gesù stesso usò quei testi, e ne confermò il canone citando la triplice divisione del canone palestinese (v. Luca 24:44). Un’ulteriore prova della piena attendibilità dell’Antico Testamento è data da due importanti discorsi di autorevoli ebrei del 1° secolo: quella dello storico ebreo Giuseppe del primo secolo dopo Cristo, nella sua opera Contro Apione 1,8, e la testimonianza di Filone, vissuto al tempo degli apostoli, scritta in Eusebio, Preparazione Evangelica 6,6.
4) La maggior parte dei libri apocrifi dell’Antico Testamento, sono inseriti nella traduzione greca dell’Antico Testamento dei “Settanta”. Tali apocrifi sono i seguenti:
1 e due Maccabei, Tobia, Giuditta, Baruc, Ecclesiastico o Siracide e Sapienza, più delle aggiunte apocrife a libri ispirati, come: aggiunte ad Ester, Lettera di Geremia, aggiunte a Daniele (preghiera d’Azaria, il cantico dei tre giovani, Susanna e i due giudici e Bel ed il drago).
La chiesa romana erroneamente annovera tali testi tra quelli ispirati, classificandoli fra i deuterocanonici ed inserendoli nel “suo” canone, contraddicendo non solo gli ebrei, ma anche il pensiero di molti “padri della chiesa” (cristiani autorevoli vissuti agli inizi del cristianesimo; tra essi: Gregorio Nazianzeno, Atanasio, Ilario di Poitiers, Cirillo di Gerusalemme, Gregorio Magno, che secondo la chiesa di Roma è stato papa, ecc). Tutti questi “padri” considerano i “deuterocanonici” non ispirati. In modo particolare, ha grande importanza l’opinione di Girolamo. Questi nel Prologus a Graziano afferma che bisogna accettare come scrittura ispirata solo i libri che formano il canone palestinese, ossia i 39 delle scritture ebraiche, senza i deuterocanonici, per non parlare anche di tutti gli altri apocrifi presenti nel testo dei Settanta. L’elenco potrebbe continuare.
La Settanta include anche altri libri apocrifi. III e IV Esdra, III e IV Maccabei, le odi e i salmi di Salomone e la preghiera di Manasse.
Vi sono anche altri testi non ispirati, ma che avendo qualche utilità storica vengono talvolta citati nella Parola di Dio (al pari dei versi di poeti come Arato e Menandro). Essi sono: Il Libro delle Guerre dell’Eterno (Num.21:14), le Memorie del profeta Iddio (2 Cr.13:22), il Libro di Hozai (2 Cr. 33,19), il Libro del Giusto (Gios.10,13; 2 Sam. 1:18), da Laodicea (Col. 4:16), il Libro di Nathan il profeta (2 Cr. 9,29), gli Atti di Salomone (1 Re 11:41), il Libro di Samuele il veggente (1 Cr.29:29), il Libro di Nathan il profeta (2 Cr. 9:29), agli Efesini (Ef. 3:3); il Libro del patto (Es.24:7) le Storie del profeta Shemaiah (2 Cr.12,15), la Storia di Jehu (2 Cr. 20,34), il Libro d’Enoc (Giuda 1,14), epistole ai Corinzi (1 Cor. 5:9), e di Giuda (Giuda 3). Veramente dobbiamo ringraziare il Signore, il quale non ha permesso che i rotoli apocrifi fossero aggiunti a quelli canonici.
Spesso si sente dire: “Il vero Gesù non era così come è descritto nella Bibbia. La Chiesa l’ha cambiato…”
Questo è un mito popolare che viene smontato dai dati storici concreti. Il primo concilio è avvenuto a Nicea soltanto nel 325 d.C. Ma esistono molti manoscritti biblici che sono ben più antichi. È difficilmente concepibile immaginare come la Chiesa abbia alterato la Bibbia, se si considera che nei manoscritti redatti prima del quarto secolo non si trova alcun indizio di una loro rielaborazione.
I ritrovamenti dei manoscritti biblici sono molte volte più numerosi che per ogni altra opera antica. Per esempio, sul “De Bello Gallico” del 1° secolo esiste soltanto la relazione di Cesare. Senza il suo scritto gli storici non avrebbero alcuna descrizione di queste guerre. Ma il documento originale non esiste più. Attualmente si conoscono solo dieci copie di quest’opera, scritte tra il 900 e il 950. Eppure questi documenti sono considerati rappresentazioni fedeli di fatti storici.
Della Bibbia esistono relativamente pochi manoscritti dell’Antico Testamento, alcuni dei quali risalenti al 2° secolo prima di Cristo; il più antico è la “benedizione d’Aronne” redatta nel 7° secolo a.C. Con i ritrovamenti dei rotoli del Mar Morto si è aperta una miniera di informazioni che hanno corroborato l’affidabilità dell’Antico Testamento.
Per il Nuovo Testamento, invece, esistono più di 5.000 scritti in lingua originale, oltre a quasi 20.000 traduzioni, redatti dal 114 d.C. al 5° secolo d.C. Ci sono poi oltre 80.000 citazioni bibliche dei primi padri della Chiesa.
È incomprensibile come si possa dubitare della loro affidabilità storica. Non esiste alcun indizio che possa dimostrare che la Chiesa primitiva abbia alterato le informazioni su Gesù.
I Martiri
Non temere quello che avrai da soffrire… Sii fedele fino alla morte e Io ti darò la corona della vita.
(2 Timoteo 1:8 – Apocalisse 2:10)
Quando l’imperatore Licinio perseguitava i cristiani d’Armenia, quaranta soldati d’una legione si dichiararono cristiani; per questo motivo furono condannati a passare la notte, nudi, sulla superficie d’uno stagno gelato. Una casa era stata preparata sul bordo dello stagno con del fuoco e del cibo per accogliere ogni soldato che avesse abbandonato la sua fede.
Il vento freddo del Caucaso spazzava la campagna, e sullo stagno quaranta prigionieri pregavano. Alcuni camminavano per combattere il freddo, altri, coricati, aspettavano la morte. Una preghiera, come un mormorio, si alzava verso Dio: “Signore, quaranta soldati lottano per te. Permetti che quaranta soldati ricevano la corona della vita”.
A un certo punto uno di loro, non riuscendo più a resistere, si diresse verso la casa. Il centurione che sorvegliava gli uomini rimasti, sconvolto dalla loro testimonianza, credette al Signore Gesù che essi invocavano. Lasciò entrare nella casa il legionario che aveva ceduto alla tortura e poi, dopo aver coraggiosamente dichiarato la sua fede in Cristo, andò a prendere il suo posto sullo stagno gelato.
Il freddo continuò la sua opera. Si udiva appena la preghiera dei martiri e poco dopo quaranta uomini entrarono nel riposo. Un giorno essi, insieme a quanti come loro hanno mostrato fino alla fine il loro amore per Cristo, riceveranno la corona della vita dal Signore per la loro fedele testimonianza.
“Tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati.
Non temete quelli che uccidono il corpo ma, oltre a questo, non possono far di più.”
(Luca 12:4 – 2 Timoteo 3:12)
Perpetua aveva 22 anni. Sua madre era cristiana e suo padre pagano. Abitava a Cartagine, in Tunisia, nel 2° secolo d.C. Aveva un bambino di alcuni mesi quando, per ordine dell’imperatore Severo, fu arrestata perché era cristiana.
Appena lo seppe, il suo anziano padre che l’amava molto venne a supplicarla di rinunciare alla sua fede. Perpetua rifiutò. Tentarono di farla cedere concedendole qualche favore: le diminuirono le torture e le portarono il suo bambino. Alla vigilia del processo suo padre tornò a trovarla: “Figlia mia, abbi pietà dei miei capelli bianchi. Non espormi al dolore e alla vergogna di vederti morire in un’arena”. Si gettò ai suoi piedi e pianse.
Al momento dell’interrogatorio, mentre la sala d’udienza era al completo, il padre dell’accusata corse portando in braccio il suo bambino. La supplicò di rinunciare alla sua fede. Persino il giudice le disse: “Abbi pietà di tuo madre e di tuo figlio! Offri sacrifici all’imperatore”.
“Non posso”.
“Sei cristiana?”.
“Sì, lo sono”.
Perpetua fu condannata ad essere gettata in pasto alle belve del circo, un giorno in cui l’imperatore avrebbe dato una festa. E quel giorno non tardò. Fu condotta al supplizio con altri martiri. Prima di morire, si abbracciarono. Se ne andavano presso Gesù.
“Poiché siamo circondati da una così grande schiera di testimoni… corriamo con perseveranza la gara che ci è proposta, fissando lo sguardo su Gesù.”
(Ebr. 1:1,2)
“Andare in galera” oggi è un’espressione banale. Ma chi erano quelli che venivano mandati alle galere sotto il regno di Luigi XIV in Francia? Erano dei prigionieri comuni, certo, ma anche persone innocenti definite “eretici”. Erano cristiani. Fra il 1685 e il 1752, sono state contate 7370 condanne di cristiani che preferifano morire piuttosto che rinnegare il Signore. Marchiati a fuoco con tre leggere infamanti (GAL), designati con il numero di matricola della prigione, incatenati al collo con un assassino o un rapinatore, aspettavano di partire per le galere reali. Là remavano fino alla morte, costretti alla cadenza imposta a colpi di frusta dalle guardie della ciurma.
Quando erano ancora in prigione cantavano. Sulla lunga strada fino a Marsiglia, cantavano. Sul male si elevava il canto dei Salmi. Come i primi cristiani, e come l’apostolo Paolo e Sila, che nella prigionia “cantavano inni a Dio; e i carcerati li ascoltavano” (Atti 16:25). Persino nella sofferenza essi manifestavano la gioia di essere testimoni del solo grande Dio, proclamavano la loro speranza e la loro fiducia.
Chi erano i vincitori, i veri uomini liberi? Quei galeotti o i loro carnefici? Erano quelli che potevano dire: “Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Sarà forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità?… In tutte queste cose noi siamo più che vincitori, in virtù di Colui che ci ha amati” (Rom. 8:35,37)
Qualche riflessione personale sul martirio islamico
In questi ultimi tempi (2004, ndr), si sente spesso parlare di “martiri” islamici: uomini che si fanno saltare per aria per portare alla morte quante più persone possibili tra i nemici della loro religione. Le loro madri li piangono pubblicamente, ma si dichiarano felici e onorate perché quell’atto suicida di inaudita violenza e odio permetterebbe ai giovani attentatori di guadagnarsi “un posto in cielo accanto ad Allah” (cf. una testimonianza). Sempre più frequentemente, anche le donne scelgono la strada di questo folle “martirio volontario” – spesso per una sorta di ricatto psicologico e religioso, secondo cui le donne colpevoli di adulterio possono autoredimersi morendo assieme ai nemici delle organizzazioni terroristiche – mentre numerosi bambini ricevono l’addestramento per diventare futuri guerriglieri e kamikaze, seguendo l’esempio dei loro famigliari.
L’uso improprio che viene fatto del termine “martire” può indurre a pensare che ci sia qualche collegamento tra i martiri cristiani e gli aspiranti suicidi di varie religioni, ma non è affatto così.
I molti martiri (parola che significa “testimoni”) cristiani furono torturati e uccisi – e lo sono ancora oggi in molte parti del mondo – non per un morboso desiderio di morire da parte loro, ma per il solo fatto di non aver accettato di rinnegare la propria fede in Cristo Gesù. Per questa testimonianza coerente davanti ai loro aguzzini, sono stati crudelmente perseguitati e uccisi.
Gesù disse: “Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi” (Giov. 15:20). “Vi metteranno le mani addosso e vi perseguiteranno consegnandovi alle sinagoghe, e mettendovi in prigione, trascinandovi davanti a re e a governatori, a causa del mio nome” (Luca 21:12).
Molti “furono torturati… altri furono messi alla prova con scherni, frustate, anche catene e prigionia. Furono lapidati, segati, uccisi di spada; andarono attorno coperti di pelli di pecora e di capra; bisognosi, afflitti, maltrattati (di loro il mondo non era degno), erranti per deserti, monti, spelonche e per le grotte della terra.” (Ebr. 11:35-38)
La storia ci ricorda che già nei primi secoli, gli imperatori pagani costringevano i cristiani a scegliere se rinnegare la loro fede oppure essere messi a morte nei modi più terribili. Andarono così incontro al martirio Giustino, Policarpo di Smirne, Carpo, Papilo, Agatonice, i Martiri di Lione, e molti altri. Anche il papato perseguitò e uccise numerosi cristiani che non vollero distaccarsi da Cristo (tra gli esempi più eclatanti ricordiamo John Wycliffe e William Tyndale).
La risposta di tutti quei cristiani ai loro persecutori è stata fino alla fine l’ubbidienza alla volontà del Signore Gesù: “Ma io vi dico: amate i vostri nemici, benedite coloro che vi maledicono, fate del bene a quelli che vi odiano, e pregate per quelli che vi maltrattano e che vi perseguitano.” (Mat. 5:44)
“Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Sarà forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? In tutte queste cose, noi siamo più che vincitori, in virtù di colui che ci ha amati. Infatti sono persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né cose presenti, né cose future, né potenze, né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura potranno separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore.” (Rom. 8:35-39)
Note storiche e archeologiche sulla Genesi
tratte dal Commentario biblico di Merril F. Unger
Il racconto babilonese: le tavolette della creazione
Scoperta delle tavolette della creazione. Tra il 1848 e il 1876 furono scoperte le prime tavolette e frammenti di tavolette del racconto babilonese sulla creazione chiamato Enuma Elish. Scritti in caratteri cuneiformi, i sette canti dell’epopea furono incisi su sette tavolette e furono ricuperati dalla libreria di Ninive, la capitale dell’imperatore assiro Assurbanipal (669-626 a.C.). Questa versione, sebbene tardiva, nella sua forma politica risale ai giorni di Hammurabi il Grande (1792-1750 a.C.), ed ancora oltre ai Sumeri, i primi abitanti della Bassa Babilonia.
Similitudini e differenze con la Genesi. La narrazione babilonese e quella della Bibbia sono simili in quanto: (1) entrambe le narrazioni parlano di un oceano primordiale, anche se è dimostrato che l’ebraico tehom (l’abisso) non deriva dal mitologico Tiamat (cfr. TWOT, pagg. 2495-96). (2) Entrambe le narrazioni hanno un ordine simile di eventi – la luce, il firmamento, la terra asciutta, i luminari, l’uomo, e Dio o gli dèi di Babilonia che si riposano. (3) Entrambe le narrazioni hanno una predilizione per il numero sette, sette giorni, sette canti. Ma questa similarità è superficiale, e le differenze tra la grossolana versione politeistica babilonese e la narrazione della Genesi sono enormi. La narrazione babilonese è una versione corrotta di una tradizione originale, la verità della quale è stata garantita a Mosè per mezzo dell’ispirazione, liberandola così dalle sue incrostazioni politeistiche.
Altre tradizioni della creazione
Il mito di Adapa. Questo racconto della creazione venne scoperto su quattro frammenti cuneiformi, tre dei quali provenienti dalla libreria di Assurbanipal di Ninive (VII sec. a.C.) e il quarto dagli archivi dei re egiziani Amenhotep III e IV ad El’Amarna (XIV sec. a.C.). Questo racconto leggendario, anche se non proprio parallelo alla storia della caduta di Gen. 3 come talvolta affermato, contiene sorprendenti similarità, come ad esempio il “cibo della vita” corrispondente al frutto dell’albero della vita (Gen. 3:3, 22). Entrambi i racconti trattano il problema del perché l’uomo soffra e muoia, ma sono poli opposti riguardo l’argomento dell’effettiva caduta da uno stato di innocenza, di cui il mito di Adapa non sa nulla.
Il sigillo della tentazione ritrae due persone che siedono accanto ad un albero da frutta, e dietro una delle due la figura ritta di un serpente. Tuttavia questa non sembra una rappresentazione accurata della scena della tentazione, poiché entrambe le figure sono totalmente vestite, mentre in Gen. 2:25 viene detto esplicitamente che erano nude.
Il sigillo di Adamo ed Eva appartiene allo strato del IV millennio a.C. degli scavi di Tepe Gawra, vicino Ninive, ed ora si trova nell’Univerity Museum di Philadelphia. Questa piccola pietra scolpita, trovata nel 1932, mostra un uomo e una donna nudi ed avviliti, seguiti da un serpente, e dà l’idea dell’espulsione dall’Eden.
Tradizioni della caduta si trovano nel mondo tra i Cinesi, gli Indù, i Greci, i Persiani ed altri popoli e, come altri racconti della creazione e del diluvio, si riferiscono ad un effettivo evento storico, corrottosi nella trasmissione.
Durata della vita dei patriarchi prima del diluvio
È stato d’uso per i critici considerare la longevità dei patriarchi anteriori al diluvio come palesemente leggendaria o mitica. Secondo il prisma di Weld-Blundell, otto re antidiluviani regnarono sulle città meridionali della Mesopotamia: Eridu, Badtibira, Larak, Sippar e Shuruppak; il periodo del loro governo combinato ammontava a 241200 anni (il regno più breve era di 18600 anni, il più esteso di 43200 anni). Beroso, un sacerdote babilonese (III sec. a.C.), elenca dieci nomi in tutto (invece di otto) ed esagera ulteriormente la durata dei loro regni. Anche altre nazioni hanno tradizioni in cui viene presentata una longevità primordiale.
I nomi riportati dall’elenco reale sumerico e da quello di Beroso rappresentano evidentemente una tradizione corrotta dei fatti storici riportati in Genesi 5, oltre a fornire indicazioni extra-bibliche della maggiore longevità umana prima del diluvio.
Storia babilonese del diluvio
La storia babilonese del diluvio è conservata nell’undicesimo libro del famoso poema epico che va sotto il nome di “Ghilgamesh” – principale eroe della cultura sumero-babilonese – venuto alla luce a Kouyounjik (Ninive) nel 1853. Esso descrive un enorme battello con un dislocamento intorno alle 228500 tonnellate e con una struttura cubica. Sia nel racconto babilonese che in quello biblico si evidenziano principalmente il bitume o la pece per sigillare i punti di giuntura dell’imbarcazione. Entrambe le narrazioni affermano che la catastrofe fu divinamente decretata. Ma, in evidente contrasto con la narrazione monoteistica ebraica, quella babilonese è politeistica e non ha un adeguato concetto morale della causa del diluvio. Entrambe le narrazioni asseriscono che l’eroe del diluvio (Noè, Utnapishtim) venne istruito divinamente a costruire una grande barca per preservare la vita. Di tutte le narrazioni parallele extra-bibliche dell’antichità, che ci sono pervenute dalla vasta letteratura cuneiforme della valle del Tigri – Eufrate, quella più singolare rimane la narrazione babilonese del diluvio.
Sia la narrazione babilonese che quella biblica specificano la durata del diluvio. La narrazione pre-babilonese (sumera) parla di sette giorni e sette notti, la babilonese di sei giorni e sei notti. Il racconto biblico indica una durata di poco superiore ad un anno (371 giorni). La Bibbia sostiene il catastrofismo soprannaturale contro le moderne teorie naturalistiche dell’uniformità (II Pietro 3:5, 6).
Nella narrazione babilonese del diluvio, Utnapishtim offrì un sacrificio, una libazione, e bruciò “canna dolce, cedro e mirto” dopo aver lasciato l’imbarcazione. Voleva, in parte placare l’ira delle divinità adirate che avevano decretato la completa distruzione dell’umanità ed in parte esprimere la sua gratitudine al dio Ea per averlo risparmiato. In entrambe le narrazioni ricorre l’espressione “sentì”. Prima di lasciare l’imbarcazione, come Noè, Utnapishtim mandò fuori degli uccelli: una colomba, sette giorni dopo che il battello era approdato sul M. Nisir, seguita da una rondine ed infine da un corvo.
La torre di Babele
La torre di Babele è illuminata dalle gigantesche montagne artificiali di mattoni seccati al sole nella Babilonia meridionale chiamate ziggurat (ziqquratu in assiro-babilonese, e significa “pinnacolo” o “cima di montagna”). Lo ziggurat più antico ritrovato (tra più di due dozzine conosciuti oggi) è nell’antica Uruk (Erec, Genesi 10:10; l’odierna Warka). Si trattava di un grande cumulo di argilla rinforzata all’esterno da mattoni ed asfalto (bitume), simile agli ziggurat di Borsippa, Ur e Babilonia. Costruiti a terrazze, alti da tre a sette piani, erano variopinti. Sul piano più alto erano collocati il santuario e l’immagine della divinità protettrice della città. La torre di Genesi 11 può ben essere stata uno dei primi tentativi di tali torri, un simbolo della rivolta e ribellione dell’uomo contro Dio. L’uso politeistico di torri successive, copie dell’originale, esemplificano la completa apostasia idolatra così caratteristica dei Sumeri e dei posteriori Babilonesi semitici della Pianura di Scinear.
Abramo nella Mesopotamia settentrionale
Evidenza del suo soggiorno. È venuta alla luce l’evidenza del soggiorno di Abramo intorno a Charan, (vedi note su Genesi 12:1, 2).
Le tavolette di Mari del XVIII sec. a.C., scoperte nel 1935, citano Nahor (Til-Nahiri, “la collina di Nahor”) patria di Rebecca (Genesi 24:10). Città nei pressi di Charan sono Serug (l’assira Serugi, Genesi 11:20) e Til Turakhi, “collina di Terah”. Peleg rievoca la posteriore Paliga sull’Eufrate. Paddam-Aram (Genesi 25:20) in aramaico è Paddana, “campo” o “pianura” di Aram. Reu (Genesi 11:20) corrisponde anche a nomi successivi di città nella valle del Medio Eufrate.
Note archeologiche
L’archeologia attesta l’antica datazione di Genesi 14, così come la sua accuratezza. Esempi di nomi arcaici di antiche località con note esplicative, apposte da scribi per renderli comprensivi alle generazioni successive, sono:
“Bela (che è Tsoar)”, v. 2;
“La valle di Siddim (ch’è il Mar Salato)”, v. 3;
“En-Mishpat (che è Kades)”, v. 17;
“la valle di Shaveh (che è la Valle del re)”, v. 17.
Le città di Hauran (Basan), Ashteroth e Karnaim, furono tutte occupate in questo antico periodo, come hanno mostrato gli esami dei loro siti archeologici (Tell, collina formata da detriti archeologici). La città di Ham è ritenuta da A. Jirku e W. F. Albright come corrispondente all’odierna Ham e risalente all’età del Bronzo Medio (2000 a.C. ca.). L’itinerario dei re invasori attraverso Hauran, il Galaad orientale e Moab, fino al S E della Palestina è stato dimostrato come storicamente verosimile per la scoperta di una linea di strati archeologici dell’età del Bronzo Antico e Medio che si estende lungo questo percorso; lì fu scoperta nel 1924 la città di Addar risalente all’età del Bronzo Antico e Medio. In seguito questo itinerario, chiamato la Via dei Re, fu famoso, ma dopo il 1200 a.C. sembra che sia stato abbandonato. Il bitume del Mar Morto e gli importanti depositi di rame e manganese di Edom e Madian sembrano essere stati il motivo dell’invasione originaria (dodici anni prima di Genesi 14, cfr. 14:4).
Carestie in Egitto
Esiste un’ampia evidenza di carestie in Egitto. Almeno due ufficiali egizi elencano tra le loro buone opere la distribuzione di cibo ai bisognosi “in ogni anno di scarsità”.
Un’iscrizione (100 a.C. ca.) descrive proprio una carestia di sette anni ai giorni di Zoser, Faraone della III dinastia (2700 a.C. ca.). I titoli di “capo dei coppieri” e “capo dei panettieri” (Genesi 40:2) erano quelli degli ufficiali di palazzo menzionati nei documenti egiziani.
L’intera storia di Giuseppe è piena di dettagli corretti relativamente ai luoghi e ai tempi, così come in generale le narrazioni egiziane di Genesi ed Esodo.
Quando Potifar nominò Giuseppe “maggiordomo della sua casa” (Genesi 39:4), il titolo indicava una mansione diffusamente svolta nelle case della nobiltà egizia. Faraone diede a Giuseppe un ufficio con un titolo simile nell’amministrazione del regno (Genesi 41:46), corrispondente all’ufficio di viceré, cioè amministratore principale del paese, secondo in potere soltanto allo stesso Faraone. L’incarico di sovrintendente ai granai era di fondamentale importanza e fu adempiuto da Giuseppe in aggiunta alle sue responsabilità di primo ministro (vicerè). I doni fatti da Faraone a Giuseppe (Genesi 41:42, 43) in occasione del suo insediamento nell’ufficio erano completamente in armonia con le usanze egiziane.
L’Egitto
La storia biblica comincia in Babilonia, la “culla della civiltà” (Genesi 1-11). La storia d’Egitto, invece, non entra nella narrativa biblica se non dopo che questa ha già alle spalle migliaia di anni, al tempo di Abrahamo (ca. 2050 a.C.; da Genesi 12 in poi). L’Egitto fu fondato subito dopo il diluvio da Mitsraim, figlio di Cam. Le tavolette di El’Amarna indicano che i Cananei lo chiamavano Mitsri (Mitsraim era una forma duale che conservava l’antica divisione tra Alto Egitto, con capitale Menfi, e Basso Egitto, il Delta). Il periodo antico e predinastico si estende dal ca. 5000 al 3100 a.C.
Dodici delle trenta dinastie d’Egitto. Nel III sec. a.C. un sacerdote egiziano di nome Manetho ordinò la storia egiziana in 30 dinastie, da Menes, considerato il primo re dell’Egitto unito (ca. 3100 a.C.), fino alla conquista di Alessandro Magno, 332 a.C.
Le piramidi. Abrahamo vide probabilmente le piramidi quando si recò in Egitto, perché erano state costruite durante l’Antico Regno (dalla III alla VI dinastia, ca. 2700-2200 a.C.). Il famoso Imhotep costruì sotto Zoser, primo re della III dinastia, la nota “piramide a gradini” di Saccara, alta 58 m e precorritrice delle altre piramidi.
La grande piramide di Cheope (Khufu), della IV dinastia, è la più grande, costituita da 2. 300.000 blocchi di calcare del peso di circa 2 tonnellate e mezzo, con una base che occupa più di 5 ettari. Originariamente torreggiava per un’altezza di 150 m. Chefrem (Khafre), un successore di Cheope, eresse la seconda piramide a Gizeh. Sbalorditiva quasi quanto la grande piramide, si eleva per 136,5 m (sua altezza attuale), ed è solo leggermente inferiore all’attuale altezza della grande piramide. Ad E della seconda piramide si trova la grande sfinge, con il corpo da leone e la testa del re Chefrem con la consueta pettinatura e il cobra (uraeus), simbolo reale, avvolto in spire sulla sua fronte pronto a distruggere i nemici di faraone.
Testi delle piramidi. Le piramidi provano l’alto grado di civiltà della valle del Nilo e il forte governo centralizzato. I monarchi della V e VI dinastia costruirono un certo numero di piramidi più piccole a Saccara, contenenti iscrizioni scolpite note come “testi delle piramidi”, che prospettano al re deceduto una vita felice dopo la morte alla presenza del dio sole. Nulla di più appropriato visto che le piramidi erano tombe che immortalavano la gloria dei re che le avevano costruite.
Primo periodo intermedio.
Al tempo di Abrahamo la gloria dell’Antico Regno era passata e le grandi piramidi erano testimoni silenziosi di quella potenza. Le dinastie VII-XI non ebbero un governo centrale forte. Le dinastie VII e VIII governarono a Menfi, le dinastie IX e X ad Eracleopoli, a S del Cairo.
Egitto: la terra e il popolo
Egitto. L’Egitto era una nazione larga da 3 a 50 km, situata lungo il corso del possente Nilo, a SO della Palestina, senza montagne rilevanti o fiumi che la dividessero, ad eccezione del piccolo wadi El Arish, “il torrente d’Egitto” (Numeri 34:5; Giosuè 15:4, 47). L’Egitto era il Nilo. La stretta fascia di terra alluvionale che il fiume fertilizzava era irrigata da un’inondazione annuale che la rendeva il granaio del mondo antico. La terra produttiva e il commercio via mare con la Siria-Palestina ed il resto della mezzaluna fertile riversarono in Egitto un costante flusso di beni e denaro. Il risultato fu una ricchezza favolosa concentrata nelle splendide corti di Tebe, Menfi e Akhetaton (Tell El’Amarna).
Città deposito. Queste città erano costruite per accogliere l’eccedenza di grano in tempi di abbondanza. Il lavoro forzato degli Ebrei fu usato per costruirne un certo numero, come Pithom (Tell Retabeh) e Raamses (Tanis). In queste città venivano anche immagazzinati beni locali e importati, oltre ad equipaggiamenti militari per le campagne in Siria-Palestina.
Popolo e lingua. Gli antichi Egiziani erano Camiti (Genesi 10:6), ma le successive migrazioni, prevalentemente di Semiti, lasciarono un’impronta sulla lingua e la cultura. L’antica scrittura era ideografica (geroglifici) e includeva rappresentazioni di oggetti comuni e simboli geometrici. Attraverso i secoli, il geroglifico fece gradualmente spazio, dall’VIII sec. a.C., ad un carattere corsivo popolare o “demotico”. Nel 1799 fu scoperta la pietra di Rosetta, una stele scritta in egiziano antico (geroglifici), demotico e greco. La decifrazione della pietra ad opera di F. Champollion (1822) fornì la chiave per la comprensione dei georogrifici e pose il fondamento della egittologia moderna.
Egitto: sua storia e primo contatto con Israele
Il periodo delle origini e predinastico, ca. 5000-3100 a.C. Il Neolitico e culture posteriori precedettero l’unione del regno ad opera di Menes. Manetho, un sacerdote del III sec. a.C. scrisse una storia dell’Egitto dividendo il periodo storico del 2900-332 ca. a.C. in 30 dinastie reali.
Periodo dinastico antico, ca. 3100-2686 a.C. Menes regnò a Tini sotto Tebe. Tombe di re tiniti (I e II dinastia) nei pressi di Abydos sono state dissotterrate da Flinders Petrie.
Antico Regno, ca. 2686-2181 a.C., dinastie III-VI. La III e la IV dinastia segnarono l’epoca delle grandi piramidi e dei testi delle piramidi. Zoser (III dinastia) costruì la piramide a gradini di Saccara. Cheope, fondatore della IV dinastia, costruì la più grande delle piramidi a Gizeh (alta 150 m, 232 m per lato alla base, con l’occupazione di una superficie di più di 5 ettari. Chefrem, successore di Cheope, costruì la sfinge e la seconda grande piramide a Gizeh. I testi delle piramidi che trattano della vita futura dei re deceduti appartengono alla V e VI dinastia.
Primo periodo intermedio, ca. 2181-1991 a.C. Le dinastie VII-XI governarono a Menfi ed Eracleopoli, 125 km a S del Cairo. Questo fu un periodo di relativa debolezza. La visita di Abrahamo in Egitto avvenne durante questo periodo.
Medio Regno, ca. 1991-1786 a.C., XII dinastia. Fu governato da nativi tebani a Menfi e nel Fayum. Fu contemporaneo al periodo patriarcale in Palestina. Probabilmente in questo periodo Giuseppe divenne primo ministro. Giacobbe si trovò di fronte ad uno dei potenti governanti di questa stirpe, Amenemhet I-IV, o Sesostri I-III. Un’iscrizione sulla tomba di Khnumhotep II, un potente nobile di Sesostri II, descrive la visita di 37 asiatici sotto “lo sceicco della regione montuosa, Ibshe”, richiamando alla nostra mente la visita in Egitto di Abrahamo e di Giacobbe.
Secondo periodo intermedio, ca. 1786-1567, dinastie XIII-XVII. Il forte Medio Regno fu seguito da un periodo di disordini sotto le dinastie XIII e XIV, a cui successero gli Hyksos, “sovrani dei paesi stranieri”. Questi sovrani stranieri regnarono quasi 150 anni, dinastie XV e XVI, ad Avaris (Tanis) nel Delta. Introdussero cavalli e carri ed uno spirito bellicoso. Alcuni studiosi collocano il governo di Giuseppe in questo periodo.
Il Nuovo Regno, ca. 1567-1150 a.C., dinastie XVIII-XX. Fu il periodo in cui l’Egitto governò l’Oriente, l’apice della gloria faraonica. Fu il tempo della schiavitù degli Israeliti. Grandi faraoni di quest’epoca includono Amenhotep I (ca. 1546-1525), Tuthmosi I (ca. 1525-1512, Tuthmosi II (1512-1504), la regina Hatshepsut (ca. 1504-1482). In quest’epoca nacque Mosè. Tuthmosi III (ca. 1490-1436) fu un grande costruttore, conquistatore e schiavizzatore degli Israeliti, mentre Amenhotep II (ca. 1438-1425) fu probabilmente il faraone dell’Esodo. Sotto Tuthmosi IV si verificò un declino. Amenhotep III regnò nel 1417-1379 ca., chiamato il periodo di Amarna, seguito da Amenhotep IV (Akhenaton), ca. 1379-1362. La capitale fu Akhetaton (Tell El’Amarna). Le lettere di El’Amarna furono scoperte in questa capitale nel 1886. La ricca tomba di Tutankamen fu riportata alla luce nel 1922. Il periodo di El’Amarna fu forse contemporaneo al soggiorno di Israele nel deserto e alla conquista della Palestina.
Molti studiosi collocano l’Esodo e la Conquista sotto la XIX dinastia: Ramsete I (ca. 1319), Seti I (1318-1304), Ramsete II (ca. 1304-1237), Merneptah (ca. 1236-1222). Nella famosa stele di quest’ultimo, Israele viene menzionato per la prima volta nei documenti egiziani: “Il popolo di Israele è devastato, non ha più progenie”.
La XX dinastia (ca. 1200-1085) ebbe circa dieci re di nome Ramsete. Ramsete III (ca. 1198-1167) fu il più grande. La XX dinastia fu contemporanea al periodo dei Giudici in Israele. Le dinastie XXI-XXX segnarono il declino.
Le rovine di Tebe
Tebe (in egiziano Net, la biblica No, in greco Tebai), fu la capitale della potente XVIII dinastia e probabilmente venne costruita con il lavoro degli schiavi israeliti. Le sue rovine sul Nilo, 550 km a SE del Cairo, vicino i moderni villaggi di Luxor e Karnak sono impressionanti.
Il magnifico tempio di Ammone, a Karnak, è una delle meraviglie del mondo e vi si accede attraverso un viale di sfingi. Il suo grande cortile misura 84 m per 103 m ed è attraversato da una doppia fila di colossali colonne. Il grande vestibolo o ipostilo, lungo 366 m e largo 107 m, era sostenuto da 134 colonne disposte su 16 file, di cui la fila centrale era alta 24 m ed aveva una circonferenza di 10 m. Splendidamente dipinto e scolpito, è un luminoso esempio dell’abilità architettonica egiziana. Un altro tempio di Ammone, situato a Luxor, proprio a S di Karnak, fu eretto da Amenhotep III e i suoi successori.
Sulla riva destra del Nilo, vicino il villaggio odierno di Medinet Habu, c’è il palazzo di Amenhotep III, i due colossi di Memnon (alti 19,5 m), il Raamaseum, un tempio di Ammone costruito da Ramsete II, un tempio di Tuthmosi III, e molte altre splendide rovine. Ammone (Ammon Ra) era il dio sole, con un potente culto concentrato a Tebe e contro cui si ribellò Akhenaton quando costruì El’Amarna.
Raamses (Tell el-Dab’a) era chiamata Pi-Ràamesé (casa di Ramsete, ca. 1300-1100 a.C.).
Il riferimento a questa città in Esodo 1:11 deve essere interpretato come la modernizzazione del nome arcaico di Tsoan-Avaris, dove secoli prima gli Israeliti oppressi lavorarono nella capitale degli Hyksos, costruita nel 1820 ca. a.C.
Prove archeologiche a conferma della Bibbia
elementi citati dalle ricerche di Bryant Wood e di altri ricercatori
Nota del curatore: come riportato nell’indice di questa sezione del sito, le conferme storiche o archeologiche possono essere d’aiuto a quanti di noi si confrontano con discussioni su determinate questioni, e questo è l’unico scopo dello studio che segue; la nostra fede tuttavia non si fonda sulle conferme che abbiamo dalla scienza, ma sulla conoscenza che ciascuno di noi ha di Dio per lo Spirito Santo, dal giorno in cui Lo abbiamo conosciuto nella nostra vita.
Quelli che seguono sono solo alcuni esempi dei numerosi reperti archeologici che hanno confermato l’autenticità della narrazione e degli eventi della Sacra Bibbia.
Le prove sono così schiaccianti che il rinomato archeologo Nelson Glueck ha dichiarato: “Si può affermare categoricamente che nessuna scoperta archeologica abbia mai contraddetto i riferimenti biblici”. Huston Smith, uno studioso, ha giustamente affermato che se i canoni rigorosi impiegati per verificare l’affidabilità storica della Bibbia fossero stati applicati anche agli studi classici, la nostra visione del mondo Greco-Romano oggi sarebbe in frantumi.
Relativamente all’Antico Testamento, l’evento biblico maggiormente documentato è quello del diluvio descritto nella Genesi. Il racconto del diluvio si trova in più di 500 miti, nelle diverse civiltà, in popoli lontani geograficamente e culturalmente.
Di particolare rilevanza sono i ritrovamenti Babilonesi, Sumeri, e Assiri. Molti di quelli Babilonesi ne parlano con dovizia di particolari; un esempio è l’undicesima tavoletta del poema epico su Gilgamesh, che descrive accuratamente gli eventi secondo lo schema biblico (si veda anche questo documento).
La scoperta dell’archivio di Ebla, nel nord della Siria, verso la fine degli anni 1970 ha dimostrato che il racconto biblico che riguarda i Patriarchi è attendibile. I documenti scritti su tavole di creta a partire dal 2300 a.C. circa confermano che diversi nomi di persone e di luoghi nella narrativa della Genesi sono autentici. Ad esempio, era in uso ad Ebla il nome “Canaan”, che un tempo i critici dichiaravano non usato in quell’epoca e quindi adoperato a sproposito nei primi capitoli della Bibbia. Si affermava che la parola “tehom” (“l’abisso”) in Genesi 1:2 fosse una parola tardiva e quindi una prova della tarda composizione del racconto della Creazione. Ma “tehom” faceva parte del vocabolario in uso ad Ebla, circa 800 anni prima del tempo di Mosè! I costumi antichi riflessi nelle narrative dei Patriarchi sono stati confermati anche da tavole di creta rinvenute a Nuzi e a Mari.
Le “cinque città della pianura”, citate nella Bibbia, fra cui Sodoma e Gomorra (il cui nome attuale è Bab edh-Dhra e Numeira) e altre città della valle di Siddim, erano iscritte su una tavoletta dell’archivio del palazzo di Ebla addirittura nella stesso ordine di Genesi 14:2. “La distruzione catastrofica di Sodoma e Gomorra avvenne verosimilmente intorno al 1900 a.C.” – scrive nel 1951 lo scienziato americano Jack Finegan. “Un minuzioso esame dei documenti letterari, geologici ed archeologici porta alla conclusione che la scomparsa terra di quella regione (Genesi 19:29) era situata nel territorio attualmente sommerso sotto le acque che vanno lentamente crescendo nella parte meridionale del Mar Morto, e che la causa della distruzione fu un grande terremoto, probabilmente accompagnato da esplosioni e da fulmini, dallo sprigionamento di gas e da fenomeni ignei”. Intorno al 1900 a.C.: l’epoca di Abramo!
Inoltre, nel settembre del 1977 in un numero di “Scientific American” apparve un articolo delle scoperte fatte ad Ebla. Vi si legge: “La lista delle “cinque città della pianura”, Sodoma, Gomorra, Adma, Tseboim e Bela (cfr. Genesi 14:2), è ripetuta in un testo di Ebla e i nomi appaiono nello stesso ordine”. Due mesi dopo, in una conferenza, il prof. Noel Freedman, direttore dell’Istituto di Ricerca Archeologica di Gerusalemme W.F. Albright, confermò la notizia. Fu reso noto perfino il numero della tavoletta (n° 1860) che menziona le cinque città nello stesso ordine di Genesi cap. 14. Nelle tavolette era anche menzionato anche il re Birsha, lo stesso nome che il re di Gomorra aveva nel tempo di Abrahamo (Genesi 14:2). Si potrebbe dire molto di più su questa sensazionale scoperta che, via via che le tavolette sono lette dall’epigrafista, fornisce costantemente nuove rivelazioni (le tavolette ritrovate nelle rovine del palazzo di Ebla che nel 1975 erano circa 15.000, salirono poi a circa 20.000 durante gli scavi del 1976-77).
Gli Hittiti (o Ittiti, o Hittei) una volta si pensava fossero una leggenda biblica, fino a quando nel 1906 la loro capitale e i loro archivi furono scoperti a Bogazkoy in Turchia.
Ancora, molti pensavano che le descrizioni bibliche delle ricchezze di Salomone fossero fortemente esagerati. Ma i documenti recuperati da epoche remote mostrano che ai tempi antichi, la ricchezza era concentrata in mano ai re, e che la ricchezza di Salomone era perfettamente verosimile.
Una volta, si pretendeva che non fosse mai esistito un re assiro di nome Sargon, come riferito in Isaia 20:1, perché tale nome non era noto da nessun’altra fonte. Poi il palazzo di Sargon fu scoperto a Khorsabad nell’Iraq. Proprio lo stesso evento menzionato in Isaia cap. 20, cioè la sua conquista di Asdod (Ashdod), veniva ricordato sulle pareti del palazzo! Inoltre, frammenti di una stele che commemorava la vittoria furono rinvenuti ad Asdod stessa.
Gli scavi della biblica Sichem presentarono nel 1960 nuove prove a favore di una data per il regno del re Abimelec, il figlio del giudeo Gedeone. Quando si scavò il tempio di Baalberith a Sichem, menzionato in Giudici cap. 9, gli archeologi furono in grado di datare la distruzione di quel tempio da parte di Abimelec. Tale data era in accordo con quella del breve regno di tre anni di Abimelec a cui si era già arrivati esclusivamente sulla base dei dati cronologici trovati nella Bibbia.
Un altro re la cui esistenza era stato messo in dubbio era Baldassar (o Belshatsar), re di Babilonia, nominato in Daniele cap. 5. Secondo gli storiografi, l’ultimo re di Babilonia era stato Nabonide. Poi furono ritrovate delle tavole che mostravano che Baldassar fu il figlio di Nabonide e che regnò come suo co-reggente a Babilonia. Così, Baldassar poté offrire di costituire Daniele “terzo signore del regno” (Dan. 5:16), la posizione più elevata a disposizione, per essere riuscito a leggere il testo scritto sulla parete. Qui risalta la natura di “testimonianza oculare” del testo biblico, come tante volte viene messo in evidenza dalle scoperte archeologiche.
Coerenti con la narrazione biblica sono anche un antico elenco di re Sumeri (il prisma Weld-Blundell, composto da molti frammenti il primo dei quali fu scoperto nel 1906 a Nippur, in Iraq), e una tavoletta sumera che descrive la confusione risultante dall’evento della Torre di Babele, attribuendola al “dio della sapienza”.
Nel secolo scorso scavi hanno portato alla luce i resti di una grande città. Lo storico W. Keller riepiloga così i risultati: “Nel 1899 la Società Orientale Tedesca inviò una grossa spedizione sotto la direzione del Professor Robert Koldewey, per esaminare i famosi resti di Babil. Gli scavi richiesero molto più tempo del previsto. Durante un periodo di 18 anni, fu portata alla luce la più famosa metropoli del mondo antico, il regno di Nabucodonosor, e al tempo stesso, una delle Sette Meraviglie del Mondo, i Giardini Pensili, e “E-temen-an-ki”, la leggendaria Torre di Babele. Nel palazzo di Nabucodonosor e sul Cancello di Ishtar, che si trovava dietro di esso, furono scoperte innumerevoli iscrizioni” (W. Keller, The Bible as History, 1980, p. 302).
La cattività di Ioiachin, re di Giuda, in Babilonia (2 Re 24:15-16) è riportata in alcune tavolette in cuneiforme contenenti la cronaca dei primi anni di regno di Nabucodonosor. Esse si riferiscono alla presa di Gerusalemme, alla sua cattività e all’intronamento di Sedekia, l’ultimo re di Giuda, il 16/17 marzo del 697 a.C. (riferito al nostro calendario).
La dinastia del re Davide è confermata dalle iscrizioni in aramaico su una tavoletta commemorativa rinvenuta a Tel Dan (a nord di Israele), datata IX secolo a.C., probabilmente parte di un monumento ad Hazael, re di Aram. La tavoletta cita diversi eventi registrati nel primo libro dei Re.
La campagna del faraone Shishak contro Israele (1 Re 14:25-26) è riportata sulle mura del Tempio di Amun a Tebe, in Egitto.
La rivolta di Moab contro Israele (2 Re 1:1; 3:4-27) è descritta nell’iscrizione di Mesha.
La caduta di Samaria (2 Re 17:3-6, 24; 18:9-11) per mano di Sargon II, re d’Assiria, è descritta sulle mura del suo palazzo.
La sconfitta di Ashdod per mano di Sargon II (Isaia 20:1) è descritta sulle mura del suo palazzo.
La campagna del re assiro Sennacherib contro Giuda (2 Re cap. 18 e 19; 2 Cronache 32; Isaia 37) è riportata dal prisma Taylor, e nelle diverse stele biografiche di Tirhaka in Nubia.
L’assedio di Lachish da parte di Sennacherib (2 Re 18:14,17) è descritto nei bassorilievi di Lachish.
L’assassinio di Sennacherib per mano dei suoi stessi figli (2 Re 19:37) è descritto negli annali di suo figlio Esarhaddon.
La caduta di Ninive predetta dai profeti Nahum e Sofonia (2:13-15) è riportata sulla tavoletta di Nabopolasar.
La caduta di Gerusalemme per mano di Nabucodonosor, re di Babilonia (2 Re 24:10-14) è riportata nelle cronache Babilonesi.
La caduta di Babilonia sotto i Medi e i Persiani (Daniele 5:30-31) è riportata sul cilindro di Ciro.
La narrazione biblica sul profeta Balaam è confermata dalle iscrizioni su 119 frammenti rinvenuti a Deir ‘Alla.
Nel 1868 fu rinvenuta una tavoletta Moabita. Clearmon-Ganneau ne prese l’impronta prima che gli arabi la rompessero in più parti per venderla. L’iscrizione convalida il contenuto del capitolo 16 del primo libro dei Re e del capitolo 3 del secondo libro dei Re. Essa cita anche il nome (Yahweh) con cui Dio si fece conoscere a Israele in Esodo.
La liberazione degli schiavi in Babilonia per mano di Ciro il Grande (Esra 1:1-4; 6:3-4) è riportata sul cilindro di Ciro.
L’obbligo di lasciare Roma per tutti i Giudei durante il regno di Claudio (41-54 d.C.) è riportato da Svetonio.
La scoperta di un grosso altare di pietra fornito di corna, negli scavi di Beer-Seba nel 1973 fece luce su due versetti del libro del profeta Amos (5:5 e 8:14) che sembravano suggerire che in quella città esistesse un santuario.
La distruzione di Tiro, famoso porto fenicio dell’antichità noto per il culto orgiastico e crudele di Baal, fu profetizzata nei minimi dettagli (Ezechiele 26:3-14) dal profeta Ezechiele nel 586 a.C., l’anno che precedette la sua caduta.
L’esistenza di Gesù Cristo è riportata anche dal Talmud Babilonese e da diversi autori non cristiani, tra cui Giuseppe Flavio, Svetonio, Plinio il Giovane, Luciano, e altri, che confermano anche eventi come quello della crocifissione e la vita dei primi cristiani.
NOSTRO COMMENTO: le prove archeologiche, in effetti, indicano l’attendibilità degli avvenimenti bibblici. Ovviamente ognuno è libero di pensare quello che vuole.
Le profezie bibliche sul Messia
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i seguenti tre capitoli sono stati tratti dal libro “Profezia messianica” di Roger Liebi
Introduzione
Per potersi occupare, nei particolari, della profezia messianica, devono essere esposte, dapprima, alcune considerazioni sulla formazione dell’Antico Testamento (AT) e sulla sua trasmissione fino a noi.
L’AT fu scritto in uno spazio di tempo oltrepassante i 1100 anni; cioè dal tempo di Mosè, 1500 avanti Cristo (a.C.) circa, fino al tempo del profeta Malachia, 420 a.C. circa.
Leggendo l’AT suscitano profonda impressione il desiderio e l’attesa ardenti di un futuro Salvatore, l’Unto, il Messia (= il Re consacrato dall’unzione sacra), che doveva eliminare i problemi di fondo dell’umanità e stabilire una giustizia eterna. Questo Messia promesso viene descritto fin nei minimi particolari negli scritti dell’AT. Però, meraviglia trovare in molti libri dell’AT dichiarazioni concernenti un «Messia sofferente», che doveva essere odiato, respinto e ucciso in modo crudele dal suo stesso popolo, mentre egli soffrirebbe per i peccati di molti. D’altra parte, l’AT parla di un «Messia trionfante», che alla sua venuta, deve instaurare un glorioso regno di pace per il mondo intero. L’apparente paradosso è di facile soluzione, se si pensa che queste due descrizioni differenti illustrano due apparizioni del medesimo Messia, ma concernono eventi distinti per tempi diversi.
Le profezie del «Messia trionfante» concernono ancora l’avvenire; mentre quelle del «Messia sofferente» hanno avuto già nel passato il loro pieno adempimento.
Si tratta, al riguardo, di più di 330 profezie assai esatte ed estremamente differenziate. Nelle prossime pagine verrà dimostrato irrefutabilmente e su basi storiche, che tali profezie si sono adempiute letteralmente in Gesù di Nazaret, personaggio storico. Ma prima deve essere esposto come risulti davvero impossibile che queste profezie siano falsificazioni inserite in epoca posteriore.
Negli anni 1947 e seguenti, furono scoperti, in numerose grotte di Qumran, sul Mar Morto, manoscritti biblici, che hanno sollevato indicibile meraviglia in tutto il mondo. Questi manoscritti, che in parte risalgono ad anni precedenti l’era cristiana, contengono tutti i libri dell’AT, ad eccezione del libro di Ester. Poiché una gran parte delle profezie messianiche si trova nel libro del veggente Isaia, la scoperta di un rotolo completo di questo profeta assunse la massima importanza. Il testo è scritto su pergamena di pelle di capra, in ebraico non vocalizzato. Il rotolo, composto di 15 pezzi di pelle cuciti insieme, è lungo 7,34 metri e largo 26 centimetri. Il suo straordinario grado di conservazione è davvero sensazionale.
Il professor Andre Lamorte scrive a proposito dell’età di questo testo: «Il rotolo completo di Isaia è considerato oggi, e definitivamente, copiato prima dell’era cristiana. I pareri degli esperti in materia di datazione variano, generalmente, fra l’inizio del 1° secolo e la fine del 2° secolo a.C.»1
Poiché tutte le profezie messianiche del libro di Isaia si trovano in questo rotolo, è assolutamente impossibile dubitare della loro genuinità.
Ora questo rotolo si trova in possesso del giovane Stato di Israele. Esso fu pure fotografato in grandezza naturale e pubblicato per intero. Perciò, in tal forma è ora accessibile ad ogni interessato, nel libro «Scrolls from Qumran Cave I»2.
La genuinità delle profezie messianiche negli altri libri dell’AT, può essere altresì dimostrata con i manoscritti del Mar Morto. Frank Moore Cross scrive nel suo libro «L’antica biblioteca di Qumran e la scienza biblica», che il ritrovamento dei manoscritti di Qumran rende impossibile ritenere un qualsiasi libro dei profeti anteriori o dei posteriori (per tacere del tutto del Pentateuco) scritto più tardi dei primi anni del 2° secolo a.C.3. Dei profeti anteriori fanno parte i libri di Giosuè, Giudici, 1. e 2. Samuele e 1. e 2. Re; dei profeti posteriori i libri di Isaia, Geremia, Ezechiele, Osea, Gioele, Amos, Abdia, Giona, Michea, Nahum, Habacuc, Aggeo, Zaccaria e Malachia. Il Pentateuco comprende i cinque libri di Mosè. Con ciò appare in modo lampante che nessun passo di questi libri può essere ancora messo in dubbio. Poiché in seguito verranno richiamate anche molte profezie messianiche contenute nei Salmi, deve essere attirata l’attenzione segnatamente sul ritrovamento del manoscritto di un salterio risalente al 2° secolo a.C.4
Del libro del profeta Daniele sono venuti alla luce numerosi frammenti. Per mezzo della paleografia, un manoscritto della grotta IV è stato datato alla fine del 2° secolo a.C.4a
Oltre a questi ritrovamenti di manoscritti, vi è ancora un’altra prova della genuinità delle profezie messianiche: l’esistenza della traduzione alessandrina dell’AT. Verso il 285 a.C, il re egizio Tolomeo Filadelfio ordinò una versione integrale dell’AT in greco. Secondo la tradizione, hanno lavorato a questa trasposizione 72 studiosi ebrei, per cui essa porta anche il nome di Septuaginta (LXX) o dei Settanta. L’ebreo Aristobulo scrisse ai primi del 2° secolo a.C. che la traslazione della Legge in greco fu completata regnando Tolomeo Filadelfio.5 L’espressione «Legge» indica i cinque libri di Mosè, ma può anche servire a indicare tutto l’AT.6 Secondo la testimonianza di Aristobulo è possibile che questa versione dell’intero AT fosse disponibile già alla fine del 3° secolo a.C. Ad ogni modo è sicuro che era terminata già prima del 130 a.C, giacché dal prologo del libro apocrifo detto Siracide o Ecclesiastico, compilato in detta epoca, risulta chiaramente, che allora la versione dei Settanta era terminata in ogni sua parte. Vi si legge infatti: «Le cose dette in ebraico non hanno la medesima forza quando sono tradotte in altra lingua. E non solamente questa opera, ma anche la stessa legge, i profeti e il resto dei libri conservano un vantaggio non trascurabile nel testo originale.»7 L’espressione «la legge, i profeti e il resto dei libri» viene usata quando si vuol far risaltare specialmente che si intende tutto l’AT. Ancor oggi si dispone della versione alessandrina. Ora, se l’intero AT è stato già tradotto dall’ebraico in greco almeno nel 2° secolo a.C, come sarebbero potute essere state falsificate in esso le profezie messianiche?
Per poter affermare l’adempimento delle profezie messianiche, è a disposizione un notevole numero di fonti storiche. Grande importanza deve essere attribuita allo storico ebraico Giuseppe Flavio – dal 37 al 100 dopo Cristo (d.C.) – poiché nelle sue due opere «De bello Judaico» e «Antiquitates Judaicae» scrive molto sulla storia ebraica dal 175 a.C. al 70 d.C. Anche le fonti e le testimonianze di Tacito (55 – circa 118 d.C.), Tallo (verso il 52 d.C), Tertulliano (2° secolo d.C), Cassio Dione (2./3° secolo d.C), Giulio Africano (3° secolo d.C.) e del Talmud ebraico devono essere tenute di conto, la più grande importanza deve, però, essere attribuita, senza alcun dubbio, agli scritti del Nuovo Testamento (NT). Secondo Kurt Aland, dirigente dell’Istituto tedesco-occidentale per lo studio del testo del Nuovo Testamento, con sede a Miinster, il NT è stato trasmesso con quasi 5300 manoscritti greci.8 A questi vanno aggiunti poi circa 9000 manoscritti delle vecchie traduzioni e decine di migliaia di citazioni della Bibbia fatte dai cosiddetti Padri della Chiesa. Questi testi garantiscono la trasmissione fedelissima del NT. La differenza temporale fra la prima stesura originale e i più antichi manoscritti tramandati comporta solo 35-250 anni (per i classici greci e latini questa differenza comporta, di regola, 900-1300 anni, e tuttavia a nessuno verrebbe in mente di mettere in dubbio, per tal motivo, la loro fidatezza, sebbene essi poggino su una base testuale enormemente più esile).
Dei quattro Evangeli, tre furono scritti ancor prima della distruzione di Gerusalemme (70 d.C): si tratta di Matteo, Marco e Luca. Dopo la loro compilazione, questi Evangeli hanno avuto una diffusione rapida e forte. Se alcuni fatti illustrati in detti Evangeli non fossero stati consoni alle realtà storiche, la contraddizione sarebbe stata immediatamente sfruttata da parte ebraica contro il cristianesimo sorgente. Ma poiché i fatti storici riportati negli Evangeli non erano in alcun modo contestabili, la lotta contro i cristiani consistè anzitutto nella persecuzione fisica. Del resto è impensabile che uomini alla guida del giudaismo contemporaneo, come Nicodemo, un membro del Sinedrio, Saulo di Tarso, o Apollo, dottore della legge nato in Alessandria, si facessero cristiani, se questi ultimi avessero allora cercato di sostenere la loro fede con fatti erronei, assurdi, menzogneri o pseudostorici!
Gli scritti del NT, che furono tutti compilati fra il 32 e il 96 d.C. circa, sono, quindi, di grandissima attendibilità.
Contro la profezia messianica viene spesso opposto l’argomento, che il suo adempimento sarebbe dovuto solo al caso. Ricorrendo al calcolo delle probabilità, questa opinione può essere facilmente controbattuta. Se per l’adempimento di una profezia si assume la probabilità 1:2 (in realtà, però, essa è minore di molto), ne risulta per l’adempimento di 50 profezie una probabilità di 1:1125000000 000000000, cioè esattamente una possibilità su 2a casi (due elevato ad a). Ma poiché per le predizioni messianiche si tratta dell’adempimento di più di 330 profezie, ne risulterebbe per tante previsioni la probabilità di 1:2,187 x 1099! La grandezza di questa cifra non è più rappresentabile; ma se si pensa che l’intero universo conosciuto, con un raggio che è stato valutato a 5 miliardi di anni luce, dovrebbe contenere «solo» 1080 elettroni, si ha almeno una possibilità di paragone molto interessante. Da questo si vede che per le profezie messianiche non si può parlare di adempimento dovuto al caso.9
Per concludere, devono essere dette ancora alcune cose fondamentali sulla natura delle profezie messianiche, cose di cui bisogna tener conto:
1. Le profezie messianiche non si trovano solo nei profeti ma anche nella Legge di Mosè e negli altri scritti dell’AT.
2. Si deve fare una differenza fra le profezie in cui: a) Dio parla del suo Messia; b) uomini parlano del Messia, o c) parla il Messia stesso.
3. Molte profezie dell’AT sono scritte non solo col tempo futuro ma anche usando il perfetto o il passato remoto, per accentuare così la sicurezza dell’adempimento di tali profezie. Si tratta esattamente del cosiddetto «perfetto profetico». Questa espressione è un terminus technicus particolare alla grammatica ebraica.9a
4. Il «Messia sofferente» e il «Messia trionfante» possono essere trovati in un solo e medesimo passo dell’AT.
5. L’autore della profezia messianica è JAHWE, il Dio della Bibbia. Il suo nome significa COLUI CHE E’ ETERNO o COLUI CHE NON MUTA. Si tratta quindi sempre della designazione dell’Essere per eccellenza e in senso assoluto. Egli non è sottoposto ai mutamenti di passato, presente e futuro, perciò potè, con la sua prescienza delle cose future, far conoscere l’avvenire ai suoi profeti in modo infallibile.
La libera volontà e la libertà di decisione dell’uomo, e la sua correlativa responsabilità, non vengono escluse a causa della profezia messianica, giacché JAHWE non le ha predestinate, ma esclusivamente preconosciute. Perciò la Bibbia parla della «prognosi» di Dio (vedasi 1 Pietro 1:2 e anche Romani 8:29), cioè della prescienza, della preconoscenza di Dio.
6. Il NT mostra che tramite la profezia messianica può essere «dimostrato», nel vero senso della parola, che Gesù di Nazaret è il Messia preannunciato. Negli Atti degli Apostoli 9:22 è detto di Paolo e in Atti degli Apostoli 18:28 di Apollo, che essi hanno applicato nei confronti degli Ebrei questo tipo di dimostrazione della fede cristiana. Nel primo caso viene usata nel testo originario la parola «symbibazo» e nel secondo la parola «deiknymi». «Symbibazo» indica una dimostrazione tramite conclusioni logiche tratte da una quantità di materiale apportato a prova. «Deiknymi» designa una prova fatta con una esposizione evidente e chiara dei motivi di dimostrazione.
Non potrà mai essere accentuato abbastanza che nessuna religione diversa dal cristianesimo biblico conosce un tale genere di dimostrazione probante!
Primo capitolo
Il momento della venuta del Messia
1. Le settimane d’anni del profeta Daniele
Il nono capitolo del profeta Daniele è di grande importanza per la profezia biblica. In tale capitolo viene nominato il momento esatto della venuta del Messia, dell’Unto, come Capo.
Il significato dell’espressione «Settimane d’anni»
La parola «Shabua» usata in ebraico corrisponde esattamente alla parola «Eptade». Essa designa una «Composizione di sette» o una «Unità di sette».
Nel contesto di Daniele 9, questa parola «Shabua», che altrimenti indica anche una settimana di sette giorni, può avere solo il significato di una «Eptade di anni».
Per gli Ebrei del AT contare in settimane d’anni non era affatto cosa nuova. Già nella Legge di Mosè, Dio ordinò al popolo di Israele di contare con un ciclo di settimane d’anni. Ogni sette anni, la terra doveva essere lasciata incoltivata, e ogni sette volte sette anni, doveva essere celebrata la festa del giubileo (vedasi Levitico 25:1-7, 8-13).
Fondo storico
Negli anni 606 a.C. e seguenti, il re Nebucadnetsar menò i Giudei in cattività a Babilonia. Gerusalemme, la città magnifica, fu completamente distrutta, il tempio di Dio e i palazzi furono rasi al suolo o incendiati (vedasi 2. Cronache 36).
L’esilio dei Giudei durò settanta anni, come aveva predetto Geremia (Geremia 25:11-12). Daniele si trovò allora pure fra i deportati e operò in tal tempo come profeta.
La data del decreto della ricostruzione di Gerusalemme.
Dal primo verso del nono capitolo di Daniele risulta, che la seguente profezia in vista del Messia risale all’anno 536 a.C. (I anno di regno del sovrano dei Medi Dario, figlio di Assuero (= ca. 536 a.C), un tempo quindi in cui Gerusalemme giaceva distrutta.
Nei versi 25 e 26 si legge: «Sappilo dunque, e intendi! Dal momento in cui è uscito l’ordine di restaurare e riedificare Gerusalemme fino all’apparire di un Unto (Messia), di un Capo, vi sono sette settimane e sessantadue settimane. Essa sarà restaurata e ricostruita, piazze e mura, ma in tempi angosciosi. Dopo le sessantadue settimane, un Unto sarà soppresso, nessuno sarà per lui. E il popolo d’un capo che verrà, distruggerà la città e il santuario …» (Versione Elberfeld in tedesco; Diodati e altre).
Per dare all’esattezza di questa citazione di Daniele ancora maggior peso, riportiamo questa profezia anche in una traduzione letterale dall’ebraico:
«VETDA’
VETASKEL
MIN
MOZA
DABAR
LEHASHIB
VELIBNOTH
JERUSHALAJIM
‘AD
MASHIACH
NAGID
SHABU’IM
SHIB’AH
VESHAVUIM
SHISHSHIM
USHENAJIM
TASHUB
VENIBNETAH
RECHOB
VECHARUZ
UBEZOQ
HA’ITTIM
VE’ACHARE
HASHSHABU’IM
SHISHSHIM
USHENAJIM
JIKKARET
MASHIACH
VE’EN
LO.
VEHA’IR
VEHAQQODESH
JASH’CHIT
‘AM
NAGID
HABBA» «Sappilo dunque
e intendi!
Dal momento
in cui è uscito
l’ordine
di restaurare
e riedificare
Gerusalemme
fino all’apparire
di un Unto (Messia),
di un Capo,
vi sono settimane
sette
e settimane
sessanta
due.
Essa sarà restaurata
e ricostruita,
piazze
e mura,
ma in angosciosi
tempi.
Dopo
le settimane
sessanta
due
sarà soppresso
un Unto (Messia),
nessuno
sarà per lui.
E la città
e il santuario
distruggerà
il popolo
d’un capo
che verrà.»
Dal momento in cui sarà uscito l’ordine di restaurare e riedificare la città, fino al momento in cui deve apparire l’Unto, il Capo, devono trascorrere 69 settimane di anni (483 anni).
In Neemia 2:1-8 viene descritta esattamente l’emanazione di questo decreto che è di grande importanza per la storia del popolo di Israele:
«L’anno ventesimo del re Artaserse, nel mese di Nisan, come il vino stava dinanzi al re, io presi il vino e glielo porsi. Or io non ero mai stato triste in sua presenza. E il re mi disse: Perché hai l’aspetto triste? Eppure non sei malato; non può essere altro che un’afflizione del cuore. Allora io ebbi grandissima paura, e dissi al re: Viva il re in eterno! Come potrebbe il mio aspetto non essere triste quando la città dove sono i sepolcri dei miei padri è distrutta e le sue porte son consumate dal fuoco? E il re mi disse: Che cosa domandi? Allora io pregai l’Iddio del cielo; poi risposi al re: Se così piace al re e il tuo servo ha incontrato favore agli occhi tuoi, mandami in Giudea, nella città dove sono i sepolcri dei miei padri, perché io la riedifichi. E il re che avea la regina seduta allato, mi disse: Quanto durerà il tuo viaggio? e quando ritornerai? La cosa piacque al re, ei mi lasciò andare, e io gli fissai un termine di tempo. Poi dissi al re: Se così piace al re, mi si diano delle lettere per i governatori d’oltre il fiume affinchè mi lascino passare ed entrare in Giudea, e una lettera per Asaf, guardiano del parco del re, affinchè mi dia del legname per costruire le porte del castello annesso alla casa dell’Eterno, per le mura della città, e per la casa che abiterò io. E il re mi diede le lettere, perché la benefica mano del mio Dio era su me.»
La data del decreto di ricostruzione risulta da Neemia 2,1: «L’anno ventesimo del re Artaserse, nel mese di Nisan.» Il re Artaserse I Longimano regnò dal 465 al 423 a.C. L’anno ventesimo del suo regno corrisponde all’anno 445 a.C. Il mese di Nisan cade, così come noi contiamo il tempo, nei mesi di marzo/aprile.
Perciò, per gli Ebrei dell’AT, il passo di Daniele 9 aveva il seguente significato:
Dalla data del decreto di ricostruzione di Gerusalemme (marzo/aprile 445 a.C), devono essere contati 483 anni, e quindi apparirebbe il Capo, l’Unto, il Messia. Perciò ora deve essere ricercata la data esatta in cui Gesù fece la sua apparizione di Capo in Israele (giacché questo punto è evidenziato in Daniele 9:25).
La data dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme
Al suo ingresso in Gerusalemme, Gesù fu festeggiato dal popolo ebraico come re e Messia. Gesù cominciò il suo servizio pubblico nel 15. anno di regno dell’imperatore Tiberio (vedasi Luca 3,1). L’imperatore Tiberio regnò dal 14 al 37 d.C. Quindi il 15. anno del suo regno fu il 29 d.C. L’attività pubblica di Gesù durò tre anni circa. In Giovanni 2:13; 6:4; 11:55 è scritto di tre feste di Pasqua, alle quali Gesù prese parte. Luca 13:7 parla direttamente dei tre anni della sua missione pubblica.
Giovanni 12:1 dice che Gesù venne a Betania sei giorni prima della Pasqua dei Giudei (nell’anno 32 d.C). I versi 12 e seguenti riportano che l’ingresso di Gesù in Gerusalemme, durante il quale egli fu festeggiato come Capo, ebbe luogo il giorno seguente. Il quinto giorno prima della Pasqua dei Giudei cade perciò secondo il calendario ebraico nel mese di Nisan dell’anno 32 d.C. (la Pasqua dei Giudei ricorreva sempre nel mese di Nisan). Così sono noti i punti, iniziale e finale, delle 69 settimane d’anni: l’anno 445 a.C. (marzo/aprile) e l’anno 32 d.C. (marzo/aprile).
Durata delle 69 settimane d’anni
L’anno profetico dura nella Bibbia 360 giorni9b, (vedasi Apocalisse 11:3 e Apocalisse 12:14, dove 3 anni e mezzo corrispondono a 1260 giorni. Quindi un anno biblico ha 360 giorni). Così le 69 settimane di anni corrispondono a 173880 giorni (69x7x360). Questo periodo di tempo doveva quindi trovarsi fra le suddette date. Se adesso si pone mente al fatto, non troppo noto, che nella storia, al contrario dell’astronomia, non vi è un anno zero (fra 1′ 1 prima e 1′ 1 dopo Cristo vi è solo un anno), non è più difficile costatare che fra marzo/aprile 445 a.C. e marzo/aprile 32 d.C, vi sono esattamente i 173880 giorni.
Conseguenze
La profezia di Daniele 9 ha trovato adempimento in modo sorprendentemente esatto. E questa è solo una di almeno 330 profezie! Naturalmente ad una tale esattezza fa riscontro sempre lo scetticismo. Ma non si dovrebbe incorrere con Daniele 9 nello stesso errore in cui cadde il neoplatonico Porfirio (300 d.C), il quale nel suo 12° libro contro i cristiani dichiarò che il capitolo 11 del profeta Daniele era falso, asserendo che conteneva profezie troppo esatte.
Conferma storica della profezia biblica
Se si volesse porre in dubbio la profezia di Daniele 9, poiché il testo stesso, come pure la data del decreto della ricostruzione di Gerusalemme non possono essere attaccati (ritrovamenti a Qumran e traduzione dei Settanta), sarebbe possibile farlo solo se fosse falsa la data dell’apparizione di Gesù in Israele. Ma da più fonti extrabibliche risulta chiaramente che Gesù visse al tempo dell’imperatore Tiberio e del procuratore romano Ponzio Pilato, e nello stesso tempo morì (26-36 d.C). Tacito, un grande storico romano, riporta nei suoi Annali (XV,44): «…persone, che dal popolo minuto vengono detti Cristiani. Il nome è in relazione con <Cristo> il quale fu giustiziato come malfattore dal procuratore Ponzio Pilato, sotto il regno di Tiberio.»10
Nella sua opera «Antichità giudaiche», Giuseppe Flavio scrive: «In tal tempo apparve Gesù, un uomo sapiente… E dopo che Pilato l’ebbe condannato a morte, su istigazione dei nostri propri capi…»11
E Tertulliano afferma nell’Apologia 5,2: «Quindi Tiberio, al tempo del quale fece la sua comparsa il nome di Cristiani, rapportò su…»12
Da queste testimonianze risulta chiaramente che Gesù fece la sua comparsa in Israele fra il 26 e il 36 d.C. Dall’anno 445 a.C. fino al periodo del 26-36 d.C, le 69 settimane d’anni si inseriscono esattamente. Anche se si tien presente la possibilità di una certa inesattezza delle cifre degli anni, che noi abbiamo tratto dalla letteratura specializzata in materia, risulta tuttavia chiaro che le settimane di anni dette da Daniele si inseriscono precisamente nel tempo da Artaserse a Tiberio. Daniele 9 ha trovato adempimento!
A complemento
La suddivisione delle settimane di anni
Ci si chiede a ragione perché le 69 settimane di anni siano suddivise in 7 e 62 settimane di anni. La spiegazione è la seguente: le prime 7 settimane di anni (49 anni) si riferiscono alla durata del tempo della ricostruzione di Gerusalemme, di cui in Daniele 9:25 è detto: «sarà ricostruita piazze e mura, ma in tempi angosciosi.»
Le restanti 62 settimane di anni cominciarono immediatamente dopo il compimento della ricostruzione di Gerusalemme.
Questo fatto è molto importante. Poiché come si potrebbe sapere altrimenti che col decreto di ricostruzione di Daniele 9 è inteso quello di Artaserse e non quello di Ciro dell’anno 536 a.C.? (vedasi Isaia 44:28; Esra 1). Daniele 9 dice che nei primi 49 anni seguenti il decreto, che è qui inteso, la città di Gerusalemme dovrà essere ricostruita. Ciò avvenne con Artaserse, ma non con Ciro. Così l’Ebreo dell’AT poteva sapere chiaramente che doveva cominciare a contare dal decreto dell’anno 445 a.C per giungere alla venuta del Messia.
L’affermazione di Daniele 9:26
In Daniele 9:26 si legge che dopo le 69 settimane di anni il Messia «sarà soppresso, nessuno sarà per lui». Ma non vien detto quanto tempo dopo. Tuttavia è noto che Gesù fu crocifisso pochi giorni dopo essersi presentato come Capo.
Spiegazione dell’espressione «Il popolo d’un capo che verrà»
L’espressione «Il popolo d’un capo che verrà» si riferisce ai Romani, che effettivamente in seguito alla crocifissione di Gesù distrassero la città e il tempio di Gerusalemme. Questo fatto avvenne nel 70 d.C.
Una testimonianza oculare in merito si trova nel libro «De bello Judaico» scritto dallo storico Giuseppe Flavio.
Il noto rabbino Salomone Jarchi (1070-1105), conosciuto col nome di Raschi, estensore di un commento a 23 trattati del Talmud e all’intera Bibbia (AT) disse, ma non lui solo12a, che in Daniele 9 sono preannunciati dolori che il popolo giudaico aveva avuto da sopportare nell’anno 70, all’atto della distruzione di Gerusalemme, essendo generale Tito.
Moshe Ben Maimon e Daniele 9
Il rabbino Moshe Ben Maimon (Mosè Maimonide, 1135-1204), uno dei maggiori sapienti ebrei del Medioevo, denominato il «secondo Mosè» per la straordinaria influenza da lui esplicata sul pensiero teologico ebraico, si espresse in modo assai indicativo sul calcolo delle settimane di anni, nella sua lettera «Iggereth hatteman»:
«Daniele ci ha spiegato la scienza profonda del tempo, ma poiché essa ci è nascosta, i santi trapassati ci hanno vietato di calcolare i tempi dell’avvenire, perché la gente comune può irritarsi e cadere in errore, vedendo che i tempi son passati ed Egli (il Messia) non è ancora venuto.»13
Questa presa di posizione non ha bisogna di commento ulteriore, essa parla da sola.
L’unicità dell’adempimento
Appare ora evidente che nell’AT è univocamente predetto l’avvento del Messia e che tutte le predizioni si sono adempiute esattamente in Gesù Cristo. A tal proposito occorre far notare che nel corso della storia degli Ebrei più di quaranta uomini si presentarono sostenendo di essere il Messia promesso. Oggi non si parla più della maggior parte di loro. La maggior importanza fra tutti questi falsi messia l’ebbero Bar Kochba (132 d.C.) e Shabetai Zewi (1665 d.C), che colpirono la fantasia di quasi tutti gli Ebrei. Rammentandoci di quanto scritto prima, è evidente che il primo venne circa 100 anni e l’altro 1630 anni troppo tardi, per poter essere il Messia promesso. Nessuno di questi falsi messia potè sostenere la sua pretesa con una profezia adempiuta!
2. Lo «Shebet» di Giuda
Il patriarca Giacobbe (circa 1690 a.C.) parlò pure profeticamente del futuro Messia. Poco prima di morire annunciò ai suoi 12 figli, i capistipite delle 12 tribù di Israele, quello che sarebbe avvenuto ai loro discendenti (vedasi Genesi 49:1-2). A proposito della profezia messianica, è di particolare importanza l’asserzione di Giacobbe circa la tribù di Giuda:
«Lo scettro non sarà rimosso da Giuda, né il bastone del comando di fra i suoi piedi, finché venga Colui che darà il riposo (in ebraico: Schilo) e al quale ubbidiranno i popoli.» (Genesi 49:10)
Comprensione messianica di Genesi 49:10 nel giudaismo
«Schilo» è uno dei molti nomi del Messia nell’AT. Quando nel Talmud, il rabbino Jochanan chiede (1° secolo) il nome del Messia, viene risposto che il suo nome è «Schilo».13a
Questo passo viene inteso come messianico pure dal proselita Aquila, discepolo di Akibas (2° secolo), nel Targum Onkelos14 (4° secolo), dal rabbino Raschi e nell’antico libro «Bereschit Rabba».
L’importanza della parola «Shebet»
La parola ebraica «Shebet» che qui è tradotta con «Scettro», indica un «Bastone» o una «Verga». Da Numeri 17:1-2 si ricava che ognuna delle dodici tribù aveva una verga o appunto uno scettro, su cui era scritto il nome del correlativo capotribù. Questa verga era, fra l’altro, un’immagine della potenza e dell’identità di una tribù.15
Per poter comprendere ancora meglio che questo «Shebet» è realmente un’immagine dell’identità di una tribù d’Israele, bisogna ritenere che la parola «Shebet» ha anche il significato di «Tribù». Quindi la parola «Shebet» intende la tribù stessa e perciò, vista come gioco di parole, è una pertinente immagine dell’identità di una tribù ebraica.
Ora l’affermazione di Genesi 49:10 è chiara: l’identità e la potenza della tribù di Giuda non devono trapassare prima che sia venuto il Messia.
Il «Mechoqeq» di Giuda
Ma vi è altro. Neanche un legislatore (ebraico «Mechoqeq»), un capo politico («il bastone del comando»), deve mancare a Giuda, finché venga il Messia.
Il collasso nazionale di Giuda
Allorché i Romani nell’anno 70 d.C. misero fine allo Stato giudaico, si sfasciò l’identità nazionale della tribù di Giuda. Allora Giuda perdette pure la guida politica. Conseguentemente il Messia deve essere venuto prima di tale anno. Gesù ha effettivamente fatto la sua comparsa in Israele circa 40 anni prima!
A complemento
Notiamo ancora a titolo complementare circa la cattività babilonese di Giuda, che allora 1′identità nazionale di Giuda non s’ era sfasciata, giacché tale tribù fu in un certo senso solo spostata geograficamente come nazione. Da Ezechiele 8:1 e 20:1 si ricava che pure in quel periodo Giuda ebbe una guida politica. La tribù passò semplicemente, da tale momento, sotto il dominio straniero.
Secondo capitolo
Discendenza e provenienza del Messia
1. Il suo albero genealogico
Fin verso l’anno 70 d.C.(!) era, almeno in casi normali, possibile ad ogni Ebreo di nascita di risalire con precisione lungo il suo albero genealogico, giacché 1 Cronache 9:1 testimonia che tutto il popolo d’Israele era annotato in tavole genealogiche. Il possesso di una tale tavola era di interesse personale eminente, giacché chi non poteva dimostrare in tal modo la sua discendenza non veniva riconosciuto come Israelita, fatto che comportava vari svantaggi (vedasi Esra 2:59-62 e Neemia 7:61-65).
Allorché qualcuno assumeva in Israele una posizione pubblica, e con ciò veniva anche ad esser conosciuto, era naturale che divenisse nota anche la sua tavola genealogica, o almeno alcuni noti ascendenti in essa riportati. Se qualcuno, la cui tavola genealogica non fosse stata assolutamente ineccepibile, avesse voluto assumere una posizione pubblica, sarebbe stato immediatamente rifiutato come incompetente.
Queste asserzioni preliminari sono assai importanti in vista del fatto che nell’AT fu profetato a certe persone che il Messia sarebbe stato un loro diretto discendente.
Le tavole genealogiche negli evangeli di Matteo e Luca
In Matteo 1 è trasmessa la tavola genealogica di Giuseppe, il padre putativo di Gesù, e in Luca 3 quella di Maria, la madre di Gesù. Quest’ultima tavola è di grande importanza per l’ulteriore trattamento.
Riportiamo la tavola concernente Maria da Luca 3:23-3816: «E Gesù, quando cominciò anch’egli ad insegnare, aveva circa trent’anni ed era figliuolo, come credevasi, di Giuseppe, di Heli (padre di Maria), di Matthat, di Levi, di Melchi, di Jannai, di Giuseppe, di Mattatia, di Amos, di Naum, di Esli, di Naggai, di Maath, di Mattatia, di Semein, di Josech, di Joda, di Joanan, di Rhesa, di Zorobabele, di Salatiel, di Neri, di Melchi, di Addi, di Cosam, di Elmadan, di Er, di Gesù, di Eliezer, di Jorim, di Matthat, di Levi, di Simeone, di Giuda, di Giuseppe, di Jonam, di Eliakim, di Melea, di Menna, di Mattatha, di Nathan, di Davide, di Jesse, di Jobed, di Boos, di Sala, di Naasson, di Aminadab, di Admin, di Arni, di Esrom, di Fares, di Giuda, di Giacobbe, d’Isacco, d’Abramo, di Tara, di Nachor, di Seruch, di Ragau, di Falek, di Eber, di Sala, di Cainam, di Arfacsad, di Sem, di Noè, di Lamech, di Mathusala, di Enoch, di Jaret, di Maleleel, di Cainam, di Enos, di Seth, di Adamo, di Dio.»
Promesse di Dio ad Abrahamo, Isacco e Giacobbe
Verso il 1920 a.C, Iddio promise ad Abrahamo varie volte che il Messia sarebbe stato un suo discendente. In Genesi 22:18 si legge, ad esempio: «… E tutte le nazioni della terra saranno benedette nella tua progenie.»
Nel testo originano si legge «nel tuo seme»; questo discendente è il Messia, poiché di lui è detto nel NT che egli sarà una benedizione per tutte le nazioni (Galati 3:16).
Verso il 1900 a.C, Dio promise varie volte che il Messia sarebbe stato un discendente di Isacco. In Genesi 26:4, ad esempio, Dio dice ad Isacco: «… tutte le nazioni della terra saranno benedette nella tua progenie.»
«… tutte le famiglie della terra saranno benedette nella tua progenie» (Genesi 28:14), fu promesso da Dio verso il 1760 a.C. a Giacobbe, che ricevette in seguito il nome di Israele e gli fu confermato che il Messia sarebbe stato un suo discendente. Quindi verso il 1760 a.C. era già stato rivelato chiaramente che il Messia sarebbe stato un Ebreo. Ma da quale delle 12 tribù di Israele doveva provenire?
Il Messia viene dalla tribù di Giuda
Verso il 1690 a.C, il patriarca Giacobbe annunciò ai suoi dodici figli quello che in avvenire sarebbe avvenuto ai loro discendenti.
A suo figlio Giuda disse: «Lo scettro non sarà rimosso da Giuda, né il bastone del comando di fra i suoi piedi, finché venga Colui che darà il riposo (in ebraico Schilo), e al quale ubbidiranno i popoli.» (Genesi 49:10)
Il Messia sarà un discendente di Giuda e non di Beniamino, Giuseppe, Neftali, Ascer, Gad, Issacar, Zabulon, Levi, Simeone o Ruben. 1. Cronache 5:2 (circa 530 a.C.) dice la medesima cosa ma con altre parole: «Giuda ebbe, è vero, la prevalenza tra i suoi fratelli, e da lui e disceso il principe.»
(La parola principe [in ebraico «Nagid»] è la stessa usata in Daniele 9:25.)
Ma da quale famiglia di Giuda deve provenire il Messia?
Il Messia discende dalla famiglia di Isai
Nel capitolo 11:1 il profeta Isaia risponde alla suddetta domanda: «Poi un ramo uscirà dal tronco d’Isai, e un rampollo spunterà dalle sue radici.»
(Nel Targum Jonathan Ben Uzziel14 questo passo viene inteso come messianico, giacché è stato inserito il titolo «Messia» come delucidazione!)
Con ciò viene asserito che il Messia proverrà dalla famiglia di Isai il Betlemita. Però Isai aveva otto figli (vedasi 1. Samuele 16). Chi di loro sarebbe stato l’avo del Messia?
Il Messia è un discendente di Davide
In diversi punti dell’AT viene detto che il Messia dovrà essere un figlio di Davide, il figlio di Isai. Verso il 600 a.C, Geremia annunciò in 23:5 (vedasi 33:15): «Ecco, i giorni vengono, dice l’Eterno, quand’io farò sorgere a Davide un germoglio giusto, il quale … farà ragione e giustizia nel paese.»
Nel Salmo 132:11 è scritto: «L’Eterno ha fatto a Davide questo giuramento di verità», e non lo revocherà: «Io metterò sul tuo trono un frutto delle tue viscere.»
Iddio si era impegnato verso Davide giurando (vedasi anche il Salmo 89:35-36) che il Messia sarebbe stato un diretto discendente del re.
La conferma della tavola genealogica di Maria
Tutte le suddette persone si trovano nella tavola genealogica di Maria, madre di Gesù. Con ciò viene confermato che anche queste profezie hanno trovato adempimento nel Gesù della storia.
Nel popolo ebraico, la sua ascendenza fu resa nota pubblicamente, perciò veniva chiamato «Figlio di Davide» (vedasi Luca 18:38-39, Matteo 21:9,15; 9:27; anche 15:22). Se tutto ciò non avesse avuto riscontro nella realtà, i capi del giudaismo d’allora avrebbero potuto farvi ricorso come argomento da opporre alla pretesa messianica di Gesù. Però, un fatto tanto facilmente verificabile non poteva essere negato o contestato.
Lo storico Luca
Poiché la tavola genealogica di Gesù è stata tramandata da Luca, bisogna anche dire che l’archeologia ha confermato Luca quale storico fidato, esatto e preciso. Il famoso archeologo William Ramsay ha scritto che la rappresentazione della storia fatta da Luca è insuperabile per la sua fidatezza. Una ricapitolazione del suo giudizio su Luca, maturato dopo lunghi lavori d’investigazione, è riportata nel libro «The Bearing of Recent Discovery», pag. 222.
2. Il luogo natale del Messia
Profezia del veggente Michea
Nell’8° secolo a.C, Michea il Morashtita operò come profeta (vedasi Michea 1:1). Egli dovette render noto il luogo natale del Messia. Nel capitolo 5:1, Iddio dice: «Ma da te, o Bethleem Efrata, piccola per esser fra i migliai di Giuda, da te mi uscirà colui che sarà dominatore in Israele, le cui origini risalgono ai tempi antichi, ai giorni eterni.»
In Palestina vi erano due città col nome di Betleem: una in Galilea (vedasi Giosuè 19:15-16) e una in Giudea. Per distinguerla, quest’ultima era detta Betleem Efrata.
Il Messia doveva nascere in questo villaggio, posto a un po’ più di 10 chilometri a sud di Gerusalemme e che al tempo di Gesù deve avere avuto meno di 1000 abitanti. Il profeta Michea lo dice chiaramente e con sicurezza molti secoli prima dell’adempimento.
Conferma del NT
Nel NT viene confermato che Gesù nacque in Betleem Efrata. Matteo 2:1 scrive: «Or essendo Gesù nato in Betleem di Giuda, ai dì del re Erode…»
Il medico Luca conferma questo fatto pure nel 2° capitolo del suo Evangelo. Si pensi, in tal nesso, a quanto è stato scritto nel capitolo «Lo storico Luca»!
Michea 5:1 è sempre stato ben compreso
Allorché Erode il Grande apprese che era nato un nuovo re, riunì tutti i capi sacerdoti e gli scribi per sapere quale fosse il paese natale del Messia. Essi gli risposero: «In Betleem di Giuda, poiché così è scritto per mezzo del profeta.» (Matteo 2:5)
Non solo per i dotti era chiaro questo punto, ma pure per la gente del popolo, che secondo Giovanni 7:41-42 diceva: «Ma è forse dalla Galilea che viene il Cristo (il Messia)? La Scrittura non ha ella detto che il Cristo viene dalla progenie di Davide e da Betleem, il villaggio dove stava Davide?»
Un’ulteriore prova che Michea 5:1 veniva ben inteso è fornita dalla traduzione dei Settanta in cui questo verso fu riprodotto tanto bene che se ne può concludere che il traduttore comprese assai esattamente quello che volgeva in greco.
Michea 5 nel Targum Jonathan
Il Targum Jonathan Ben Uzziel relativo ai profeti14 mostra anche assai chiaramente l’interpretazione messianica che si dava a questo passo nel giudaismo. Per chiarezza, il titolo «Messia» vi è immesso direttamente nel testo.
3. Gesù il Nazareno
Nel NT Gesù vien detto 18 volte «Nazareno». Questo nome deriva dall’ebraico «Nezer», che significa «Ramo», «Germoglio», «Virgulto».
Fra la gente contemporanea, negli anni 29-32 d.C., Gesù era generalmente noto col nome di «Gesù il Nazareno». E’ interessante notare che così lo chiamavano pure i suoi maggiori nemici (vedasi Giovanni 18:5-7). Così fu adempiuto quello che i profeti avevano annunciato, che egli sarebbe stato chiamato «Germoglio», «Rampollo», «Virgulto».
Le affermazioni dei profeti Zaccaria, Geremia e Isaia
Il profeta Zaccaria annunciò verso il 520 a.C. quanto segue, circa il Messia: «Così parla l’Eterno degli eserciti: Ecco un uomo, che ha nome il Germoglio.» (6:12)
«Ecco, io faccio venire il mio servo, il Germoglio.» (3:8) (Questi due passi di Zaccaria sono indicati come messianici nel Targum Jonathan.14
Geremia annunciò lo stesso quasi 80 anni prima di Zaccaria: «Ecco, i giorni vengono, dice l’Eterno, quand’io farò sorgere a Davide un germoglio giusto, il quale … farà ragione e giustizia nel paese.» (23:5)
Anche il profeta Isaia nominò il Messia in questo modo: «In quel giorno, il germoglio dell’Eterno sarà lo splendore e la gloria.» (4:2)
Un gioco di parole ebraiche
Sebbene nei passi predetti venga usata in ebreo la parola «Zamach» («Germoglio», «Ramo», «Virgulto»,) ogni Ebreo che conosceva la Scrittura, sentendo parlare di Gesù «il Nazareno», non poteva fare a meno di collegare il nome «Nazareno» con la parola «Zamach» dei passi predetti. I significati dei nomi hanno nella Bibbia una grande importanza!
Nell’AT ci sono pure altri accenni al «Nazareno». In Isaia 11:1 si legge, per esempio: «Poi un ramo uscirà dal tronco d’Isai, e un rampollo spunterà dalle sue radici.» La parola usata testo originario per «Rampollo» è «Nezer»!
Una questione giustificata
Però ora bisogna chiedersi a ragione perché Gesù non fu mai chiamato il Betlemita, ma solo «Gesù il Nazareno» sebbene egli fosse nato a Betleem.
I seguenti accenni devono chiarire come stanno le cose. Allorché il terribile e crudele re Erode detto il Grande ordinò la strage degli innocenti (vedasi Matteo 2), Giuseppe e Maria fuggirono col bambino in Egitto. Dopo la morte di Erode, ritornarono e volevano ristabilirsi a Betleem. Ma allorché Giuseppe apprese che Archelao, il più crudele dei figli di Erode il Grande,17 era a capo della Giudea (veramente questo regno sarebbe spettato a Erode Antipa, fratello di Archelao, ma in un impeto d’ira Erode il Grande, poco prima della sua morte, aveva cambiato il testamento e posto Archelao in luogo di Erode Antipa,18 s’intimorì e non vi andò più.
Perciò Giuseppe e Maria si recarono col bambino Gesù nella regione di Galilea e si stabilirono a Nazaret. Lì Gesù visse per circa 28 anni. Per tal motivo, fu detto «Gesù il Nazareno».
E’ sorprendente vedere come la situazione politica abbia svolto una parte importantissima nell’adempimento di questa predizione messianica.
Anche oggi, e spesso proprio dai suoi critici, Gesù viene detto «il Nazareno» o «Gesù di Nazaret», cosicché la profezia che il Messia sarebbe stato chiamato «il Nazareno» viene ancora confermata proprio dai suoi nemici.
4. Dall’Egitto
Sembra cosa alquanto paradossale quando si constata che nell’8° secolo a.C. Iddio fece preannunciare dal profeta Osea che il Messia sarebbe venuto dall’Egitto. In Osea 11:1 si legge: «E fin dall’Egitto, chiamai il mio figliuolo.» In Matteo 2 si può leggere l’adempimento di questa profezia.
Maria e Giuseppe che erano fuggiti in Egitto in seguito all’ordine emesso da Erode di uccidere i piccoli bambini di Betleem, ritornarono di nuovo nel paese d’Israele dopo la morte di questo regnante. Quindi il Messia venne effettivamente dall’Egitto.
Ora appare tutto chiaro: i profeti si sono espressi tutti con molta precisione. Il Messia doveva venire al mondo in Betleem, doveva essere chiamato «Nazareno» ed esser richiamato in patria dall’Egitto!
Terzo capitolo
Presentazione pubblica del Messia (29-32 d.C.)
1. Il precursore
Il preannuncio dei profeti Malachia e Isaia
Nel terzo capitolo del profeta Malachia si ode la voce del Messia, quando dice: «Ecco, io vi mando il mio messaggero; egli preparerà la via davanti a me.» (3:1)
Poco prima che il Messia facesse la sua comparsa, doveva sorgere un profeta, il quale avrebbe preparato il popolo all’imminente arrivo del Messia.
Anche Isaia parla di tal precursore. Lo chiama «una voce di uno che grida nel deserto». Isaia 40:3 19: «La voce d’uno grida: Preparate nel deserto la via dell’Eterno.»
In Luca 3:4 si legge: «E’ scritto nel libro delle parole del profeta Isaia: V’è una voce d’uno che grida nel deserto…»
Così Isaia fa sapere che questo precursore sarà nel deserto, particolare non detto dal profeta Malachia.
La funzione del precursore
Questo precursore aveva il compito di preparare il popolo di Israele alla prossima venuta del Messia in modo che lo accogliesse con cuore ben disposto. Nel cuore di questo popolo non doveva esserci più nulla che potesse rivelarsi d’impedimento all’accoglienza del promesso Messia; anzi nel suo cuore dovevano esserci le «vie del Santuario», («le tue vie» secondo un’altra versione di questo Salmo 84:5). Perciò in Isaia 40:4-5 viene detto inoltre:
«Ogni valle sia colmata, ogni monte ed ogni colle siano abbassati; i luoghi erti siano livellati, i luoghi scabri diventino pianura. Allora la gloria dell’Eterno sarà rivelata, e ogni carne, ad un tempo, la vedrà.»
Il preannuncio di questo precursore trovò il suo perfetto adempimento in Giovanni Battista, il figlio di Zaccaria. La sua apparizione avvenne verso il 29 d.C. Luca scrive che egli si presentò nel 15. anno di regno dell’imperatore Tiberio (Luca 3:1).
Da 450 anni, nessun altro profeta
La comparsa di Giovanni Battista causò una sensazione perché quasi da 450 anni non era sorto in Israele nessun altro profeta (l’ultimo profeta dell’AT era stato Malachia). In una testimonianza storica del periodo intertestamentario durato 450 anni si trova un lamento sulla mancanza di profeti in Israele. In 1. Maccabei 9:27 si legge: «Ci fu grande tribolazione in Israele, come non si verificava da quando fra loro erano scomparsi i profeti.»
Il Talmud nella redazione babilonese riferisce che dopo gli ultimi profeti Aggeo, Zaccaria e Malachia, lo Spirito Santo si era ritirato da Israele.
Quanto sia stata grande la sensazione causata dalla comparsa di Giovanni Battista, lo si vede dal fatto che Gerusalemme, tutta la Giudea e l’intera regione costeggiante il Giordano vennero da lui (Matteo 3:5).
L’attività di Giovanni Battista
Giovanni battezzava nel deserto e predicava il battesimo di penitenza per il perdono dei peccati. Servendosi di un linguaggio enormemente impressionante e sconvolgente, fece comprendere al popolo di Israele che il Messia sarebbe venuto entro breve tempo e che ognuno doveva convertirsi, cioè confessare i propri peccati al Dio vivente, risentirne pentimento ed esser pronto ad incontrare il Messia promesso. Se però non avessero accolto il Messia e non si fossero pentiti, non avrebbero potuto sfuggire all’ira ventura di Dio. Si vedano in proposito le varie relazioni degli evangeli sulla comparsa di Giovanni Battista nel deserto di Giudea (Matteo 3, Marco 1, Luca 3 e Giovanni 1).
Si presenta Gesù
In Matteo 3:13 viene raccontato che pure Gesù venne per farsi battezzare da Giovanni, allorché questi predicava presso il Giordano. Ciò concorda con Isaia 40:5 dove si legge: «Allora la gloria dell’Eterno sarà rivelata, e ogni carne, ad un tempo, la vedrà; perché la bocca dell’Eterno l’ha detto.»
Gesù, il Messia, l’incarnato Jahwe dell’AT, cominciò la sua attività pubblica immediatamente dopo la comparsa in scena di Giovanni Battista. A questo proposito, Isaia parla dell’apparizione di nostro Signore Gesù come della «gloria dell’Eterno rivelata». E’ interessante in merito conoscere quanto asserisce un testimone oculare. Il discepolo Giovanni testimonia quanto segue del Signore Gesù: «Piena di grazia e di verità, noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come quella dell’Unigenito venuto da presso al Padre.» (Giovanni 1:14)
Giovanni Battista e Giuseppe Flavio
Lo storico Giuseppe Flavio che visse nel 1° secolo d.C. conferma la storicità di Giovanni Battista nella sua opera «Antiquitates Judaicae» (XVIII, 5.2).
2. L’attività pubblica del Messia
Il luogo della comparsa
Quando l’Ebreo dell’AT voleva sapere in quale regione o zona del paese il Messia avrebbe dato inizio al suo servizio pubblico, doveva leggere Isaia 8:23-9:1: «Ma le tenebre non dureranno sempre per la terra ch’è ora nell’angoscia. Come nei tempi passati Iddio coprì d’obbrobrio il paese di Zabulon e il paese di Neftali, così nei tempi avvenire coprirà di gloria la terra vicina al mare, di là dal Giordano, la Galilea dei Gentili. Il popolo che camminava nelle tenebre, vede una gran luce; su quelli che abitavano il paese dell’ombra della morte, la luce risplende.»
Osservazioni chiarificatrici dei passi precedenti L’espressione «gran luce» designa quella che emana il sole (vedasi Genesi 1:16). Qui tale espressione è usata per il Messia che in Malachia 4:2 vien detto «sole di giustizia» e in Giovanni 8:12 «luce del mondo». Egli doveva risplendere nell’oscurità spirituale di Israele come un sole sorgente. Da Isaia si ricava che gli abitanti di Zabulon e di Neftali presso il mar di Tiberiade, (detto pure lago di Gennesaret o mar di Galilea), avrebbero visto per primi questa luce e perciò ne sarebbero stati coperti di gloria. Dopo queste osservazioni su Isaia è chiaro che il Messia avrebbe cominciato il suo servizio pubblico nella regione della Galilea.
La conferma data dal NT
In Matteo 4:12-14,17 sta scritto: «Or Gesù avendo udito che Giovanni era stato messo in prigione, si ritirò in Galilea. E, lasciata Nazaret, venne ad abitare in Capernaum, città sul mare (detto di Tiberiade o di Galilea) ai confini di Zabulon e di Neftali,… Da quel tempo Gesù cominciò a predicare e a dire: Ravvedetevi, perché il regno dei cieli è vicino.»
La stessa cosa viene confermata anche in Luca 23:5 (vedasi pure Matteo 4:18-25).
I miracoli del Messia
In parecchi passi dell’AT viene asserito con forza che alla comparsa del Messia vi sarebbero stati dei miracoli. In Isaia 35:4-6 si legge: «Dite a quelli che hanno il cuore smarrito: Siate forti, non temete! Ecco il vostro Dio verrà! Verrà egli stesso a salvarvi. Allora s’apriranno gli occhi dei ciechi, e saranno sturati gli orecchi dei sordi; allora lo zoppo salterà come un cervo e la lingua del muto canterà di gioia.»
In Isaia 29:24 è profetizzato ancora un ulteriore miracolo: «I traviati di spirito impareranno la saviezza.»
Quindi tramite il Messia dovranno essere risanati paralitici, ciechi, sordi, muti e traviati di spirito.
L’adempimento delle profezie confermato dal NT
Nel NT viene confermato con tutta la chiarezza possibile che questi, e altri miracoli, sono stati operati dal Signore Gesù. Ad esempio, in Giovanni 9 viene guarito un cieco, in Marco 2:3-12 un paralitico, in Matteo 15:29-31 un muto e in Marco 7:31-37 un sordo. Per quel che concerne i traviati di spirito, non si può pensare al lunatico di Matteo 4:24 che pure fu guarito?
L’adempimento confermato da Giuseppe Flavio
L’adempimento di queste profezie non viene confermato soltanto dagli scritti del NT, ma anche da altre fonti storiche. Lo storico ebraico Giuseppe Flavio scrive, di nuovo nella sua opera «Antiquitates Judaicae» pubblicata nell’anno 93 d.C, il seguente interessante riferimento al Signore Gesù: «In tal tempo, (cioè al tempo di Pilato, 26-36 d.C), apparve Gesù, un uomo sapiente, taumaturgo che compì molte opere miracolose e fu un maestro per gli uomini che accettavano volentieri la verità.»20
L’autenticità della citazione di Flavio
Siamo qui in possesso di una conferma davvero straordinaria che il Signore Gesù ha operato miracoli, apportata da un Ebreo vissuto nel 1° secolo, e che non era nemmeno cristiano. Questo passo fu messo in dubbio da vari critici come «interpolazione cristiana posteriore». Per esser precisi, dal punto di vista della critica dei testi (cioè dall’esame dei vecchi manoscritti tramandatici), non appare giustificato neanche il minimo dubbio in merito a una simile falsificazione.
Vi è da aggiungere l’interessante constatazione che Eusebio (263-339) ha conosciuto questo passo, perché lo riporta due volte nei suoi scritti. Una volta nella «Storia della chiesa» I,12 e una volta nella «Demonstratio Evangelica» III,5.
Vi è pure da notare che, fra gli altri, il Dott. H. St. John Thackeray, uno dei più importanti studiosi inglesi delle questioni concernenti Giuseppe Flavio, ha di recente constatato che questo passo mostra determinate peculiarità linguistiche che sono caratteristiche di Giuseppe Flavio!
I miracoli vengono confermati dal Talmud
Nel Talmud babilonese (Trattato Sanhedrin 43a) viene ammesso, che in Israele sono effettivamente successi dei miracoli, operati dal Signore Gesù. Tuttavia se ne parla in modo blasfemo qualificandoli di operazioni magiche (vedasi Matteo 12:24).
La testimonianza di Giustino Martire
Un’ulteriore conferma dei miracoli del Signore Gesù si trova in Giustino Martire (morto verso il 165 d.C). Nel suo «Dialogus cum Tryphoni Judeo», capitolo 69, Giustino viene a parlare dei rimproveri mossi dagli Ebrei al Signore Gesù. Egli vi menziona che si chiama il Signore Gesù mago («Magos») e anche traviatore del popolo («Laoplanos»).
La testimonianza di Origene
Un ulteriore documento quasi dello stesso tenore si trova presso Origene (185-254 d.C.), che ne parla nel suo scritto «Contra Celsum» 1,28. Origene vi si riferisce a uno scritto anticristiano compilato da un certo Celso verso il 178 d.C.
Salmo 72
Anche nel Salmo 72:12-13, come del resto pure in molti altri passi dell’AT, si parla dell’attività pubblica del Messia. Vi è scritto:
«Poiché egli libererà il bisognoso che grida, e il misero che non ha chi l’aiuti. Egli avrà compassione dell’infelice e del bisognoso, e salverà l’anima dei poveri.»
Il bisognoso che grida
In Luca 18:35-43 è scritto: «Or avvenne che com’egli si avvicinava a Gerico, un certo cieco sedeva presso la strada, mendicando; e, udendo la folla che passava, domandò che cosa fosse. E gli fecero sapere che passava Gesù il Nazareno. Allora egli gridò: Gesù figliuol di Davide, abbi pietà di me! E quelli che precedevano, lo sgridavano perché tacesse; ma lui gridava più forte: Figliuolo di Davide, abbi pietà di me! E Gesù, fermatosi, comandò che gli fosse menato; e quando gli fu vicino, gli domandò: Che vuoi tu ch’io ti faccia? Ed egli disse: Signore, ch’io ricuperi la vista. E Gesù gli disse: Ricupera la vista; la tua fede t’ha salvato. E in quell’istante ricuperò la vista, e lo seguiva glorificando Iddio; e tutto il popolo, veduto ciò, diede lode a Dio.»
Il misero che non ha chi l’aiuti
L’invocazione del «misero che non ha chi l’aiuti» si trova, ad es., in Giovanni 5, dove si parla di un uomo che era malato già da 38 anni e pur dovette dire di non avere nessuno che lo assistesse. Anch’egli venne risanato da Gesù.
Compassione dell’infelice e del bisognoso
Luca 13:10 e seguenti dice della compassione del Messia per un essere infelice o debole, come può pure essere tradotta la parola ebraica del Salmo 72. La compassione per un povero o per un mendicante viene, ad es., pure descritta in Giovanni 9 (vedasi verso 8).
Il profeta
Dopo aver ora scritto di alcune delle opere del Messia, vogliamo occuparci brevemente delle parole pronunciate dal Messia. In Deuteronomio 18, Mosè annunciò il Messia come profeta. Tal passo fu sempre ben compreso come profezia messianica, il che fra l’altro risulta dai ritrovamenti di Qumran, in cui si parla di questo Messia venturo. Ecco il testo di Deuteronomio 18:15,17-19: «L’Eterno, il tuo Dio, ti susciterà un profeta come me, in mezzo a te, d’infra i tuoi fratelli; a quello darete ascolto… E l’Eterno mi disse: Quello che han detto, sta bene; io susciterò loro un profeta come te, di mezzo ai loro fratelli, e porrò le mie parole nella sua bocca, ed egli dirà loro tutto quello che io gli comanderò. E avverrà che se qualcuno non darà ascolto alle mie parole ch’egli dirà in mio nome, io gliene domanderò conto.»
L’adempimento
Gesù ha dimostrato di essere anche profeta, facendo predizioni sul futuro, il cui adempimento può essere facilmente dimostrato. 21
Per l’esattezza, la parola ebraica usata per «profeta» non indica solo un preannunciatore di cose future, ma anche, in genere, chi annuncia la volontà di Dio. Questo è importante, perché dal Salmo 40:10 risulta che il Messia annuncierà in Israele (la grande assemblea) fedeltà, salvezza, benignità, verità e giustizia di Dio.
L’adempimento di tutto ciò si trova negli Evangeli (vedasi ad es., il Sermone sul monte; Matteo 5). Adesso però si pone la questione di sapere come il popolo di Israele reagirebbe nei confronti del suo Messia.
3. La reazione del popolo di Israele verso il suo Messia
Uno dei maggiori paradossi
Il Messia promesso e tanto desiderato doveva essere respinto e odiato dal suo popolo! Così predissero i profeti, e così si adempì effettivamente col Signore Gesù. In Isaia 49:7 si parla del Messia come di «colui ch’è disprezzato dagli uomini, detestato dalla nazione».2″ Nel Salmo 69:4 si ode il Messia lamentarsi dell’odio che gli venne opposto da parte del popolo: «Quelli che m’odiano senza cagione sono più numerosi dei capelli del mio capo; sono potenti quelli che mi vorrebbero distrutto e che a torto mi sono nemici.»
Nel Salmo 109:3-4 dice: «M’hanno assediato con parole d’odio, e m’hanno fatto guerra senza cagione. Invece dell’amore che porto loro, mi sono avversari, ed io non faccio che pregare.»
I capi del popolo ebraico disprezzano il Messia
Nel libro del profeta Isaia è menzionato il disprezzo del Messia da parte dei capi della nazione ebraica. In Isaia 53:2-3 sta scritto:
«Non aveva forma né bellezza da attirare i nostri sguardi, né apparenza, da farcelo desiderare. Disprezzato e abbandonato dagli uomini, uomo di dolore, familiare col patire, pari a colui dinanzi al quale ciascuno si nasconde la faccia, era spregiato, e noi non ne facemmo stima alcuna.»
L’espressione «Ishim» usata dall’ebraico, tradotta qui con uomini, intende, fra l’altro, persone potenti e d’elevata condizione!22
Al Messia vengono tesi tranelli
Il Messia dice nel Salmo 35:7: «Poiché, senza cagione, m’hanno teso di nascosto la loro rete, senza cagione hanno scavato una fossa per togliermi la vita.»
Varie volte vien rapportato nel NT che al Messia furono tesi tranelli da parte di guide spirituali del giudaismo e che lo si voleva cogliere in fallo con domande tendenziose (vedasi Luca 11:53-54; 14:1-5; Marco 12:13-17; vedasi anche Luca 6:7).
Intenzioni omicide contro il Messia
Nel Salmo 31:13 il Messia si lagna ancora per qualcosa di peggio: «Perché odo il diffamare di molti, spavento m’è d’ogni intorno, mentr’essi si consigliano a mio danno, e macchinano di togliermi la vita.»
Marco 3 illustra l’adempimento: «E i Farisei, usciti, tennero subito consiglio con gli Erodiani contro di lui, con lo scopo di farlo morire.» (3:6)
Giovanni 11:53 conferma parimenti l’adempimento del Salmo 31:13.
Respinto, il 15 Nisan del 32 d.C.
Il Messia doveva essere respinto completamente sia dal popolo minuto che dai suoi capi. Come si manifestò in modo impressionante il rifiuto totale in quel 15 Nisan del 32 d.C, allorché Gesù fu di fronte a Pilato!
«E Pilato, chiamati assieme i capi sacerdoti e i magistrati e il popolo, disse loro: Voi mi avete fatto comparir dinanzi questo uomo come sovvertitore del popolo; ed ecco, dopo averlo in presenza vostra esaminato, non ho trovato in lui alcuna delle colpe di cui l’accusate; e neppure Erode, poiché egli l’ha rimandato a noi, ed ecco, egli non ha fatto nulla che sia degno di morte. Io dunque, dopo averlo castigato, lo libererò. Ma essi gridarono tutti insieme: Fa’ morir costui, e liberaci Barabba! (Barabba era stato messo in prigione a motivo di una sedizione avvenuta in città e di un omicidio.) E Pilato da capo parlò loro, desiderando
liberar Gesù; ma essi gridavano: Crocifiggilo, crocifiggilo! E per la terza volta egli disse loro: Ma che male ha egli fatto? Io non ho trovato nulla in lui, che meriti la morte. Io dunque, dopo averlo castigato, lo libererò. Ma essi insistevano con gran grida, chiedendo che fosse crocifisso; e le loro grida finirono per avere il sopravvento. E Pilato sentenziò che fosse fatto quello che domandavano.» (Luca 23:13-24)
4. Giuda Iscariota
Nel precedente capitolo abbiamo scritto dell’inimicizia e dell’odio del popolo d’Israele contro il Messia. Però nell’AT si parla in vari punti specialmente di un determinato uomo del popolo d’Israele che odierà il Messia in un modo tutto particolare. Questa persona preannunciata ha trovato il suo adempimento completo in Giuda Iscariota. Si tratta dei passi di Salmi quali il 41, il 55, il 69, il 109 e Zaccaria 11.
Salmo 41
Nel Salmo 41:9 il Messia parla per bocca di Davide: «Perfino l’uomo col quale vivevo in pace (cioè il mio amico) nel quale confidavo, che mangiava il mio pane, ha alzato il calcagno contro di me.»
L’amico e il confidente
Quest’uomo doveva dunque essere un amico del Messia. Giuda Iscariota lo fu effettivamente durante tre anni circa, allorché era discepolo del Signore Gesù (vedasi i racconti degli evangeli e Matteo 26:50, dove viene detto «amico»). Di quest’uomo viene pure affermato che il Messia aveva fiducia in lui. Non ha forse quanto detto trovato il suo adempimento nel fatto che il Signore Gesù affidò la tenuta della borsa comune a Giuda? (Giovanni 12:6; 13:29).
Il pane del Messia
Il Salmo 41:9 è ricco di dettagli. Questo nemico doveva mangiare il pane (ebraico: «Lechem») del Messia. Perciò questo traditore doveva ricevere dal Messia un boccone di pane, e mangiarlo, prima di «alzare il calcagno» contro l’Unto.
L’adempimento si trova in Giovanni 13:21-30 dove viene descritta l’ultima Pasqua del Signore Gesù con i suoi discepoli:
«Dette queste cose, Gesù fu turbato nello spirito, e così apertamente si espresse: In verità, in verità vi dico che uno di voi mi tradirà. I discepoli si guardavano l’un l’altro, stando in dubbio di chi parlasse. Or, a tavola, inclinato sul seno di Gesù, stava uno dei discepoli, quello che Gesù amava, Simon Pietro quindi gli fece cenno e gli disse: Di’, chi è quello del quale parla? Ed egli, chinatosi così sul petto di Gesù, gli domandò: Signore, chi è? Gesù rispose: E’ quello al quale darò il boccone dopo averlo intinto. E intinto un boccone, lo prese e lo diede a Giuda figlio di Simone Iscariota. E allora, dopo il boccone, Satana entrò in lui. Per cui Gesù gli disse: Quel che fai, fallo presto. Ma nessuno dei commensali intese perché gli avesse detto così. Difatti alcuni pensavano, siccome Giuda tenea la borsa, che Gesù gli avesse detto: Compra quel che ci abbisogna per la festa; ovvero che desse qualcosa ai poveri. Egli dunque, preso il boccone, uscì subito; ed era notte.»
Salmo 55
Nel Salmo 55:12-14, il Messia dice: «Poiché non è stato un nemico che mi ha fatto vituperio; altrimenti, l’avrei comportato; non è stato uno che mi odiasse a levarmisi contro; altrimenti, mi sarei nascosto da lui; ma sei stato tu, l’uomo che io stimavo come mio pari, il mio compagno e il mio intimo amico. Insieme avevamo dolci colloqui, insieme ce n’andavamo fra la folla alla casa di Dio.»
I rapporti fidati
Anche in questo passo, il traditore viene chiamato «amico» dal Messia. Viene pure ripetuto ancora una volta che il Messia aveva fiducia in lui. Quasi per tre anni, Giuda Iscariota era stato l’accompagnatore fidato del Signore Gesù, insieme con gli altri discepoli, e adempì così il Salmo 55:14 in modo assai preciso:
Andare alla casa di Dio
Dai racconti evangelici risulta che Giuda Iscariota andava spesso nel tempio con Gesù e gli altri discepoli. Proprio in tali occasioni, conveniva spesso nel tempio una gran folla, per ascoltare i discorsi del Signore Gesù (vedasi in merito, ad es., Luca 19:47-21:38, specialmente Luca 19:47-48 in collegamento con 20,45)! Così si adempì letteralmente anche l’«insieme ce n’andavamo tra la folla alla casa di Dio»!
Il vituperio
Dal Salmo 55:12-14 risulta inoltre che questo traditore farà vituperio al Messia. Non si è qui costretti a pensare subito al bacio di Giuda? Non fu un terribile vituperio allorché Giuda Iscariota consegnò il Signore Gesù denunciandolo con un bacio (vedasi Matteo 26:47-50)?
E’ vero che spesso si parla del bacio di Giuda, ma chi ha già sentito parlare di un saluto di Giuda? In Matteo 26:49 si legge che Giuda Iscariota salutò Gesù con queste parole: «Chaire, Rabbi!», allorché lo tradì con un bacio.
Di solito questo saluto viene tradotto semplicemente «Ti saluto, Maestro». Ma se si vuole tradurre letteralmente dal greco questa formula di saluto, essa significa «Rallegrati, Maestro!». Che saluto blasfemo e perfido, considerando l’imminente morte terribile e crudele del Signore Gesù crocifisso!
I trenta sicli d’argento
In Zaccaria 11 (circa 520 a.C.) si parla dei trenta sicli d’argento per i quali Giuda Iscariota tradì il Signore Gesù. Nel verso 12, il Messia dice: «Ed essi mi pesarono il mio salario; trenta sicli d’argento.»
In Matteo 26:14-16 se ne trova l’adempimento esatto: «Allora uno dei dodici, detto Giuda Iscariot, andò dai capi e disse loro: «Che mi volete dare, e io ve lo consegnerò? Ed essi gli contarono trenta sicli d’argento. E da quell’ora cercava il momento opportuno di tradirlo.»
La morte del traditore: il suo ufficio
In seguito al suo tradimento, Giuda Iscariota si suicidò (Matteo 27:5). La sua fine fu predetta nel Salmo 109:8-9: «Siano i suoi giorni pochi: un altro prenda il suo ufficio. Siano i suoi figliuoli orfani e la sua moglie vedova».
Quale ufficio occupava Giuda Iscariota, che doveva ora passare ad un altro? Luca 6:13-16 ci dice che Giuda aveva ricevuto dal Signore Gesù l’ufficio di apostolo. Dopo la morte di Giuda Iscariota, questo ufficio passò a un certo Mattia (vedasi Atti degli Apostoli 1:21-26).
Osservazioni conclusive
A mo’ di conclusione deve essere detto chiaramente che Giuda Iscariota non era predestinato a tale atto. Dio, Colui che è in eterno (Jahwe!), che non è sottoposto ai mutamenti di passato, presente e futuro, come esponemmo già nell’Introduzione, ha saputo prima, che Giuda Iscariota avrebbe consegnato ai nemici il Messia di propria volontà, e perciò potè far conoscere ai profeti, con molti secoli d’anticipo, le azioni e le intenzioni di questo uomo.
Quarto capitolo
La condanna, l’esecuzione e la risurrezione del Messia
1. La condanna
Nel precedente capitolo fu trattato il paradosso del rifiuto del Messia promesso, da parte del popolo d’Israele. Nel presente, saranno trattate alcune profezie, che hanno esposto il punto culminante del rigetto, cioè la condanna e la crocifissione del Messia. Nel Salmo 69:4 si sente la voce del Messia, nel suo lamento: «Quelli che m’odiano senza cagione sono più numerosi dei capelli del mio capo; sono potenti quelli che mi vorrebbero distrutto e che a torto mi sono nemici.»
Fu già citato il lamento del Messia nel Salmo 31:13: «Perché odo il diffamare di molti, spavento m’è d’ogni intorno, mentre essi si consigliano a mio danno e macchinano di togliermi la vita.» (vedasi Marco 3:6 e Giovanni 11:53)
Colpito di condanna
Questo odio e questo rifiuto fecero sì che il Messia promesso nell’AT venisse condannato a morte. Nel noto capitolo 53 del profeta Isaia viene descritto col verbo al perfetto profetico come il Messia doveva essere condotto per esser condannato: «Maltrattato, umiliò sé stesso, e non aperse la bocca. Come l’agnello menato allo scannatoio, come la pecora muta dinanzi a chi la tosa, egli non aperse la bocca.» (Isaia 53:7)
Non vien forse detto questo, con chiarezza ed evidenza, negli Evangeli? Egli si lasciò portar via senza opporre alcuna resistenza, anzi volontariamente.
Testimoni ingiusti
Nel Salmo 35:11,12 si sente il Messia che dice: «Iniqui testimoni si levano… Mi rendono male per bene…»
Nel Salmo 38:14 viene espressa la medesima realtà: «Son come un uomo che non ascolta, e nella cui bocca non è replica di sorta.»
Il perfetto adempimento di questa parola profetica si trova in Matteo 26:59-62: «Or i capi sacerdoti e tutto il Sinedrio cercavano qualche falsa testimonianza contro Gesù per farlo morire; e non ne trovavano alcuna, benché si fossero fatti avanti molti falsi testimoni. Finalmente, se ne fecero avanti due che dissero: Costui ha detto: Io posso disfare il tempio di Dio e riedificarlo in tre giorni. E il sommo sacerdote, levatosi in piedi, gli disse: Non rispondi tu nulla? Che testimoniano costoro contro a te? Ma Gesù taceva.»
In questo passo, appare in tutta la sua evidenza, l’odio risentito contro il Messia. Doveva essere assassinato a tutti i costi, sebbene egli avesse fatto loro soltanto del bene e non lo si potesse accusare d’alcun misfatto.
I maltrattamenti
In Isaia 50 viene preannunciato il modo con cui il Messia sarà trattato in questa seduta del tribunale: «Io ho presentato il mio dorso a chi mi percoteva, e le mie guance, a chi mi strappava la barba; io non ho nascosto il mio volto all’onta e agli sputi.» (Isaia 50:6)
Matteo 26:66-67 illustra l’adempimento: «Ed essi, rispondendo, dissero: E’ reo di morte. Allora gli sputarono in viso e gli diedero dei pugni; e altri lo schiaffeggiarono.»
Anche il profeta Michea fa conoscere dettagli di questa seduta giudiziaria: «Colpiscono con la verga la guancia del giudice d’Israele (cioè del Messia)!» (Michea 4:14)
Matteo 27:30 ne descrive l’adempimento: «E sputatogli addosso, presero la canna, e gli percotevano il capo.»
La flagellazione
Giovanni 19:1 dice: «Allora dunque Pilato prese Gesù e lo fece flagellare.»
Leggendo di questa scena della flagellazione, si deve sapere che i flagelli usati allora dai Romani erano strisce di cuoio fissate ad un manico e portanti all’estremità pezzetti di metallo appuntiti, pietre e persino ganci, che laceravano la carne del flagellato e la riducevano ad una informe massa sanguinante. Nel Salmo 129:3 il Messia parla profeticamente della sua flagellazione: «Degli aratori hanno arato sul mio dorso, v’hanno tracciato i loro lunghi solchi.»
La corona di spine
In Matteo 27:29 è detto che al Signore Gesù fu posta sul capo una corona di spine. Si trattava di spine che potevano raggiungere 5-8 centimetri. Secche, erano dure e acuminate, come aghi. Se a qualcuno veniva imposta sul capo una simile corone di spine, la pelle ne veniva lacerata in innumerevoli punti, insorgevano grandi dolori, il sangue colava abbondante, i capelli ne venivano impiastricciati e pendevano in disordine. Uno spettacolo altamente sconvolgente! Adesso si comprendono le parole di Isaia 52:14, con le quali secoli prima Iddio aveva attestato del suo Messia: «Come molti, vedendolo, son rimasti sbigottiti tanto era disfatto il suo sembiante sì da non parere più un uomo, e il suo aspetto sì da non parer più un figliuol d’uomo.»
2. La crocifissione
Salmo 22
Nel Salmo 22, un Salmo di Davide, fu descritta fin nei minimi dettagli la crocifissione del Messia, mille anni prima che avvenisse il fatto. La crocifissione stessa non era mai stata il tipo di condanna con cui gli Ebrei punivano un malfattore (gli Ebrei lapidarono spesso i malfattori; vedasi ad es., Levitico 20:2 e altri passi). L’esecuzione tramite crocifissione fu praticata solo secoli dopo la stesura del Salmo 22, anzitutto dai Romani.
Da parte ebraica, il Salmo 22 fu interpretato come messianico nel libro Pegista Rabbati. I dolori vi vengono intesi come dolori espiatori!22a
Facciamo seguire il Salmo in parola: «Per il capo dei musici. Su Cerva dell’aurora. Salmo di Davide.
(1) Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Perché te ne stai lontano, senza soccorrermi, senza dare ascolto alle parole del mio gemito? (2) Dio mio, io grido di giorno, e tu non rispondi; di notte ancora, e non ho posa alcuna. Eppur tu sei il Santo, che siedi circondato dalle lodi d’Israele. I nostri padri confidarono in te; confidarono e tu li liberasti. Gridarono a te, e furon salvati; confidarono in te, e non furon confusi.
(6) Ma io sono un verme e non un uomo; il vituperio degli uomini, e lo sprezzato del popolo.
Chiunque mi vede si fa beffe di me; allunga il labbro, scuote il capo, dicendo: Ei si rimette nell’Eterno; lo liberi dunque; lo salvi, poiché lo gradisce!
Sì, tu sei quello che m’hai tratto dal seno materno; m’hai fatto riposar fidente sulle mammelle di mia madre. A te fui affidato fin dalla mia nascita, tu sei il mio Dio fin dal seno di mia madre. Non t’allontanare da me, perché l’angoscia è vicina, e non v’è alcuno che m’aiuti. Grandi tori m’han circondato, potenti tori di Basan m’hanno attorniato; apron la loro gola contro a me, come un leone rapace e ruggente. (14) Io son come acqua che si sparge, e tutte le mie ossa si sconnettono; il mio cuore è come la cera, si strugge in mezzo alle mie viscere. (15) Il mio vigore s’inaridisce come terra cotta, e la lingua mi s’attacca al palato; tu m’hai posto nella polvere della morte.
(16) Poiché cani m’han circondato; uno stuolo di malfattori m’ha attorniato; m’hanno forato le mani e i piedi. Posso contare tutte le mie ossa. Essi mi guardano e mi osservano; (18) spartiscono fra loro i miei vestimenti e tirano a sorte la mia veste.
Tu dunque, o Eterno, non allontanarti, tu che sei la mia forza, t’affretta a soccorrermi. Libera l’anima mia dalla spada, l’unica mia, dalla zampa del leone. Tu mi risponderai liberandomi dalle corna dei bufali.
Io annunzierò il tuo nome ai miei fratelli, ti loderò in mezzo all’assemblea. O voi che temete l’Eterno, lodatelo! Glorificatelo voi, tutta la progenie di Giacobbe, e voi tutta la progenie d’Israele, abbiate timor di lui!
Poiché egli non ha sprezzata né disdegnata l’afflizione dell’afflitto, e non ha nascosta la sua faccia da lui; ma quando ha gridato a lui, egli l’ha esaudito. Tu sei l’argomento della mia lode nella grande assemblea; io adempierò i miei voti in presenza di quelli che ti temono.
Gli umili mangeranno e saranno saziati; quei che cercano l’Eterno lo loderanno; il loro cuore vivrà in perpetuo. Tutte le estremità della terra si ricorderanno dell’Eterno e si convertiranno a lui; e tutte le famiglie delle nazioni adoreranno nel tuo cospetto. Poiché all’Eterno appartiene il regno, ed egli signoreggia sulle nazioni. Tutti gli opulenti della terra mangeranno e adoreranno; tutti quelli che scendono nella polvere e non possono mantenersi in vita s’inchineranno dinanzi a lui.
La posterità lo servirà; si parlerà del Signore alla ventura generazione. Essi verranno e proclameranno la sua giustizia, e al popolo che nascerà diranno come egli ha operato.»
Mani e piedi forati
Nel verso 16 il Messia dice: «Poiché cani m’han circondato; uno stuolo di malfattori m’ha attorniato m’hanno forato le mani e i piedi.»
L’espressione «Cani» serviva a designare i non Ebrei (vedasi Matteo 15:21-28).23 Doveva essere un gruppo di non Ebrei, una banda di stranieri, che forerebbe al Messia le mani e i piedi,24 cioè che lo crocifiggerebbe.
Matteo 27:27-31, conferma questa realtà con molta chiarezza: «Allora i soldati del governatore, tratto Gesù nel pretorio, radunarono attorno a lui tutta la coorte. E spogliatolo, gli misero addosso un manto scarlatto; e intrecciata una corona di spine, gliela misero sul capo, e una canna nella man destra; e inginocchiatisi dinanzi a lui lo beffavano, dicendo: Salve, re dei Giudei! E sputatogli addosso, presero la canna, e gli percotevano il capo. E dopo averlo schernito, lo spogliarono del manto, e lo rivestirono delle sue vesti; poi lo menaron via per crocifiggerlo.»
Vestiti divisi e sorteggiati
Nel verso 18 è detto di questi non Ebrei, che prima si dividono i vestiti del Messia e poi getteranno la sorte sulla sua veste. Anche questi dettagli hanno trovato preciso adempimento: «I soldati dunque, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti, e ne fecero quattro parti, una parte per ciascun soldato, e la tunica. Or la tunica era senza cuciture, tessuta per intero dall’alto in basso. Dissero dunque fra loro: Non la stracciamo, tiriamo a sorte a chi tocchi.» (Giovanni 19:23-24)
Ossa sconnesse
Nel verso 14 il Messia dice: «… e tutte le mie ossa si sconnettono.»
Che parole terribili e sconvolgenti! Le membra, che ora pendono ai chiodi conficcati nelle mani e nei piedi, vengono sconnesse dal peso del corpo del crocifisso!
Sudore e sete
La grande afflizione, il sudore e la sete del Messia colpito da sofferenze indescrivibili, vengono espressi dai versi 14 e 15: «Io son come acqua che si sparge… Il mio vigore s’inaridisce come terra cotta, e la lingua mi s’attacca al palato.»
Luce e tenebre
Nel verso 2 si parla di periodi intermittenti di luce e di oscurità: «Dio mio, io grido di giorno, e tu non rispondi: di notte ancora, e non ho posa alcuna.»
Marco 15:25,33-34 ne mostra l’adempimento: «Era l’ora terza quando lo crocifissero… E venuta l’ora sesta, si fecero tenebre per tutto il paese, fino all’ora nona.»
Anche in Isaia 50 (come nel Salmo 88, versetto 1) si parla di questa oscurità. Con stretto riferimento alla condanna del Messia, Iddio dice in Isaia 50:3: «Io rivesto i cieli di nero, e dò loro un cilicio per coperta.»
Conferma dell’oscurità data da Tallo
Le tenebre durate tre ore il giorno della crocifissione del Signore
Gesù vengono confermate pure da fonti extrabibliche. Lo storico samaritano Tallo, che scrisse a Roma nell’anno 52 d.C, ne parlò nelle sue oramai irreperibili, «Historiae». Però un loro frammento si trova in Giulio Africano ai primi del terzo secolo d.C. Vi si legge: «Tallo spiega nel terzo libro delle sue <Historie> che l’oscurità fu dovuta ad un eclissi solare, immotivatamente, come mi sembra.»25
L’obiezione di Giulio Africano è importantissima, poiché realmente non può essersi trattato di un eclissi solare, giacché questa non causa tre ore intere di oscurità totale e poi perché in tempo di plenilunio è impossibile che si verifichi un’eclissi totale di sole (la crocifissione ebbe luogo il 15 Nisan del 32 d.C, e verso questa metà del mese la luna era piena). Si deve essere trattato di un miracolo, che però i profeti hanno predetto nel modo più esatto possibile e che può essere documentato ottimamente con fonti storiche.
Derisione e vergogna
Nei versi 6-8, il Messia parla della derisione e dei dileggi che dovrà sopportare da ogni parte: «Ma io sono un verme e non un uomo; il vituperio degli uomini, e lo sprezzato dal popolo. Chiunque mi vede si fa beffe di me; allunga il labbro, scuote il capo, dicendo: Ei si rimette nell’Eterno; lo liberi dunque; lo salvi, poiché lo gradisce!»
Il NT mostra in Matteo 27:39-44 come anche questo s’adempì: «E coloro che passavano di lì, lo ingiuriavano, scotendo il capo e dicendo: Tu che disfai il tempio e in tre giorni lo riedifichi, salva te stesso, se tu sei Figliuol di Dio, e scendi giù di croce! Similmente, i capi sacerdoti con gli scribi e gli anziani, beffandosi, dicevano: Ha salvato altri e non può salvar sé stesso! Da che è il re d’Israele, scenda ora giù di croce, e noi crederemo in lui. S’è confidato in Dio; lo liberi ora, s’Ei lo gradisce, poiché ha detto: Son Figliuol di Dio. E nello stesso modo lo vituperavano anche i ladroni crocifissi con lui.»
Annoverato fra i malfattori; la sua misericordiosa intercessione
Isaia 53:12 parla dei due malfattori che furono crocifissi con Gesù, come pure della sua misericordiosa intercessione per i suoi tormentatori: «Ha dato sé stesso alla morte, ed è stato annoverato fra i trasgressori (o malfattori), perché egli ha portato i peccati di molti e ha interceduto per i trasgressori.» (Vedasi Luca 23:32-34: «Or due altri, due malfattori, erano menati con lui per esser fatti morire. E quando furono giunti al luogo detto <il Teschio>, crocifissero quivi lui e i malfattori, l’uno a destra e l’altro a sinistra. E Gesù diceva: Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno!»)
Fiele e aceto
Un ulteriore dettaglio della crocifissione si trova nel Salmo 69:21, dove il Messia crocifisso dice: «Anzi mi han dato del fiele per cibo, e, nella mia sete, m’han dato a ber dell’aceto.» Per fiele sta in ebraico «Rosch» e in greco «Chole».25a
Questo passo attesta che al Messia fu dato prima fiele per cibo e poi aceto per la sua sete. L’adempimento per il fiele (greco: «Chole»!) offerto al Messia, si trova in Matteo 27:32-35: «Or nell’uscire trovarono un Cireneo chiamato Simone, e lo costrinsero a portar la croce di Gesù. E venuti ad un luogo detto Golgota, che vuol dire: Luogo del Teschio, gli dettero a bere del vino mescolato con fiele; ma Gesù non volle berne. Poi, dopo averlo crocifisso…»
La descrizione del modo in cui si diede l’aceto al Messia, si trova in Matteo 27:45-48: «Or dall’ora sesta si fecero tenebre per tutto il paese, fino all’ora nona. E verso l’ora nona, Gesù gridò con gran voce: Elì, Elì, lamà sabactanì? cioè: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Ma alcuni degli astanti, udito ciò, dicevano: Costui chiama Elia. E subito un di loro corse a prendere una spugna; e inzuppatala d’aceto e postala in cima ad una canna gli die’ da bere.»
La morte
La conclusione di tutti questi dolori insondabili viene espressa nel Salmo 22:15, dove il Messia prega il suo Dio: «Tu m’hai posto nella polvere della morte.»
Nel Salmo 31,5 si trova l’ultima parola del Messia crocifisso: «Io rimetto il mio spirito nelle tue mani» (vedasi il relativo adempimento in Luca 23:46).
Nel sepolcro di un ricco
Un’importante profezia messianica si trova in Isaia 53:9, dove è scritto: «Gli avevano assegnata la sepoltura fra gli empi, ma nella sua morte, egli è stato col ricco, perché non aveva commesso violenze né v’era stata frode nella sua bocca.»
I malfattori venivano spesso bruciati ad occidente di Gerusalemme nel fuoco del Tofet. Questo quindi sarebbe stato il sepolcro del condannato. Ma da Isaia 53:9 si vede che Dio non permetterà nessun altro oltraggio dopo la morte del Messia, e che il Messia riposerà da morto presso un ricco. L’adempimento di questa profezia si trova in Matteo 27:57-60: «Poi, fattosi sera, venne un uomo ricco di Arimatea, chiamato Giuseppe, il quale era divenuto anch’egli discepolo di Gesù. Questi, presentatosi a Pilato, chiese il corpo di Gesù. Allora Pilato comandò che il corpo gli fosse rilasciato. E Giuseppe, preso il corpo, lo involse in un panno lino netto, e lo pose nella propria tomba nuova, che avea fatto scavare nella roccia e dopo aver rotolato una gran pietra contro l’apertura del sepolcro, se ne andò.»
In ebraico la parola «morte» di Isaia 53:9 sta al plurale, volendo così esprimere tutto lo strazio di questo genere di morte.26
La durata della vita
Si trova nell’AT anche un accenno all’età che avrà il Messia morente? Nel Salmo 102 anche un Salmo messianico, il Messia si 1 agna, pregando il suo Dio, per il fatto che deve morire: «Io ho detto: Dio mio, non mi portar via nel mezzo dei miei giorni!» (Salmo 102:24) L’espressione «nel mezzo dei miei giorni» è facile da comprendere se si conosce il Salmo 90, in cui si parla del breve tempo di vita dell’uomo su questa terra. Nel verso 10 si legge: «I giorni dei nostri anni arrivano a settant’anni… e quel che ne fa l’orgoglio, non è che travaglio e vanità; perché passa presto, e noi ce ne voliamo via.»
Se quindi la durata probabile della vita di un Ebreo era in media di 70 anni, appare chiaro quel che si intende con l’espressione «nel mezzo dei miei giorni». Il Signore Gesù ha adempiuto anche questa profezia, giacché morì a circa 33 anni. Cominciò il suo servizio pubblico quando aveva all’incirca 30 anni (Luca 3:23) e operò quasi tre anni fino alla sua morte in croce.
Nessun osso rotto
Una predizione alquanto strana è scritta per il Messia nel Salmo 34:20: «Egli (Jahwe) preserva tutte le ossa di lui, non uno ne è rotto.»
Se si confronta questa profezia col suo adempimento, appare tutto chiaro. In Giovanni 19:31-33 si legge: «Allora i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato (poiché era la Preparazione, e quel giorno del sabato era un gran giorno) chiesero a Pilato che fossero loro fiaccate le gambe, e fossero tolti via. I soldati dunque vennero e fiaccarono le gambe al primo, e poi anche all’altro che era crocifisso con lui; ma venuti a Gesù, come lo videro già morto, non gli fiaccarono le gambe.»
Il posto preciso della sua morte
Il punto preciso dove il Messia doveva morire era noto già dal tempo di Abrahamo (circa 1900 a.C.).
In Genesi 22:1-19 viene descritta la storia del sacrificio di Isacco. Essa ebbe luogo su un monte della terra di Moriah o del Moriah, (secondo un’altra versione: ebraico «Erez hammorijah»!, vedasi Genesi 22:2).
Moriah è il monte del tempio di Gerusalemme (cfr. 2. Cronache 3:1). Perciò il «paese di Moriah», o del Moriah, è semplicemente la regione circostante Gerusalemme. Isacco non vi trovò la morte, perché come figlio di Abrahamo era unicamente un Typos, un modello in vista del Messia. Al luogo del sacrificio di Isacco (non si trattò quindi del monte Moriah stesso, ma di una montagna ad esso prossima!), Abrahamo diede il nome «Jahwe jireh». (L’Eterno vede o provvede, vedasi verso 14 e versi 7-8). Ciò significa che Iddio avrebbe provveduto su tale monte per la vera vittima a cui questa storia mira tipologicamente (come esempio). Perciò Genesi 22:14b afferma: «Per questo si dice oggi: Al monte dell’Eterno sarà provveduto.»
Non è forse morto realmente nel paese di Moriah il nostro Signore Gesù, fuori di Gerusalemme, sulla collina del Golgota? (vedasi Giovanni 18+19; Ebrei 13:12). In tal modo, ha adempiuto pure questa profezia!
L’importanza della passione e della morte del Messia
Per poter illustrare l’importanza della passione e della morte del Messia, si deve fare qualche passo indietro. La Bibbia afferma in moltissimi versi dell’AT (ad es. nel Salmo 14) e del NT, che tutti gli uomini hanno peccato, senza alcuna eccezione. Romani 3:23 dice: «Non v’è distinzione; difatti, tutti hanno peccato e son privi della gloria di Dio.»
Iddio però è un Dio infinitamente santo e giusto (Giosuè 24:19; Salmo 7:11), e non può in nessun modo tollerare o passare sopra il peccato, cioè su tutto ciò che è in contraddizione coi suoi pensieri o la sua persona (vedasi Habacuc 1:13). Perciò avrebbe dovuto maledire e condannare ogni uomo. Ma la Bibbia dice pure che Dio è amore (1. Giovanni 4:8) e perciò non vuole maledire e condannare nessuno, anzi «vuole che tutti gli uomini siano salvati», dice 1. Timoteo 2:4! Così si rese necessario che Dio trovasse una soluzione per poter offrire agli uomini, in conformità alla sua santità e giustizia, il perdono dei peccati e la salvezza eterna. Ma questo era solo possibile se un uomo perfetto, senza peccato e santo, sopportasse come sostituto il giudizio di Dio. Così Iddio inviò suo Figlio e lo fece divenire uomo, La Scrittura dice espressamente del Signore Gesù che egli non commise alcun peccato (1. Pietro 2:22) e nel NT lo chiama sette volte il «Giusto». Allorché il Signore Gesù era appeso alla croce, Iddio lo caricò dei peccati di tutti quelli che hanno creduto in lui e che ancora crederanno. Sì, nelle tre ore di tenebre, egli lo identificò con tutti questi peccatori e scaricò su di lui tutto il giudizio dell’ira divina (1. Pietro 2:24; 2. Corinzi 5:21; Isaia 53:10). In queste tre ore, Iddio abbandonò completamente il Messia e perciò questi dovette emettere il terribile grido: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Salmo 22:1; Matteo 27:46) Quindi Gesù, il Messia, morì (Matteo 27:50), portando a termine l’opera redentrice (Giovanni 19:30)! Ora Iddio può donare il perfetto perdono ad ogni peccatore che si affida al Signore Gesù come trasgressore pentito e convertito, confessandogli in preghiera i propri peccati (1. Giovanni 1:9); ma sempre in base al sangue versato da Gesù sul Golgota (Efesini 1:7). Infatti leggiamo in Ebrei 9:22 che senza spargimento di sangue è escluso che vi possa essere remissione dei peccati. In questo momento hanno trovato adempimento pure le parole di Isaia 53:3-6: «Disprezzato e abbandonato dagli uomini, uomo di dolore, familiare col patire, pari a colui dinanzi al quale ciascuno si nasconde la faccia. Era spregiato, e noi non ne facemmo stima alcuna. E, nondimeno, eran le nostre malattie che egli portava, erano i nostri dolori quelli di cui s’era caricato; e noi lo reputavamo colpito, battuto da Dio, ed umiliato! Ma egli è stato trafitto a motivo delle nostre trasgressioni, fiaccato a motivo delle nostre iniquità; il castigo, per cui abbiam pace, è stato su lui, e per le sue lividure noi abbiamo avuto guarigione. Noi tutti eravamo erranti come pecore, ognuno di noi seguiva la sua propria via; e l’Eterno ha fatto cadere su lui l’iniquità di noi tutti.»
3. Leggendo Isaia 53
Poiché Isaia assume un posto di tanta importanza nella profezia messianica, questo passaggio deve essere considerato a parte e più a fondo. I capitoli 52:13-53:12 possono essere definiti a ragione «L’evangelo secondo Isaia». L’Eterno annunciò quasi 700 anni prima di Cristo, tramite i profeti, che la «Speranza d’Israele», il Messia atteso, sarebbe stato incomprensibilmente disprezzato e respinto dal suo popolo. Tuttavia questo «Evangelo» mostrò anche che il Messia non sopporterà dolori solo da parte degli uomini, ma anche sotto la mano di Dio, cosicché egli morrà sostitutivamente come giusto per gli ingiusti, per poterli salvare dai loro peccati.
L’autenticità di Isaia
Per poter rifarsi alla fidatezza e all’autenticità di Isaia, bisogna riandare con la mente ancora una volta a quanto detto nell’Introduzione circa la traduzione dei Settanta e il rotolo completo di Isaia trovato a Qumran. Infatti Isaia 53 è contenuto per intero in ambedue le opere!
La diversa interpretazione ebraica di Isaia 53
Oggi il giudaismo ha abbandonato completamente l’interpretazione messianica di questo passo di Isaia. Ma come tuttavia dimostra la letteratura rabbinica, per lunghissimo tempo non fu così. Il parere più diffuso oggi sostiene che il «Servo di Dio» non è il Messia, ma il popolo d’Israele, o una sua parte. Sul popolo d’Israele sarebbero caduti i dolori descritti qui. Questa interpretazione di Isaia 53 è però insostenibile per vari motivi del contenuto:
- Quando mai ha sofferto il popolo d’Israele, o una sua parte, per i peccati di altri? Neanche uomini giusti come Noè, Daniele e Giobbe avrebbero potuto farlo, come attesta Ezechiele 14:12-20!
- Può forse essere detto di un qualsiasi Ebreo, a parte il Messia, che «non aveva commesso violenze né v’era stata frode nella sua bocca?» (Isaia 53:9)
- Quando mai il popolo d’Israele, o una parte di esso, è stato nel sepolcro di un ricco, anziché in uno posto fra i malfattori? (Isaia 53:9)
Interpretazioni messianiche nella letteratura rabbinica
Come già detto, nella letteratura messianica c’è tutta una serie di passi che collegano Isaia 53 al Messia. Tali passi si trovano, ad esempio, nel Talmud babilonese, Sanhedrin 98b, nel Trattato Abkath Rokel del libro Paskita (700 d.C), in un commento a Genesi 1:3 del rabbino Moses Haddarschan (11° secolo) e nel libro Rabboth (300 d.C.) su Ruth 2:12. Il rabbino Alschesch (16° secolo) dice circa Isaia 53: «I nostri antichi rabbini hanno pensato, sulla scorta della tradizione, che qui si parli del re Messia. Perciò pure noi, seguendoli, riteniamo, che dobbiamo pensare che il soggetto di questa predizione sia Davide; egli è il Messia, come è ben chiaro.»28
Nel Midrasch Tanchuma (9° secolo?) è detto a proposito delle parole «Ecco, il mio servo prospererà» (Isaia 52:13): «Questi è il re Messia che è elevato ed esaltato, reso eccelso, più in alto di Abrahamo, innalzato sopra Mosè, e più degli angeli che servono.»29
Nel Targum Jonathan Ben Uzziel14, le trasposizioni aramaiche dei profeti, che si rifanno a una tradizione rimontante al tempo precristiano, nella frase «Ecco, il mio servo prospererà» (Isaia 52:13) viene inserito addirittura il titolo «Messia».30 Vi sarebbero ancora molti altri interessanti documenti del genere; tuttavia ora vogliamo occuparci del modo in cui queste profezie, redatte per una gran parte col «perfetto profetico» (vedasi Introduzione) si sono adempiute nel Gesù della storia.
Osservazioni sul testo di Isaia 53
Isaia 52:13: «Ecco, il servo prospererà, (o “agirà saggiamente”, secondo un’altra versione) sarà elevato, esaltato, reso sommamente eccelso.»
Prima che venga descritta la terribile Passione del Messia, viene rappresentato il suo trionfo. Il Messia deve essere tolto dal sepolcro (alla risurrezione, Atti degli Apostoli 2:24); elevato in cielo (all’ascensione, Atti degli Apostoli 1:9); e sovranamente innalzato (sul trono, alla destra di Dio; Marco 16:19).
Isaia 52:14: «Come molti, vedendolo, son rimasti sbigottiti, (tanto era disfatto il suo sembiante sì da non parere più un uomo, e il suo aspetto sì da non parer più un figliuol d’uomo).»
Qui si parla del Messia maltrattato dagli uomini: il dorso del Signore Gesù fu trasformato in una sanguinolenta massa e la sua carne dilaniata, allorché Pilato lo fece flagellare (con cinghie di cuoio, dalle estremità munite di acuminati pezzi di metallo, pietre o ganci; Giovanni 19:1). Sul suo capo fu posta una corona di spine, con aculei lunghi 5-8 centimetri, cosicché il sangue gli scorreva abbondante sui capelli e sul volto (Giovanni 19:2).
Isaia 52:15: «Così molte saranno le nazioni di cui egli desterà l’ammirazione: i re chiuderanno la bocca dinanzi a lui, poiché vedranno quello che non era loro mai stato narrato, e apprenderanno quello che non avevano udito.»
Il messaggio del martoriato Messia Gesù fu poi annunciato in tutto il mondo fuori dei confini d’Israele, ove esso sollevò grande impressione (vedasi Romani 15:18-21). Persino re udirono tale notizia (Agrippa: Atti degli Apostoli 26:27-28; l’imperatore romano: vedasi Atti degli Apostoli 25:11,12 ecc).
Isaia 53:1: «Chi ha creduto a quello che noi abbiamo annunziato? E a chi è stato rivelato il braccio dell’Eterno?»
Sebbene l’annuncio del Messia e delle sue sofferenze si diffondesse in tutto il mondo, esso incontrò una grande incredulità. Solo pochi Ebrei vi credettero (Giovanni 12:37-38). Ma anche fra i non Ebrei, i pagani, sollevò (e solleva) un rifiuto profondo.
Isaia 53:2a: «Egli è venuto su dinanzi al lui come un rampollo, come una radice ch’esce da arido suolo.»
Questo verso parla della crescita del Messia come piccolo bambino (la parola ebraica «Joneq» = «Rampollo» significa contemporaneamente anche «Lattante»!). Questa crescita del Signore Gesù avvenne però «dinanzi a lui», cioè in completa comunione col suo Dio (Luca 2:40,41-52). Egli crebbe nel mezzo di un popolo contraddistinto da durezza di cuore, incredulità e religiosità morta, cioè «da arido suolo».
Isaia 53:2b+3: «Non aveva forma né bellezza da attirare i nostri sguardi, né apparenza, da farcelo desiderare. Disprezzato e abbandonato dagli uomini, uomo di dolore, familiare col patire, pari a colui dinanzi al quale ciascuno si nasconde la faccia, era spregiato, e noi non ne facemmo stima alcuna.»
Fra gli Ebrei si attendeva come Messia un combattente per la libertà, che avrebbe scosso il giogo dei Romani. Così si ebbe per Gesù che venne come mansueto servo del Signore, solo disprezzo e onta. Furono specialmente i capi del popolo che lo rifiutarono (la parola ebraica «Ishim» indica uomini di particolare alta condizione). Solo pochissimi riconobbero la sua gloria, «Piena di grazia e di verità,… gloria come quella dell’Unigenito venuto da presso al Padre» (Giovanni 1:14).
Isaia 53:4a: «E, nondimeno, erano le nostre malattie che egli portava, erano i nostri dolori quelli di cui s’era caricato.»
Il Signore Gesù ha risentito profondamente le sofferenze dei molti malati di Israele: e le portò durante tutta la sua vita su questa terra (Matteo 8:16.17; vedasi Giovanni 11:33-36). (Si osservi che in questo verso si parla di «malattie» e «dolori» e non di «misfatti» o « trasgressioni»!).
Isaia 53:4b-6: «E noi lo reputavamo colpito, battuto da Dio, ed umiliato! Ma egli è stato trafitto a motivo delle nostre trasgressioni, fiaccato a motivo delle nostre iniquità; il castigo, per cui abbiam pace, è stato su lui, e per le sue lividure noi abbiamo avuto guarigione. Noi tutti eravamo erranti come pecore, ognuno di noi seguiva la sua propria via; e l’Eterno ha fatto cader su lui l’iniquità di noi tutti.»
Era evidente che il Messia Gesù soffrisse per la malvagità dei Romani e degli Ebrei (però questo fatto, da solo, non poteva rimettere nessun peccato), mentre nel passo profetico si afferma che nelle tre ore di tenebre Iddio lo punì alla croce come sostituto per i peccati di tutti quelli che, pentendosene, li hanno confessati al Creatore (o che lo faranno in seguito) ed hanno avuto fiducia nel sacrificio di espiazione del Golgota (o vi crederanno in avvenire) (1. Giovanni 1:9; Romani 3:23-26).
Isaia 53:7: «Maltrattato, umiliò sé stesso, e non aperse la bocca. Come l’agnello menato allo scannatoio, come la pecora muta dinanzi a chi la tosa, egli non aperse la bocca».
Il Signore Gesù sopportò tutti i maltrattamenti senza opporre resistenza. Come si è adempiuto esattamente: «come la pecora, … non aperse la bocca…» (vedasi Matteo 26:62; 27:12-14 ecc.)!
Nell’AT si offrivano a Dio sacrifici di animali per i peccati commessi; è interessante osservare che, per es, da questo passo di Isaia si può riconoscere, che già in quel tempo era chiaro, che tali vittime erano solo prototipi in vista del sacrificio del Messia che realmente toglie i peccati!
Isaia 53:8: «Dall’oppressione e dal giudizio fu portato via (o strappato in fretta e furia). E fra quelli della sua generazione chi riflette ch’egli era stato strappato dalla terra dei viventi e colpito a motivo delle trasgressioni del mio popolo?»
La condanna del Signore Gesù fu solo una falsa procedura corrotta, che si ridusse a una breve caricatura di processo. Poiché «nei processi in questioni di vita e di morte» il Sinedrio doveva di solito citare come testimoni persone che avessero potuto deporre a favore dell’accusato. Dove erano invece i difensori di Gesù? In fretta e furia, si svolse il procedimento. Chi può descrivere la corruzione di quella gente? Uccisero il loro Messia! Ma contemporaneamente egli morì per tutto Israele (vedasi Matteo 1:21; Giovanni 11:50,51)!
Isaia 53:9: «Gli avevano assegnato la sepoltura fra gli empi, ma nella sua morte, egli è stato col ricco, perché non aveva commesso violenze né v’era stata frode nella sua bocca.»
La sepoltura degli empi sarebbe stata nella valle di Hinnom, fuori della città di Gerusalemme, dove venivano bruciati i rifiuti cittadini. Ma Iddio non consentì un ulteriore oltraggio. Così avvenne che egli fu posto nel sepolcro del ricco Giuseppe di Arimatea (Matteo 27:57-60). La sua innocenza viene confermata tramite una triplice testimonianza apostolica:
- non conobbe peccato (2 Corinzi 5:21: Paolo)
- non commise peccato (1 Pietro 2:22: Pietro)
- non fu trovato peccato in lui (1 Giovanni 3:5: Giovanni). Isaia 53:10: «Ma piacque all’Eterno di fiaccarlo coi patimenti. Dopo aver dato la sua vita in sacrificio per la colpa, egli vedrà una progenie, prolungherà i suoi giorni, e l’opera dell’Eterno prospererà nelle sue mani.»
Quando il Signore Gesù fu posto in croce, carico di colpe altrui, l’Iddio Santo e Giusto dovette abbandonarlo per tre ore (Matteo 27:45,46) e colpirlo al nostro posto. Ma avendo portato a termine l’opera redentrice, «prolungherà i suoi giorni», risorgendo dai morti il terzo giorno (Atti degli Apostoli 1:3; 10:40,41; Romani 6:9; Apocalisse 1:18 ecc).
Isaia 53:11: «Egli vedrà i frutto del tormento dell’anima sua, e ne sarà saziato; per la sua conoscenza, il mio servo, il giusto, renderà giusti i molti, e si caricherà egli stesso delle loro iniquità.»
La sua opera redentrice comporta delle impensabili conseguenze: i peccatori possono essere liberati dalle loro colpe e sono «il frutto del tormento dell’anima sua». Per mezzo suo, tutti i credenti possono essere giustificati davanti a Dio (Romani 3:26).
Isaia 53:12: «Perciò io gli darò la sua parte fra i grandi, ed egli dividerà il bottino con i potenti, perché ha dato sé stesso alla morte, ed è stato annoverato fra i trasgressori, perch’egli ha portato i peccati di molti, e ha interceduto per i trasgressori.»
Il Signore si è sacrificato di sua spontanea volontà (ha dato se stesso nella morte; vedasi Giovanni 10:17,18) ed è stato annoverato fra i trasgressori (ebraico «Posch gim» = delinquenti, Luca 23:33), perciò Dio gli darà come ricompensa avvenire il regno messianico (Apocalisse 20:6), e anche il residuo fedele di Israele vi parteciperà (= i potenti). Quando era in croce, il Signore Gesù ha interceduto per i trasgressori (Luca 23:34). Egli portò i peccati di molti, ma non di tutti (vedasi Ebrei 9:28; Marco 10:45)! Chiunque non confessa a Dio la propria colpa e non lo ringrazia per aver sacrificato il suo Messia Gesù, cadrà sotto il giudizio eterno di Dio (Matteo 25:41,46). Ma oggi è ancora giorno di salvezza; chiunque viene al Signore Gesù sarà accolto (Matteo 11:28-30)!
4. La risurrezione
Anche la risurrezione del Messia fu preannunciata nell’AT! Nel Salmo 16:8-10 parla il Messia stesso: «Io ho sempre posto l’Eterno davanti agli occhi miei; poiché egli è alla mia destra, io non sarò punto smosso. Perciò il mio cuore si rallegra e l’anima mia festeggia; anche la mia carne dimorerà al sicuro; poiché tu non abbandonerai l’anima mia in poter della morte (ebraico: Scheòl) né permetterai che il tuo santo vegga la corruzione.» (versione Diodati; o «la decomposizione», secondo la Riveduta della SBG 1982).
Questo passo non può assolutamente riferirsi a Davide, il compositore di questo Salmo, giacché egli morì 1000 prima che vivesse il Messia e «vide» conseguentemente «la corruzione», «la decomposizione». Il suo sepolcro poteva essere visitato a Gerusalemme ancora nel 32 d.C. (vedasi Atti degli Apostoli 2:29)! Ma del Signore Gesù ci viene attestato con somma chiarezza che egli è risorto tre giorni dopo la morte e che egli «non vide la corruzione», la «decomposizione» (vedasi Matteo 28; Marco 16; Luca 24; Giovanni 20 e 21).
Giuseppe Flavio conferma la risurrezione
La risurrezione di Gesù Cristo non ci viene confermata solo da fonti storiche bibliche. Lo storico Giuseppe Flavio pubblicò nell’anno 93 la sua opera in 20 volumi «Antiquitates Judaicae», che egli scrisse per i Romani, affinchè questi fossero meglio informati sugli Ebrei e sulla loro religione. In essa egli si pronuncia brevemente sul giudizio e sulla risurrezione del Signore Gesù: «In tal tempo (cioè quello di Pilato, 26-36 d.C), apparve Gesù, un uomo sapiente, taumaturgo che compì molte opere miracolose e fu maestro per gli uomini, che accettavano volentieri la verità. Guadagnò alla sua causa molti Ebrei e anche molti Greci. Quest’uomo era il Messia. E dopo che Pilato l’ebbe condannato a morte su incitamento dei nostri propri capi, quelli che lo amavano non lo abbandonarono. Giacché egli apparve loro di nuovo vivente, dopo tre giorni …».31 Già trattando l’autenticità della citazione di Flavio (pag. 35) accennammo che questo passo fu messo in dubbio da vari critici. Si rivedano dunque gli argomenti esposti prima a favore dell’autenticità di questa citazione di Giuseppe Flavio.
Più di 500 testimoni oculari
In tutto vi furono più di 500 testimoni oculari della risurrezione (vedasi 1. Corinzi 15:3-9). Non è possibile dichiarare impostori tutti questi uomini, giacché l’insincerità è in contraddizione fondamentale con l’insegnamento del NT, a cui essi si attenevano con la massima fermezza e anche perché alcuni di loro non temettero di dover subire il martirio a motivo della loro fede!
Senza risurrezione, non c’è Cristianesimo
Va notato attentamente il fatto seguente: verso l’anno 57 d.C, l’apostolo Paolo scrisse in una lettera ai Corinzi che la certezza della fede cristiana si basa sulla realtà della risurrezione, cioè se la risurrezione del Signore non fosse un fatto storico, la fede dei Cristiani non avrebbe alcun senso. Infatti in 1. Corinzi 15:16-19 si legge testualmente: «Difatti, se i morti non risuscitano, neppure Cristo è risuscitato; e se Cristo non è risuscitato, vana è la vostra fede; voi siete ancora nei vostri peccati. Anche quelli che dormono in Cristo son dunque periti. Se abbiamo speranza in Cristo per questa vita soltanto, noi siamo i più miserabili di tutti gli uomini.»
Se i testimoni oculari della risurrezione fossero stati ingannatori, come avrebbero poi potuto far dipendere tutta la loro predicazione da una menzogna? Perciò la risurrezione deve essere stata un’incrollabile certezza. Paolo scrive poi nel verso seguente (1. Corinzi 15:20): «Ma ora Cristo è risuscitato dai morti, primizia di quelli che dormono.»
L’importanza della risurrezione
La risurrezione di Cristo dai morti è così importante perché risuscitando il suo Messia dai morti, Iddio voleva dare a tutti la prova che aveva accettato completamente il suo sacrificio sostitutivo ed è pronto a perdonare chiunque vi ricorre e fa sua personalmente, in fede, questa opera espiatrice, confessando senza esitazioni la sua colpa personale.
Conclusione
E’ chiaro che nell’ambito della presente trattazione il tema della profezia messianica non ha potuto essere svolto esaurientemente. Spero però di aver dimostrato in modo accessibile veramente a tutti, per impostazione e linguaggio volutamente semplicissimi (anche in questa traduzione italiana), che
1. Gesù di Nazareth è il Messia predetto nell’AT, e
2. che il benessere di ogni singola persona dipende esclusivamente, se si accetta ovvero se si rigetta il Signore Gesù Cristo come Messia e proprio Salvatore personale.
Appendice
A) Note
( T – tedesco; F -> francese; I – inglese; V. – vedasi )
1 A. Lamorte: Israele – la sua terra e il suo libro, Beatenberg, 1970, pag. 28, T; v. A. Lamorte: Le scoperte archeologiche del Mar Morto – fantasia o storia? Bevaix, pag. 34, F
2 John C. Trever: Manoscritti della grotta 1 di Qumran (Il grande rotolo di Isaia), Gerusalemme, 1972, I
3,4,4a Frank Moore Cross: L’antica biblioteca di Qumran e la scienza biblica, Neukirchen-Vluyn,
1967, pag. 154; 155; 56; T 5,6 La Septuaginta in greco e inglese, Bagster e Figli SRL, Londra, Introduzione, pag. 1; vedasi Giovanni 10:34 con Salmo 82:6 e 1. Corinzi 14:21 con Isaia 28:11,12, I
7 Traduzione della Bibbia, Lutero, con Apocrifi in appendice, Stoccarda, 1955, pag. 31, T
8 Kurt Aland, Breve lista dei manoscritti greci del NT, Berlino, 1963, T Kurt e Barbara Aland: il testo del Nuovo Testamento, 1982, pag. 87, T
9 V. anche: W. Gitt, Profezia – Manifestazione di Dio nel tempo e nello spazio, in: factum 1/2-1981, T
9a Hollenberg-Budde: Libro scolastico ebraico, Basilea e Stoccarda, 1957, pag. 75, T 9b V. Sir R. Anderson: Il principe che viene, Grand Rapids, Michigan, X edizione, 1957, pag. 67-75,1
10 Citato secondo Dale Rhoton: La logica della fede, Strombeeck Bever, Belgio, 1970, pag. 19, T
11 Citato secondo Michael Green: Nessuno venga a parlarmi di fatti, II edizione, Neuhausen-Stoccarda, 1974, pag. 19, T
12 Citato secondo Frederick F. Bruce, M.A., D.D.: La credibilità degli scritti del Nuovo Testamento, Un esame dei reperti storici, Bad Liebenzell, 1976, pag. 124, T
12a V. Talmud babilonese, Nazir 32b; Giuseppe Flavio: Antiquitates Judaicae, X, II.7; De bello Judaico, IV, 6.3 e VI, 5.4, T
13 Citato secondo Abrahamo Meister: L’adempimento della promessa messianica dell’AT con Gesù di Nazareth, Dott. S. Kulling, Chrischonarain 201, 4126 Bettingen, pag 19, T
13a Talmud babilonese, Sanhedrin 98b
14 «Targum», plurale «Targumim»: trascrizioni e traduzioni aramaiche di quasi tutto l’AT. In seguito alla cattività babilonese, l’aramaico sostituì l’ebraico come lingua nazionale. Perciò da tal momento, alla lettura dell’AT, il testo dovette sempre essere tradotto in aramaico. Dapprima fu fatto oralmente e a memoria. Più tardi queste tradizioni di versione furono fissate per iscritto nei Targumim. Poiché esse contengono anche aggiunte come spiegazione, informano sul pensiero teologico nel giudaismo fino al tempo precristiano. Dei più antichi ed importanti Targumim fanno parte il Targum Onkelos per i cinque libri di Mosè e il Targum Jonatlìan Ben Uzziel per i profeti
15 Lo «Shebet» è in rapporto col popolo d’Israele anche espressione del fatto che la tribù che Io possiede viene considerata da Dio come testimone responsabile di fronte agli altri popoli.
16 Che Matteo 1 effettivamente riproduca la tavola genealogica di Giuseppe e Luca 3 quella di Maria deve essere dimostrato: in Matteo 1:16 si ha: «Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria». Da ciò risulta che Giacobbe era il padre reale di Giuseppe. In Luca 3:23 sta scritto, secondo alcune traduzioni: «Giacobbe figlio di Heli». Però nell’originale greco manca la parola «figlio»! Egli era infatti figlio di Giacobbe; e di Heli, padre di Maria, era unicamente il genero.
17 Circa la crudeltà di Archelao v. «De bello Judaico», II, 7,3 di Giuseppe Flavio
18 V. «De bello Judaico», 1,33
19 Questa citazione corrisponde alla traduzione dei LXX in Isaia 40:3; v. Matteo 3:3
20 Citato secondo Michael Green, pag 19, v. 11
21 V. per es. le sue profezie sulla distruzione di Gerusalemme (Luca 19:41-44 e 21:20-24). La sua profezia in Luca 21:20-24 servì alla salvezza di tutti i Cristiani durante l’assedio di Gerusalemme nel 70 d.C. Allorché Tito, dopo aver accerchiato la città, ritirò le sue truppe per un «motivo inspiegabile» come tramanda Giuseppe Flavio, i Cristiani si diedero alla fuga fidando nell’ordine del Signore e poterono mettersi al sicuro. In seguito vi furono l’assedio definitivo e la distruzione della città. 21a Questo verso viene interpretato messianicamente nel Talmud babilonese, Sanhedrin 97b
22 V. ad es., Benjamin Davidson, II lessico analitico ebraico e caldeo, Londra, 1970,I 22a Pesiqta Rabbati, Pisqua 36, 161b su Isaia 60:1,2 e Pisqua 37,162b su Isaia 60:10
23 Nell’AT si fa una differenza chiara e assai esatta fra animali puri e animali impuri (v. Leviti-co 11:5; Deuteronomio 14). Secondo tale ripartizione, i cani appartengono agli animali impuri. Perciò i non Ebrei, che non appartengono al popolo di Dio ( = Israele) possono essere designati figurativamente con l’espressione «Cani». Quindi non si tratta in nessun caso di un insulto, come invece lo è in italiano e anche in altre lingue!
24 La traduzione con «forato» è molto corretta. Anche la LXX comprende in tal modo l’espressione ebraica. Quindi «Kaari» per «kaarim» può essere inteso quale part. att. masch. plur. dalla radice «kvr». V. Benjamin Davidson, II lessico analitico ebraico e caldeo, pag. 45 (XXXI, I, I) e pag. 367,I
25 Citato secondo Michael Green, v. 11, pag. 15, T
25a Si intende con ciò un narcotico, un anestetico, uno stupefacente
26 V. la nota della traduzione Elberfeld di Isaia 53:9, T
27 La rottura delle ossa doveva accelerarne la morte
28 Citato secondo Abraham Meister, v. 13, pag. 13, T
29 Come sopra
30 Praticamente tutti i dolori verranno in seguito, ma facendo violenza alla lingua, tenuti lontani dal Messia. Però deve trattarsi del frutto di un lavoro redazionale posteriore fatto per motivi polemici.
31 Citato secondo Michael Green, pag. 19, vedi sopra
B) Citazioni bibliche
L’autore ha usato, per il testo tedesco, maggiormente la versione Elberfeld. Per la traduzione in italiano, le citazioni bibliche sono state tratte, per lo più, dalla Versione Riveduta italiana, edita dalla Società biblica britannica e forestiera. Il nome di Dio è stato reso con «Jahwe». Si è fatto pure ricorso alle versioni: Riveduta della Società biblica di Ginevra 1982, Diodati e ad altre ancora, pure usate in Italia.
C) Edizioni dei testi originari dell’AT e del NT
- Biblia Hebraica Stuttgartensis Thora, Neviim Uketubim Stoccarda, 1967/77
- Novum Testamentum Graece Nestle-Aland XXVI edizione, Stoccarda, 1979
- The Greek New Testament United Bible Societies Third Edition, 1975
- Septuaginta Alfred Rahlfs Stoccarda, 1935
Fonte generale (Il Cammino cristiano)
NOSTRO COMMENTO: Dopo l’analisi di queste autorevoli fonti credo che non ci dovrebbero essere dubbi sulla esistenza di Gesù Cristo sulla Terra.
Prove storiche da fonti non cristiane sull’esistenza e sulla vita di Gesù Cristo
elaborato sulla base di uno studio di M. Gleghorn
Nota del curatore: come ho sottolineato nell’indice di questa sezione del sito, ho voluto riportare alcuni documenti riguardanti le conferme storiche e archeologiche in quanto possono tornare utili a quanti si confrontano con discussioni su determinate questioni. La nostra fede, tuttavia, non si fonda sulle conferme che abbiamo dalle scienze, ma unicamente sull’incontro che abbiamo fatto con il Signore Gesù, e sulla comunione che abbiamo con Lui giorno per giorno da quanto lo abbiamo conosciuto nella nostra vita.
Nonostante l’evidenza dell’accuratezza e della fedeltà storica del Nuovo Testamento della Bibbia, molte persone rifiutano di accettarne e crederne il contenuto perché vogliono un riscontro in fonti non bibliche e non cristiane che ne avvalorino le affermazioni.
Alcuni agnostici ed atei affermano che escludendo “qualche oscuro riferimento in Giuseppe Flavio e simili”, non ci sono prove storiche della vita di Gesù al di fuori della Bibbia.
La realtà è che tali prove esistono, e in questo articolo ne osserveremo qualcuna.
Prove dagli annali di Cornelio Tacito
Cominciamo con un passaggio che lo storico Edwin Yamauchi definisce “probabilmente il riferimento più importante a Gesù al di fuori del Nuovo Testamento”.
Cornelio Tacito è comunemente riconosciuto come storico tra i più scrupolosi, come ci attesta anche l’antica testimonianza di Plinio il Giovane che ne loda la diligenza; Tacito si dedicò infatti con gran scrupolo alla raccolta di informazioni e notizie, utilizzando non solo fonti letterarie, ma anche documentarie. Per la sua posizione politica, egli aveva accesso agli acta senatus (i verbali delle sedute del senato romano) e agli acta diurna populi romani (gli atti governativi e le notizie su ciò che accadeva giorno per giorno).
Riportando la decisione dell’imperatore Nerone di riversare sui Cristiani la colpa dell’incendio che distrusse Roma nel 64 d.C., Tacito scrisse:
“Nerone si inventò dei colpevoli e sottomise a pene raffinatissime coloro che la plebaglia, detestandoli a causa delle loro nefandezze, denominava cristiani. Origine di questo nome era Christus, il quale sotto l’impero di Tiberio era stato condannato all’estrema condanna dal procuratore Ponzio Pilato” (Tacito, Annali XV, 44).
Cosa possiamo apprendere da questo antico (e piuttosto animoso) riferimento a Gesù e ai primi Cristiani? Notiamo, innanzi tutto, che Tacito riporta che il titolo di Cristiani deriva da una persona realmente esistita, chiamata Christus, il nome latino per Cristo. Di lui si dice che ha subìto “l’estrema condanna”, alludendo ovviamente al metodo romano di praticare l’esecuzione capitale mediante la crocifissione.
Questi avvenimenti sono avvenuti “durante il regno di Tiberio” e per decisione di Ponzio Pilato. Ciò conferma le affermazioni del Vangelo sulle circostanze della morte di Gesù.
Tacito riporta anche le seguenti notizie sulla persecuzione verso i cristiani:
“Alla pena vi aggiunse lo scherno: alcuni ricoperti con pelli di belve furono lasciati sbranare dai cani, altri furono crocifissi, ad altri fu appiccato il fuoco in modo da servire d’illuminazione notturna, una volta che era terminato il giorno. Nerone aveva offerto i suoi giardini per lo spettacolo e dava giochi nel Circo, ove egli con la divisa di auriga si mescolava alla plebe oppure partecipava alle corse con il suo carro. . . . [I cristiani] erano annientati non per un bene pubblico, ma per soddisfare la crudeltà di un individuo.”
Come Tacito, anche Svetonio (120 d.C.), scriba dell’imperatore Adriano, fa riferimento a Gesù ed i suoi seguaci nelle Epistole (X, 96). Nella “Vita di Claudio”, inoltre, egli scrive: “Claudio espulse i giudei da Roma, visto che sotto l’impulso d’un certo Christus non cessavano di agitarsi” (Claudius 25).
Ci sono inoltre altri autori antichi, fra i quali Epitteto, Galeno, Celso, l’imperatore Marco Aurelio, il siriaco Mara Bar Serapion e Luciano di Samosata; Equesti e altri hanno fatto allusioni a Gesù e ai cristiani.
(N.d.r.: Per quanto riguarda i commenti sulle “nefandezze” di cui si accusavano i Cristiani, si rimanda alle note a fine pagina).
Prove da Plinio il Giovane
Un’altra importante fonte di prove storiche su Gesù e sui primi Cristiani si trova nelle lettere di Plinio il Giovane all’imperatore Traiano. Plinio fu allievo del famoso retore Quintiliano, ed era il governatore romano di Bitinia, in Asia Minore, e del Ponto. Egli ci ha lasciato una raccolta di epistole contenute in 10 libri, l’ultimo dei quali contiene il carteggio ufficiale tra lui e l’imperatore Traiano. Queste lettere risalgono per lo più al periodo del governatorato di Plinio in Bitinia, ovvero agli anni 111-113, e sono una fonte documentaria di eccezionale importanza.
In una delle sue lettere, egli chiede consiglio a Traiano sul modo più appropriato di condurre le procedure legali contro le persone accusate di essere Cristiane (cfr. Plinio, Epistole X,96).
Plinio dichiara di avere necessità di consultare l’imperatore riguardo a tale questione, poiché un gran numero di persone, di ogni età, sesso e ceto sociale, erano state accusate di essere Cristiani.
Il procedimento di Plinio è il seguente: egli interroga i presunti Cristiani, e se essi risultano tali, e non ritrattano entro il terzo interrogatorio, li manda a morte. Per coloro che neghino di essere Cristiani, o dicano di esserlo stato in passato, anche vent’anni prima (allusione alle apostasie dovute alla persecuzione di Domiziano?), egli pretende la dimostrazione di quanto affermano, inducendoli a sacrificare agli dei, a venerare l’effigie dell’imperatore e a imprecare contro Gesù Cristo.
A un certo punto della sua lettera, Plinio riporta alcune informazioni sui Cristiani:
“Essi avevano l’abitudine di incontrarsi in un certo giorno prestabilito prima che facesse giorno, e quindi cantavano in versi alternati a Cristo, come a un dio, e pronunciavano il voto solenne di non compiere alcun delitto, né frode, furto o adulterio, né di mancare alla parola data, né di rifiutare la restituzione di un deposito; dopo ciò, era loro uso sciogliere l’assemblea e riunirsi poi nuovamente per partecipare al pasto – un cibo di tipo ordinario e innocuo” (Plinio, Epistole, trad. di W. Melmoth, revis. di W.M.L. Hutchinson, vol. II, X,96).
Questo passaggio ci fornisce un interessante scorcio della vita e delle pratiche dei primi Cristiani. Innanzi tutto, leggiamo che i Cristiani si incontravano regolarmente un certo giorno per adorare. Poi, leggiamo che la loro adorazione era diretta a Cristo, e ciò dimostra che essi credevano fermamente nella Sua divinità.
Inoltre, la frase di Plinio che sottolinea come i Cristiani cantassero inni a Cristo “come a un dio”, viene interpretata da uno studioso come riferimento al fatto singolare che, “a differenza degli dèi che venivano adorati dai romani, Cristo era una persona che era vissuta sulla terra” (M. Harris, “References to Jesus in Early Classical Authors”). Se questa interpretazione è corretta, allora Plinio comprendeva che i Cristiani stavano adorando una persona realmente esistita che però reputavano essere Dio stesso. Questa conclusione concorda perfettamente con la dottrina della Bibbia secondo cui Gesù è Dio ma venne nel mondo come uomo.
Non solo la lettera di Plinio ci conferma ciò che i primi Cristiani credevano sulla persona di Gesù, ma rivela anche la grande considerazione in cui tenevano i Suoi insegnamenti. Ad esempio, Plinio nota che i Cristiani “pronunciavano il voto solenne” di non violare alcuno standard morale, il che trova la sua fonte negli insegnamenti e nell’etica di Gesù. Inoltre, il riferimento di Plinio all’usanza Cristiana di condividere un pasto comune fa evidentemente riferimento alla loro osservanza di prescrizioni Cristiane come la comunione fraterna e lo “spezzare il pane” insieme, di cui parla il Nuovo Testamento (Habermas, “The Historical Jesus”).
Plinio sottolinea anche che il loro era “un cibo di tipo ordinario e innocuo”, quindi rigetta le false accuse di “cannibalismo rituale” sollevate da alcuni pagani, come Cecilio (cfr. Bruce, “Christian Origins”, 28), insieme ad altre simili dicerie (infanticidio, riunioni edipodee e cene tiestee in cui ci si cibava di infanti), e non ritiene i Cristiani pericolosi membri di sodalizi sovversivi.
Circa le molte calunnie contro i Cristiani (su cui aveva anche fatto leva Nerone per accusarli dell’incendio di Roma), il cartaginese Quinto Settimio Fiorente Tertulliano (160-222 circa), avvocato e letterato, dichiarò espressamente che esse non avevano nulla a vedere con i motivi delle sentenze di morte: “Le vostre sentenze”, scrive, “muovono da un solo delitto: la confessione dell’essere cristiano. Nessun crimine è ricordato, se non il crimine del nome”. Egli anzi cita la formula di queste sentenze: “In fin dei conti, che cosa leggete dalla tavoletta? ‘Egli è cristiano.’ Perché non aggiungete anche omicida?”.
Prove da Giuseppe Flavio
Quelli che forse sono i riferimenti più notevoli a Gesù al di fuori della Bibbia, si trovano negli scritti di Giuseppe Flavio, uno storico giudeo-romano del primo secolo (nacque nel 37 d.C.), che fu prima delegato del Sinedrio e governatore della Galilea, ed in seguito consigliere al servizio dell’imperatore Vespasiano e di suo figlio Tito.
Nelle sue “Antichità giudaiche”, egli menziona diverse volte Gesù e i Cristiani. In uno dei riferimenti descrive l’illegale lapidazione dell’apostolo Giacomo, che era a capo della comunità cristiana di Gerusalemme, avvenuta nel 62, descritto come un atto sconsiderato del sommo sacerdote nei confronti di un uomo virtuoso: “Anano … convocò il sinedrio a giudizio e vi condusse il fratello di Gesù, detto il Cristo, di nome Giacomo, e alcuni altri, accusandoli di trasgressione della legge e condannandoli alla lapidazione” (Ant. XX, 200). Questa descrizione combacia con quella fatta dall’apostolo Paolo in Galati 1:19, dove egli parla di “Giacomo, il fratello del Signore”.
In un altro passo, Giuseppe Flavio menziona la figura di Giovanni Battista; Erode Antipa, per sposare Erodiade moglie del proprio fratello aveva ripudiato la figlia di Arete, re di Nabatene, la quale si rifugiò dal proprio padre. Ne sorse una guerra nel 36 in cui Erode fu sconfitto, e questo è il commento di Giuseppe Flavio:
“Ad alcuni dei Giudei parve che l’esercito di Erode fosse stato annientato da Dio, il quale giustamente aveva vendicato l’uccisione di Giovanni soprannominato il Battista. Erode infatti mise a morte quel buon uomo che spingeva i Giudei che praticavano la virtù e osservavano la giustizia fra di loro e la pietà verso Dio a venire insieme al battesimo; così infatti sembrava a lui accettabile il battesimo, non già per il perdono di certi peccati commessi, ma per la purificazione del corpo, in quanto certamente l’anima è già purificata in anticipo per mezzo della giustizia. Ma quando si aggiunsero altre persone – infatti provarono il massimo piacere nell’ascoltare i suoi sermoni – temendo Erode la sua grandissima capacità di persuadere la gente, che non portasse a qualche sedizione – parevano infatti pronti a fare qualsiasi cosa dietro sua esortazione – ritenne molto meglio, prima che ne sorgesse qualche novità, sbarazzarsene prendendo l’iniziativa per primo, piuttosto che pentirsi dopo, messo alle strette in seguito ad un subbuglio. Ed egli per questo sospetto di Erode fu mandato in catene alla già citata fortezza di Macheronte, e colà fu ucciso” (Antichità XVIII,116-119).
Altrettanto interessante, e davvero sorprendente, è un capitolo della stessa opera, conosciuto come “Testimonium Flavianum”, nel quale leggiamo (libro 18, capitolo 3, paragrafo 3):
“Ci fu verso questo tempo Gesù, uomo saggio, se è lecito chiamarlo uomo: era infatti autore di opere straordinarie, maestro di uomini che accolgono con piacere la verità, ed attirò a sé molti Giudei, e anche molti dei greci. Questi era il Cristo. E quando Pilato, per denunzia degli uomini notabili fra noi, lo punì di croce, non cessarono coloro che da principio lo avevano amato. Egli infatti apparve loro al terzo giorno nuovamente vivo, avendo già annunziato i divini profeti queste e migliaia d’altre meraviglie riguardo a lui. Ancor oggi non è venuta meno la tribù di quelli che, da costui, sono chiamati Cristiani” (Giuseppe Flavio, Antichità XVIII, 63-64).
Giuseppe Flavio menziona anche Giovanni il Battista, e Giacomo il fratello di Gesù. Egli parla inoltre del battesimo praticato da Giovanni il Battista, dei suoi discepoli, della sua condanna a morte sotto Erode (Antichità XVIII, 5). E’ interessante la seguente citazione dal libro 20 capitolo 9 paragrafo 1 della sua opera:
“Festo era ora morto, e Albino era per la strada; così riunì il Sinedrio dei giudici, e portò dinanzi a loro il fratello di Gesù che era chiamato Cristo, il cui nome era Giacomo, e alcuni altri, e quando ebbe formato un’accusa contro di loro come violatori della legge, li consegnò loro per essere lapidati” (Giuseppe Flavio, ibid.).
Alcuni studiosi esprimono dubbi sull’autenticità del primo brano di questi due brani; ritengono infatti che Giuseppe Flavio sia realmente l’autore del brano, ma che questo possa essere stato alterato da qualche Cristiano. Il motivo di questi dubbi è che Giuseppe Flavio non era un Cristiano, e quindi essi trovano difficile credere che egli potesse fare affermazioni in favore della divinità di Cristo. Ad esempio, l’affermazione che Gesù era “un saggio” la ritengono originale, mentre sospettano la frase “se è lecito chiamarlo uomo”, in quanto essa lascia scorgere l’idea che Gesù potesse essere di natura divina. Allo stesso modo, trovano difficile che un non cristiano possa attribuire a Gesù il titolo di “Cristo”.
Notiamo però che secondo il Vangelo ciò fu precisamente quello che fece Pilato; è scritto anche che Erode credeva nei miracoli di Gesù, ma che Gesù non volle compiere alcuno dei miracoli che Erode gli chiese di fare. Né Pilato né Erode erano Cristiani. Dopo la morte di Gesù, persino il centurione romano che era con le guardie arrivò a dire: “veramente costui era Figlio di Dio” (Matteo 27:54).
Anche lo storico Eusebio, vissuto agli inizi del IV secolo, conosceva questo passaggio di Giuseppe Flavio e lo accettò come originale; lo stesso fecero Girolamo e Ambrogio. Persino il tedesco A. von Harnack, noto per le sue violente critiche, lo considerò originale.
Roger Liebi scrive: “…dal punto di vista della critica dei testi (cioè dall’esame dei vecchi manoscritti tramandatici), non appare giustificato neanche il minimo dubbio in merito a una simile falsificazione. Vi è da aggiungere l’interessante constatazione che Eusebio (263-339) ha conosciuto questo passo, perché lo riporta due volte nei suoi scritti. Una volta nella «Storia della chiesa» I,12 e una volta nella «Demonstratio Evangelica» III,5. Vi è pure da notare che, fra gli altri, il Dott. H. St. John Thackeray, uno dei più importanti studiosi inglesi delle questioni concernenti Giuseppe Flavio, ha di recente constatato che questo passo mostra determinate peculiarità linguistiche che sono caratteristiche di Giuseppe Flavio”.
Lo studioso A. Nicolotti commenta: “…se il passo su Gesù fosse stato costruito a tavolino da un interpolatore cristiano, sarebbe stato verosimilmente inserito subito dopo il resoconto di Giuseppe su Giovanni Battista, mentre in Giuseppe l’accenno a Gesù non segue il racconto di Giovanni. D’altra parte, sarebbe strano che Giuseppe abbia omesso di registrare qualche informazione su Gesù, dato che si occupa del Battista, di Giacomo e di altri personaggi del genere; né il cristianesimo, da storico qual era, gli poteva essere ignoto, essendo a quei tempi penetrato fin nella famiglia imperiale. Quando poi Giuseppe più avanti tratta di Giacomo, invece di indicare come si faceva di solito il nome del padre per identificarlo (Giacomo figlio di…), lo chiama “fratello di Gesù detto il Cristo”, senza aggiungere altro, lasciando intendere che questa figura era già nota ai suoi lettori. Se a ciò si aggiunge che Flavio Giuseppe parla già di altri “profeti” (come appunto Giovanni, oppure Teuda), è perfettamente plausibile che si sia occupato anche di Cristo”.
In ogni caso, anche scegliendo di non considerare i punti “sospetti” di questo passaggio, che diversi studiosi di larga fama (F. K. Burkitt, C.G. Bretschneider, A. von Harnack e R.H.J. Schutt) hanno invece difeso, rimane ugualmente una buona quantità di informazioni che avvalorano la visione biblica di Gesù. Leggiamo che era “un uomo saggio” e che “compì opere straordinare”. E sebbene fosse stato crocifisso per mano di Pilato, i Suoi seguaci “non scomparvero”, ma anzi continuarono a seguire la via di Cristo e furono conosciuti come Cristiani. Quando combiniamo queste affermazioni con la frase di Giuseppe: “Gesù, detto Cristo”, ne emerge un quadro piuttosto dettagliato che si armonizza bene con i resoconti biblici. Appare sempre più evidente che il “Gesù biblico” e il “Gesù storico” sono la stessa persona.
Prove dal Talmud Babilonese
Ci sono solo pochi riferimenti espliciti a Gesù nel Talmud Babilonese, una collezione di scritti rabbinici ebrei, compilata verso il 70-500 d.C. circa. Il primo periodo di compilazione del Talmud è il 70-200 d.C. (Habermas, ibid.). Il passaggio più significativo che fa riferimento a Gesù è il seguente:
“Alla vigilia della Pasqua [ebraica], Yeshu fu appeso. Per quaranta giorni prima dell’esecuzione, un araldo . . . gridava: “Egli sta per essere lapidato perché ha praticato la stregoneria e ha condotto Israele verso l’apostasia” (Talmud Babilonese, trad. di I. Epstein, vol. III, 43a/281; cfr. Sanhedrin B, 43b).
Esaminiamo questo passaggio. “Yeshu” (o “Yeshua”) è il nome di Gesù in lingua ebraica. Ma allora perché è scritto che Gesù “fu appeso”? Il Nuovo Testamento non dice che Gesù fu crocifisso? Questo è certo, ma il termine “appeso” indica proprio la crocifissione. Ad esempio, in Galati 3:13 leggiamo che Cristo fu “appeso”, in Atti 10:39 che fu “appeso al legno”, e in Luca 23:39 questo termine viene usato anche per i criminali che furono crocifissi assieme a Gesù. Troviamo questo termine anche in Giuseppe Flavio.
Il Talmud afferma inoltre che Gesù fu crocifisso alla vigilia della Pasqua ebraica, proprio come riportato nel Nuovo Testamento (Matteo 26:2; 27:15).
Ma che dire allora dell’annuncio dell’araldo, secondo cui Gesù sarebbe dovuto essere lapidato? La condanna che avevano in mente i Giudei era evidentemente la lapidazione (ciò si evince molto chiaramente dal Nuovo Testamento in Giovanni 10:31-33, 11:8, 8:58-59). Furono i Romani a cambiare tale giudizio, mutandolo in crocifissione (cfr. Giovanni 18:31-32).
Il passaggio spiega anche il motivo per cui Gesù fu crocifisso. Esso riporta che Egli praticava la “stregoneria” e che aveva “condotto Israele verso l’apostasia”. Dal momento che questa affermazione proviene da una fonte ostile a Cristo, non meraviglia il fatto che questi Ebrei descrivessero la situazione dal loro punto di vista. È interessante, però, notare il parallelismo tra queste accuse e quelle rivolte dai farisei a Gesù nel Nuovo Testamento. Essi infatti, vedendo le liberazione da Lui compiute, lo accusavano di scacciare i demòni “con l’aiuto di Beelzebub, principe dei demòni” (Matteo 12:24). Notiamo anche che questa è una conferma del fatto che Gesù compì realmente delle opere miracolose. A quanto pare i Suoi miracoli erano talmente reali da non poter essere negati pubblicamente, dunque l’unica alternativa era attribuirli alla stregoneria! Allo stesso modo, l’accusa di aver condotto Israele verso l’apostasia, collima con il racconto del Vangelo secondo cui i capi di Israele accusarono Gesù di stare sovvertendo la nazione mediante i Suoi insegnamenti (Luca 23:2,5). Una simile accusa da parte dei religiosi dell’epoca, non fa altro che confermare la realtà della potenza degli insegnamenti di Gesù.
Dunque, se letto con attenzione, questo passaggio del Talmud conferma diverse affermazioni che il Nuovo Testamento fa su Gesù.
Prove da Luciano
Il retore scettico Luciano, nato a Samosata intorno al 120 e morto dopo il 180, attivo nell’età degli Antonini, ci ha lasciato un’opera intitolata “La morte di Peregrino”. In essa, egli descrive i primi Cristiani nel seguente modo:
“I Cristiani . . . tutt’oggi adorano un uomo – l’insigne personaggio che introdusse i loro nuovi riti, e che per questo fu crocifisso. . . . Ad essi fu insegnato dal loro originale maestro che essi sono tutti fratelli, dal momento della loro conversione, e [perciò] negano gli dèi della Grecia, e adorano il saggio crocifisso, vivendo secondo le sue leggi” (Luciano, De morte Per., 11-13, trad. di H.W. Fowler).
Sebbene Luciano si beffi dei primi Cristiani per la loro scelta di seguire “il saggio crocifisso” anziché “gli dèi della Grecia”, egli riporta diverse informazioni interessanti. Innanzi tutto, egli dice che i Cristiani servivano “un uomo”, che “introdusse i loro nuovi riti”. E sebbene i seguaci di questo “uomo” avevano chiaramente un alto concetto di Lui, molti dei Suoi contemporanei Lo odiavano per i Suoi insegnamenti, al punto che “per questo fu crocifisso”.
Pur non menzionandone il nome, è chiaro che Luciano si sta riferendo a Gesù. Ma cosa aveva fatto Gesù per farsi odiare fino a questo punto? Secondo Luciano, aveva insegnato che tutti gli uomini sono fratelli dal momento della loro conversione. E fin qui niente di pericoloso. Ma cosa si intendeva con “conversione”? Significava abbandonare gli dèi Greci, adorare Gesù, e vivere secondo i Suoi insegnamenti. Non è difficile immaginare che una persona venga uccisa per aver insegnato queste cose in quell’epoca.
Inoltre, sebbene Luciano non lo dica esplicitamente, il fatto che i Cristiani rinnegassero gli altri dèi e adorassero Gesù, e facessero questo pur essendo consapevoli delle persecuzioni cui andavano incontro, implica che per loro Gesù era senza dubbio più che un essere umano. Perché tante persone arrivassero a questo, rinnegando tutti gli altri dèi, appare evidente che per loro Gesù era un Dio più grande di tutti gli altri dèi che le religioni della Grecia potevano offrire!
Ricapitoliamo, dunque, ciò che abbiamo appreso su Gesù da questo studio delle antiche fonti non cristiane.
Primo, sia Giuseppe Flavio che Luciano riconoscono che Gesù era un saggio. Secondo, Plinio, il Talmud, e Luciano, implicano che Egli era un insegnante potente e riverito. Terzo, sia Giuseppe che il Talmud indicano che Egli compì opere miracolose. Quarto, Tacito, Giuseppe, il Talmud, e Luciano, menzionano tutti il fatto che Egli fu crocifisso. Tacito e Giuseppe dichiarano che ciò avvenne sotto Ponzio Pilato. E il Talmud dichiara che il periodo era quello della vigilia della Pasqua ebraica. Quinto, ci sono possibili riferimenti alla risurrezione di Gesù sia negli scritti di Tacito che in quelli di Giuseppe. Sesto, Giuseppe racconta che i seguaci di Gesù credevano che Egli fosse il Cristo, cioè il Messia. E infine, sia Plinio che Luciano indicano che i Cristiani adoravano Gesù come Dio.
Rendiamoci conto di come anche prendendo in considerazione alcuni degli antichi scritti non cristiani, le verità su Gesù riportate nei Vangeli sono da essi avvalorate e confermate. Naturalmente, oltre alle fonti non cristiane ve ne sono anche innumerevoli Cristiane, come conseguenza della conversione di tanti a ciò che era ed è più che semplicemente un fatto storico.
Dato però che l’affidabilità storica dei Vangeli canonici è così saldamente stabilita, e che tramite essi innumerevoli persone hanno conosciuto Gesù personalmente nella loro vita, vi invito a leggere direttamente i Vangeli per avere un resoconto autorevole della vita di Gesù, e più ancora, per conoscerLo personalmente nella vostra vita!
A proposito delle dicerie diffuse sui Cristiani dei primi secoli
L’interlocutore pagano Cecilio, rifacendosi alle dicerie in voga al suo tempo, scriveva: “Essi [i Cristiani], raccogliendo dalla feccia più ignobile i più ignoranti e le donnicciuole, facili ad abboccare per la debolezza del loro sesso, formano una banda di empia congiura, che si raduna in congreghe notturne per celebrare le sacre vigilie o per banchetti inumani, non con lo scopo di compiere un rito, ma per scelleraggine; una razza di gente che ama nascondersi e rifugge la luce, tace in pubblico ed è garrula in segreto. Disprezzano ugualmente gli altari e le tombe, irridono gli dèi, scherniscono i sacri riti; miseri, commiserano i sacerdoti (se è lecito dirlo), disprezzano le dignità e le porpore, essi che sono quasi nudi! […] Regna tra loro la licenza sfrenata, quasi come un culto, e si chiamano indistintamente fratelli e sorelle, cosicché, col manto di un nome sacro, anche la consueta impudicizia diventi incesto. […] Ho sentito dire che venerano, dopo averla consacrata, una testa d’asino, non saprei per quale futile credenza […] Altri raccontano che venerano e adorano le parti genitali del medesimo celebrante e sacerdote […] E chi ci parla di un uomo punito per un delitto con il sommo supplizio e il legno della croce, che costituiscono le lugubri sostanze della loro liturgia, attribuisce in fondo a quei malfattori rotti ad ogni vizio l’altare che più ad essi conviene […] Un bambino cosparso di farina, per ingannare gli inesperti, viene posto innanzi al neofita, […] viene ucciso. Orribile a dirsi, ne succhiano poi con avidità il sangue, se ne spartiscono a gara le membra, e con questa vittima stringono un sacro patto […] Il loro banchetto, è ben conosciuto: tutti ne parlano variamente, e lo attesta chiaramente una orazione del nostro retore di Cirta […] Si avvinghiano assieme nella complicità del buio, a sorte” (Octavius VIII, 4-IX, 7).
A risposta di questo armamentario di accuse infamanti e di seconda mano (Ho sentito dire…), possono valere le parole che il cristiano Giustino rivolgeva in quegli stessi anni ad un altro accusatore del Cristianesimo, il filosofo cinico Crescente: “Veramente è ingiusto ritenere per filosofo colui che, a nostro danno, rende pubblicamente testimonianza di cose che non conosce, dicendo che i Cristiani sono atei e scellerati; e dice ciò per ricavarne grazia e favore presso la folla, che resta ingannata” (II Apologia, VIII).
Si noti che questo intervento raccoglie tutte assieme accuse che già circolavano dal secolo precedente, sottintese fin dalle parole di Tacito; ma se alcuni storici si prendevano la briga di verificarne la veridicità, come fece Plinio il Giovane, altri contribuivano a diffonderle.
Interessante il riferimento al culto della testa d’asino, una vecchia accusa già usata da Tacito contro gli Ebrei, dalla quale si era già difeso Giuseppe Flavio; di essa abbiamo anche una rappresentazione figurativa, un graffito di età severiana ritrovato sul Palatino, e ora conservato nell’antiquarium, raffigurante la caricatura di un uomo crocifisso con testa d’asino, con ai suoi piedi un altro uomo in atto di adorazione, il tutto accompagnato dalla scritta: “Alessameno adora il suo Dio”.
Note storiche sulle persecuzioni contro i Cristiani nei primi secoli
Publio Adriano, successore di Traiano, imperatore dal 117 al 138, ricevette una lettera da Quinto Licinio Silvano Graniano, proconsole d’Asia nel 120 circa, nella quale si richiedevano istruzioni riguardo al comportamento da tenersi con i Cristiani, spesso oggetto di delazioni anonime e accuse ingiustificate. Egli rispose con un rescritto, che ci è pervenuto nella Storia ecclesiastica di Eusebio di Cesarea, indirizzato al successore di Graniano, Caio Minucio Fundano, in carica nel 122-123. In esso si legge:
“Se pertanto i provinciali sono in grado di sostenere chiaramente questa petizione contro i Cristiani, in modo che possano anche replicare in tribunale, ricorrano solo a questa procedura, e non ad opinioni o clamori. E’ infatti assai più opportuno che tu istituisca un processo, se qualcuno vuole formalizzare un’accusa. Allora, se qualcuno li accusa e dimostra che essi stanno agendo contro le leggi, decidi secondo la gravità del reato; ma, per Ercole, se qualcuno sporge denuncia per calunnia, stabiliscine la gravità e abbi cura di punirlo” (Hist. Eccl. IV, 9, 2-3).
Gli apologisti, a partire da Giustino, che riporta il testo di questo rescritto in appendice alla sua prima Apologia, hanno interpretato favorevolmente questa disposizione, vedendo nella richiesta di Adriano il primo tentativo di distinguere tra l’accusa di nomen christianus e i suoi presunti flagitia; il semplice nome cristiano non doveva essere perseguito, e gli eventuali reati dovevano essere prima dimostrati tramite regolare processo, come per qualsiasi cittadino. In tal guisa interpretano anche molti studiosi moderni; tuttavia, ancora sotto Antonino Pio i Cristiani erano oggetto di persecuzione solamente in quanto tali.
Il successore di Antonino Pio, Marco Aurelio Antonino, imperatore dal 161 al 180, scrisse intorno al 170, in lingua greca, un’opera in 12 libri, intitolata “A se stesso”, nella quale raccolse massime, pensieri, ricordi e meditazioni di contenuto filosofico. In essa trova spazio un accenno al martirio dei Cristiani:
“Oh, come è bella l’anima che si tiene pronta, quando ormai deve sciogliersi dal corpo, o estinguersi, o dissolversi o sopravvivere! Ma tale disposizione derivi dal personale giudizio, e non da una mera opposizione, come per i Cristiani” (Ad sem. XI, 3).
Come già Plinio il Giovane, così anche Marco Aurelio pare essere infastidito dalla ostinazione dei cristiani, che vanno incontro al martirio pur di non rinnegare la propria fede. Per l’imperatore, questo tipo di morte non è frutto di un giudizio interno, sano e ponderato, ma è il frutto di una “una mera opposizione”. Ed è proprio sotto l’impero di questo sovrano “saggio” e filosofo, che prende forma la grande persecuzione che porterà alla morte, tra gli altri, di Giustino, Policarpo di Smirne, Carpo, Papilo, Agatonice, e dei cosiddetti Martiri di Lione.
Si vedano anche:
• Le profezie della Bibbia adempiutesi in Gesù Cristo
• Poche notizie su Gesù dalle fonti non cristiane?
• La risurrezione di Gesù: menzogna o verità?
• Prove archeologiche a conferma della Bibbia
• Importanza e affidabilità della Bibbia
• Testimonianze di martiri cristiani
• Esistono contraddizioni nella Bibbia?
• La sacra Bibbia su questo sito
• Qual è il messaggio del Vangelo di Cristo?
Esistono contraddizioni nella Bibbia?
INTRODUZIONE
Attraverso la storia il cristianesimo ha sempre sostenuto che le parole della Sacra Scrittura sono ispirate e che questa ispirazione include ogni parte della Scrittura.
La Bibbia stessa si dichiara ispirata nella sua totalità. In 2 Timoteo 3:16, ad esempio, leggiamo che “ogni Scrittura è ispirata da Dio”. L’ispirazione include ogni suo libro, tutti i particolari storici, geografici, genealogie, insegnamenti di Gesù, ecc., ogni sua parte.
Un’accusa comune nei confronti della Bibbia è che essa sia “piena di contraddizioni”, ma c’è una grande differenza fra contraddizioni reali e contraddizioni apparenti. Le prime non sono mai state provate, mentre le altre, in quanto apparenti, tendono a sparire alla luce di uno studio più approfondito del brano in questione. Non dobbiamo comunque mai dimenticare che “noi conosciamo in parte” (1 Corinzi 13:9), e che l’uomo non può presumere di poter comprendere o spiegare ogni cosa con alla propria mente.
ESISTONO DELLE REALI CONTRADDIZIONI ?
Le principali obiezioni si possono dividere nelle seguenti categorie:
A. Difficoltà basate sull’ignoranza dei fatti storici
Dati storici incompleti che avevano omesso Belsatsar dall’elenco dei re babilonesi sono un esempio di questo tipo di difficoltà. Ulteriori scoperte archeologiche non hanno fatto che confermare l’esattezza della Bibbia.
Il popolo degli Hittei è menzionato 46 volte nella Bibbia, ma per lungo tempo gli storici non avevano riconosciuto la sua esistenza, perché di questo popolo non ce n’era alcuna traccia se non nella Bibbia (vedi Esodo 3:8; 2 Re 7:6), finché nel 1906 gli archeologi scoprirono la capitale ittita e le rovine rivelarono che tale nazione era una delle tre civiltà più grandi del tempo antico, che si estendeva dal nord e dall’ovest del fiume Eufrate al Mar Nero, in Asia Minore.
Nel vangelo di Marco è scritto che Gesù, nel lasciare la città di Gerico, guarì un cieco. Anche nel vangelo di Marco è scritto che Gesù guarì un cieco nei pressi di Gerico; apparentemente potrebbe trattarsi dello stesso evento, ma notiamo che nel secondo caso è scritto che Gesù si stava avvicinando a Gerico quando compì il miracolo.
Quest’apparente contraddizione è presto spiegata. Gli scavi compiuti da Ernest Sellin della German Oriental Society nel 1907-09 dimostrarono che al tempo di Gesù esistevano due città “gemelle” entrambe chiamate Gerico: una era un’antica città ebraica, l’altra era una città romana; distavano l’una dall’altra soltanto un miglio. Marco e Luca si riferivano dunque a queste due diverse città.
Queste e altre difficoltà bibliche del genere si risolvono semplicemente con la conoscenza dei fatti storici.
B. Difficoltà basate sull’ignoranza dei fatti biblici
Un esempio di questo tipo di difficoltà lo vediamo confrontando Numeri 25:9, in cui si legge che morirono 24.000 persone col flagello, e 1 Corinzi 10:8 che, riferendosi allo stesso fatto, dice che morirono circa 23.000 persone in uno stesso giorno. Un’attenta lettura delle esatte parole dei due testi mostra che non c’è affatto alcun contrasto: il versetto in 1 Corinzi ricorda a titolo d’esempio il numero di quelli che morirono in un solo giorno, mentre l’altro, nei Numeri, calcola il numero totale dei caduti (inclusi i capi del popolo, ecc); il flagello, lo ricordiamo, durò più di un giorno prima che venisse arrestato da Fineas.
C. Difficoltà dovute all’accettare pregiudizialmente che Dio non esista
Un opuscolo pubblicato da un’organizzazione atea alcuni anni fa è un buon esempio per evidenziare come certi oppositori del cristianesimo si abbassano a tal punto da fare dichiarazioni false nel tentativo di sradicare le convinzioni che i credenti hanno sulla Bibbia.
L’opuscolo affermava che la Bibbia pone Methushelah (Matusalemme), che nacque prima del diluvio, tra i viventi dopo il diluvio. Dal momento che questi non era nell’arca durante il diluvio e che secondo l’affermazione biblica nessuno scampò (eccetto Noè e la sua famiglia), la Bibbia evidentemente si sarebbe contraddetta. Probabilmente molti hanno letto l’opuscolo ed hanno accettato questa accusa senza rendersi conto direttamente se essa fosse vera oppure no.
Basta comunque leggere la Bibbia per rendersi invece conto che essa afferma che Matusalemme morì nello stesso anno in cui avvenne il diluvio (egli visse 187 anni prima della nascita di Lame, che visse 182 anni prima della nascita di Noè. Questi aveva 600 anni quando avvenne il diluvio, dunque 187+182+600=969. Matusalemme aveva infatti 969 anni quando morì, secondo Genesi 5:25; 27-29; 6:11; l’età è coerente con quella di altri patriarchi vissuti nell’atmosfera terrestre esistente prima del diluvio, e con i dati di quel periodo disponibili nella letteratura babilonese).
Un ateo di nome David Nelson lesse le opere di diversi autori atei e, sebbene si opponesse al cristianesimo, a proposito degli scritti di atei famosi come Voltaire (e altri, come Thomas Paine) egli scrisse:
“Queste obiezioni sono state il più delle volte costruite su affermazioni davvero false… Egli (Voltaire) deve essersene reso conto certamente al tempo in cui scriveva… Non c’era un solo articolo che non fosse una specie di scherno e che, del resto, non provava affatto quanto cercasse di affermare. Perché ricorrere a delle bugie come armi se stiamo dalla parte della ragione?”
D. Difficoltà risultanti dall’incredulità
La Bibbia dichiara che l’intelletto di coloro che non hanno mai sperimentato personalmente la salvezza tramite Gesù Cristo, è ottenebrata e necessita di illuminazione dallo Spirito Santo per poter ricevere e accettare la verità divina (1 Corinzi 2:14-16).
Ad esempio, quando una persona dice: “Non riesco a credere nella risurrezione corporea di Cristo”, egli dimostra una difficoltà derivata dalla sua incredulità verso Dio.
Spesso questa incredulità è un problema che riguarda piuttosto la volontà che l’intelletto: cioè, è che non si vuole credere piuttosto che non si può credere. Accettare la Bibbia significa mettersi faccia a faccia con Dio e questa è una responsabilità che molti non vogliono prendere perché dovrebbero così riconoscere che Dio ha parlato direttamente riguardo alla condizione peccaminosa dell’uomo e alle relative conseguenze.
E. Difficoltà relative a traduzioni o trascrizioni imperfette
Non è possibile che una traduzione in italiano o in inglese renda perfettamente il significato delle parole contenute nei testi biblici originari ebraici e greci nelle loro sfumature. Per questo motivo, quelle che non erano difficoltà nei testi originali, appaiono tali nelle traduzioni.
Per esempio, leggiamo in 2 Samuele 24:24 che Davide comprò un’aia per 50 sicli d’argento, mentre invece 1 Cronache 21:22-25 dice che pagò 600 sicli d’oro.
In realtà i due racconti si riferiscono a due transazioni diverse e nella lingua originale si usano due parole completamente diverse: una si riferisce all’aia sola, che costò molto poco, solo 50 sicli. L’altra parola, invece, si riferisce a tutto il luogo su cui si trovava l’aia, e costava, naturalmente, molto di più, 600 sicli.
Un altro esempio di traduzione imperfetta si nota nel confrontare due affermazioni che si riferiscono chiaramente allo stesso gruppo di persone che erano con Paolo al momento della sua conversione. Atti 9:7 dice che essi sentirono una voce, ma Atti 22:9 dice che essi non sentirono la voce. Può sembrare una contraddizione, ma non lo è affatto.
Studiando la costruzione grammaticale del testo greco originale, notiamo infatti che la traduzione letterale del verso è “essi non udirono il suono”. Il verbo “udire” (akouo) associato al caso genitivo significa “udire un suono”, mentre associato al caso accusativo significa “udire con comprensione”, ossia comprendere ciò che si ode. Il genitivo è usato nel verso 9:7, mentre l’accusativo è usato nel verso 22:9 (qui il termine è phonen, voce). Dunque gli uomini che viaggiavano con Saulo udirono il suono della voce (9:7), ma non compresero nulla di ciò che Cristo diceva (22:9).
In quanto alle trascrizioni, esse sono state effettuate nel corso dei secoli da numerosi copisti al fine di preservare il contenuto dei testi originali della Scrittura (ad esempio, vi sono più di 24.000 trascrizioni del solo Nuovo Testamento, un numero enorme se confrontato col numero di trascrizioni di altri antichi testi).
Abbiamo detto che i manoscritti originali in lingua ebraica e greca erano ispirati da Dio e assolutamente privi di errori. Le trascrizioni possono invece aver riportato lievi cambiamenti che possiamo catalogare come:
• Dittografia – cioè scrivere due volte ciò che andava scritto una sola volta (ad esempio, scrivere “note” invece di “notte”);
• Fissione – dividere una parola in due parole (ad esempio, “crepapelle” in “crepa” e “pelle”);
• Fusione – combinare l’ultima lettera di una parola con la prima della successiva (ad esempio, la frase “sul ripiano vi erano cera lacca e guanti” può essere erroneamente trascritta come “sul ripiano vi erano ceralacca e guanti”);
• Aplografia – l’opposto della dittografia;
• Omofonia – scrivere una parola che ha la stessa pronuncia di un’altra, ma che ha un significato differente (ad esempio, “l’oro” in “loro”);
• Metatesi – uno scambio nell’ordine delle lettere (ad esempio, “torta” in “trota”).
Ad esempio, a causa di un errore di trascrizione, in 2 Samuele si parla di 700 carri, mentre in 1 Cronache i carri sono 7000 (in questo caso specifico, lo studioso J. Haley fa notare che durante la trascrizione, il nun finale fu confuso per uno zayin puntato; pertanto è molto probabile che il numero esatto sia 7000).
Un altro caso è quello di 2 Cronache 22:1, dove si legge che Acazia divenne re all’età di 42 anni, mentre in 2 Re 8:26 leggiamo che egli aveva 22 anni (quest’ultima è l’età esatta; Acazia infatti salì al trono alla morte di suo padre, che aveva 40 anni). La discrepanza di due decenni è dovuta a uno dei rari errori di copista; ai tempi di Ezra, infatti, la notazione numerica consisteva di “ganci” orizzontali che rappresentavano le decadi. Se un “gancio” veniva macchiato o si scrostava dal papiro, appariva un cambiamento di dieci anni o di un fattore di dieci nella data; l’errore passava quindi di copia in copia.
Il fatto che si sia verificati questi rarissimi errori di copia non invalida in alcun modo l’ispirazione o l’autorità delle Scritture. Nessuna sua parte dottrinale è stata mai alterata.
Il contenuto e il significato degli scritti che abbiamo oggi è essenzialmente identico all’originale ispirato da Dio; inoltre, si calcola che almeno il 98,5% del testo della Bibbia sia assolutamente privo di errori di copia, nonostante i molti secoli di trascrizioni manuali.
F. Difficoltà derivanti da interpretazioni erronee
Non di rado si accusa la Bibbia di inesattezze solo perché si è frainteso ciò che essa dice. È bene quindi, prima di rivolgerle tale accusa, accertarsi che la propria interpretazione sia esatta.
Per esempio, in riferimento alla fine dei tempi ed alla Sua seconda venuta, Gesù dice: “Così anche voi, quando vedrete tutte queste cose, sappiate che egli è vicino, proprio alle porte. Io vi dico in verità che questa generazione non passerà prima che tutte queste cose siano avvenute” (Matteo 24:33,34).
Alcuni hanno supposto che “questa generazione” si riferisse alle persone che erano davanti a Gesù in quell’occasione, ma questa interpretazione è sbagliata in quanto quella generazione non è vissuta tanto da vedere la seconda venuta del Signore.
Il termine “generazione”, nel greco si può usare in riferimento ad un gruppo etnico. Se viene accettato tale significato, allora Gesù diceva che gli ebrei, come razza, sarebbero esistiti fino alla sua seconda venuta. D’altra parte, se consideriamo che una generazione dura circa 30-100 anni, non era la generazione alla quale Gesù parlava che avrebbe visto il ritorno del Signore Gesù e la fine dei tempi, ma piuttosto la generazione che avrebbe visto l’inizio dei segni che avrebbero preannunziato la fine dei tempi, e in modo particolare i segni specifici della grande tribolazione (Matteo 25:21-35; Luca 21:20-33).
Altri ancora credono che gli elenchi relativi alla genealogia di Gesù Cristo riportati in Matteo 1:1 e in Luca 3:23 si contraddicano, perché diversi tra loro. Luca elenca la genealogia da Adamo fino a Davide, mentre Matteo elenca quella da Abrahamo a Davide. Poi da Davide le genealogie si dividono con i suoi figli: Nathan (famiglia di Maria) e Salomone (famiglia di Giuseppe).
Non vi sono discrepanze, dunque, in quanto una è la genealogia da parte di Maria e l’altra è quella da parte di Giuseppe.
Un’altra apparente contraddizione la troviamo nella narrazione che i quattro vangeli fanno circa l’apparizione degli angeli al sepolcro di Gesù. Matteo riporta che apparve “un angelo del Signore” (28:1-2), Marco parla di “un giovane” (16:5), Luca di “due uomini” (24:4), e Giovanni di “due angeli” (20:1-2).
In realtà non vi è alcuna discrepanza. Infatti, un angelo del Signore rotolò la pietra dall’apertura e vi si sedette sopra (Matteo 28:2). I “due uomini” di cui parla Luca erano due angeli, gli stessi di cui parla Giovanni (in Genesi 18:16 e seguenti abbiamo altri esempi in cui gli angeli vengono chiamati semplicemente “uomini” in quanto appaiono in sembianze umane). Lo stesso vale per il “giovane” descritto da Marco (si legga il verso nel contesto).
Dunque non vi sono contraddizioni: se c’erano due angeli al sepolcro, significa che ce n’era almeno uno. Abbiamo semplicemente quattro testimonianze complementari dello stesso evento; Matteo e Marco hanno descritto solo l’angelo che ha rivolto la parola alle donne che erano accorse al sepolcro; Luca e Giovanni li hanno descritti entrambi.
E ancora, in Matteo 27:3-8 si legge che Giuda, dopo aver tradito, si impiccò. In Atti 1:16-19 si legge che si squarciò il ventre. Può apparire come una contraddizione, ma basta leggere con un po’ più di attenzione per capire che non ci sono contraddizioni. Il testo in Atti dice infatti: “…poi, essendosi precipitato, gli si squarciò il ventre…” (verso 18). L’idea è quella di una persona che cade da una certa altezza (cf. testo originale: prhnhv genomenov). Giuda si impiccò, la corda si spezzò sotto il peso del suo corpo ed egli cadde, e con l’impatto della caduta al suolo gli si squarciò il ventre. Dunque, Matteo ha descritto il modo in cui Giuda tentò di uccidersi, mentre Pietro ha descritto il risultato effettivo della sua azione.
Di contraddizioni apparenti simili a queste ve ne sono diverse, sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento, e quelli che leggono la Bibbia nella speranza di trovare delle contraddizioni vi inciamperanno a causa della loro incredulità.
“Perché il cuore di questo popolo si è fatto insensibile: sono diventati duri d’orecchi e hanno chiuso gli occhi, per non rischiare di vedere con gli occhi e di udire con gli orecchi, e di comprendere con il cuore e di convertirsi, perché Io li guarisca” (Matteo 13:15).
“In verità vi dico: se non cambiate e non diventate come i piccoli fanciulli, non entrerete affatto nel regno dei cieli” (Matteo 18:3).
G. Difficoltà derivanti dall’incapacità degli uomini a capire Dio
Alcuni dubitano del giudizio e dell’amore di Dio perché Egli permette delle cose che essi ritengono essere ingiuste. Perché Dio comandò ad Israele di sterminare i Cananei (Det. 20:12-18)? Come possiamo conciliare questo fatto con l’affermazione di 1 Giovanni 4:16 che “Dio è amore”?
Dalla Bibbia si evince chiaramente che la società che abitava Canaan meritò la distruzione in quanto corrotta da ogni sorta di pratica malvagia, tra cui l’abominazione del sacrificio umano di bambini (Deut. 9:1-6, 12:29-31, 18:9-14; 1 Re 14:24; 2 Cronache 33:1-9, Esdra 9:11).
Il ritrovamento di letteratura religiosa cananea nel periodo 1929-37 a Ras Shamra (l’antica Ugarit nella Siria settentrionale) rivela l’adorazione di dèi immorali come El e Baal e la prostituzione sacra nel culto di Anath, Asherah e Astarte. Questa letteratura conferma pienamente le notizie dell’Antico Testamento sulla depravazione religiosa e la degradazione morale dei Cananei. Gli oggetti di culto, le immagini e la letteratura mostrano quanto la religione cananea fosse incentrata sul sesso, sui sacrifici umani, sul culto di serpenti, sulla prostituzione sacra e sui sacerdoti eunuchi. Lo squallido baratro di degradazione sociale a cui conducevano gli aspetti erotici dei culti cananei è scarsamente immaginabile.
Perciò Dio usò gli Israeliti per amministrare una giustizia specifica, proprio come più tardi usò altre società per amministrare giustizia contro gli Israeliti corrotti (cfr. libro di Geremia).
Altri si chiedono: perché Dio permette il male e rimanda il giudizio sugli empi? Anche il salmista, nel Salmo 73, si poneva il problema del bene e del male. Perché gli empi prosperano nel mondo, mentre spesso coloro che amano Dio sembrano rimanere senza ricompensa (Salmo 73:12,13)? L’invidia, insieme all’autocommiserazione, lo avevano portato ad una profonda disperazione e ribellione nei confronti di Dio (versi 16,21,22), ma egli capì quando entrò nel tempio di Dio (v. 73:17-21). Là si era reso conto che la fine dei pochi anni di vita terrena degli empi sarebbe stata quella di essere giudicati da Dio per l’eternità, mentre lavita e il destino di tutti coloro che amano Dio, sono nelle Sue mani. Il credente è sicuro della protezione e della cura di Dio (Romani 8:28,29).
2 Pietro 3:9 ci aiuta a concludere: “Il Signore non ritarda l’adempimento della sua promessa, come pretendono alcuni; ma è paziente verso di voi, non volendo che qualcuno perisca, ma che tutti giungano al ravvedimento”. Se Dio non fosse paziente verso tutti noi, nessuno escluso, l’umanità intera non avrebbe scampo.
H. Difficoltà derivanti dal non sapere distinguere tra Dio, l’uomo e Satana
Molte persone, quando sentono dire che la Bibbia è Parola di Dio e che la sua origine e la sua autorità sono di natura divina, pensano che questo significhi che ogni parola in essa scritta sia proceduta direttamente dalla bocca di Dio, cioè che sia stato Lui a pronunciare ogni frase scritta.
Non è affatto vero: Dio ha ispirato degli uomini perché riportassero per iscritto non solo ciò che Lui stesso ha effettivamente detto, ma anche ciò che altri hanno detto. La Bibbia riporta cioè affermazioni fatte da uomini retti, da uomini non ispirati, da angeli, da demoni, da Satana stesso. Dio ha guidato gli scrittori ad includere queste affermazioni. È vero che essi le dissero, questo è stato registrato accuratamente, ma non può essere vero ciò che dissero.
Per esempio, in Genesi 3:4 Satana dice: “No, non morrete affatto”. È vero che Satana ha detto queste parole, ma ciò che egli ha detto non corrisponde alla verità: è un’infame bugia che ha rovinato la razza umana. Ciò che Satana ha detto è incluso nella Parola di Dio, cioè è riportato nella Bibbia, ma non è stato Dio a dirlo, ma Satana.
Molti lettori, negligenti della conoscenza della Bibbia, non badano a chi parla, se Dio, uomini buoni, uomini cattivi, uomini ispirati, non ispirati, angeli o Satana… Essi tolgono una frase dal suo contesto senza considerare a chi appartiene, e dicono: “Ecco, Dio l’ha detto!”. In effetti, però, Dio non ha detto nulla del genere.
È una cosa molto comune sentire citare le parole pronunziate dagli amici di Giobbe (Elifaz, Bildad, e Tsofar) come se fossero autentiche parole di Dio solo perché sono riportate nella Bibbia. Esse vengono citate nonostante che Dio abbia detto di loro: “non avete parlato di me secondo verità!” (Giobbe 42:7).
Allo stesso modo il libro dell’Ecclesiaste (Qohelet) viene spesso citato per sostenere delle dottrine chiaramente contrarie al resto delle Sacre Scritture, senza considerare il fatto che la maggior parte di questo libro, pur essendo parte della Scrittura, è stato scritto per evidenziare il punto di vista puramente umano. È evidente, quindi, che le Scritture contengono le parole esatte o i pensieri veri dello scrittore, ma che esse devono essere confrontate con le verità che si trovano in altre parti della Bibbia.
CONCLUSIONE
Ci sono molti altri esempi che potrebbero essere citati per ciascuna delle difficoltà considerate, ma questi che abbiamo studiato mostrano che esistono sempre delle spiegazioni coerenti con ciò che ci si aspetterebbe da un libro ispirato da Dio, cioè da un libro senza contraddizioni.
Non c’è assolutamente alcun bisogno di turbarsi quando certe persone incredule e irresponsabili affermano che nessuna persona intelligente potrebbe accettare l’ispirazione della Bibbia. Tali affermazioni potrebbero intimidire un giovane credente finché non abbia imparato che gli “errori biblici” non sono altro che difficoltà sotto l’aspetto di errori. Un istituto francese, a Parigi, pubblicò un elenco di 82 errori biblici che credevano avrebbero distrutto il cristianesimo. Oggi nemmeno uno di questi “errori” rimane… È imperativo dunque distinguere fra apparenti contraddizioni ed “errori”.
Gesù disse: “Poiché in verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, neppure un iota o un apice della legge passerà senza che tutto sia adempiuto” (Matteo 5:18).
La Bibbia secondo i cristiani
importanza e affidabilità storica delle Sacre Scritture a cura di Sandro Ribi
Indice
1. Le origini della Bibbia
2. L’affidabilità del testo biblico
3. L’etica della Bibbia
4. Le profezie
5. La sua capacità di trasformare le persone
6. Le sue promesse
1. Le origini della Bibbia
Alcuni dati iniziali sul Libro:
a) È stato scritto durante più di 1500 anni (circa dal 15° secolo a.C. al 1° secolo d.C.)
b) Copre un periodo di più di 40 generazioni
c) Gli autori sono più di 40, di ogni estrazione sociale; re, contadini, filosofi, pescatori, poeti, statisti, studiosi:
• Mosè, condottiero che ha studiato nelle migliori scuole d’Egitto
• Pietro, pescatore
• Amos, pastore di pecore
• Giosuè, generale
• Neemia, coppiere del re
• Daniele, primo ministro
• Isaia, profeta
• Luca, medico
• Salomone, re, filosofo e poeta
• Matteo, esattore delle imposte
• Paolo, rabbino
d) È stato scritto in diversi luoghi:
• nel deserto (Mosè)
• in prigione (Geremia, Paolo)
• in un palazzo reale (Daniele, Davide, Salomone)
• in viaggio (Luca)
• in esilio su un’isola (Giovanni)
e) È stato scritto in diverse situazioni: durante guerre (Davide), e in periodi di pace (Salomone)
f) Presenta diversi stati d’animo: felicità e gioia eccelse e periodi di profonda disperazione
g) Contiene diversi stili (anche se sovente si coprono a vicenda):
• Storia: Genesi, Cronache, Re, Vangeli, Atti degli apostoli
• Profezia: Isaia, Geremia, Apocalisse
• Sapienza e filosofia: Proverbi, Ecclesiaste
• Poesia: Salmi, Cantico dei cantici
• Lettere: di Paolo, Pietro, Giacomo
h) È stato redatto in tre continenti: Asia, Africa, Europa
i) È scritto in tre lingue: Ebraico, aramaico, greco.
l) Contiene temi controversi.
m) È un libro con una grande continuità dall’inizio alla fine.
Pur essendo stato scritto in tempi tanto diversi e da persone di così varia estrazione sociale, dall’inizio alla fine la Bibbia presenta una coerenza e un’armonia che sono eccezionali.
Pensiamo un momento ad altre opere prodotte dal genio umano: è difficile trovare anche solo due opere importanti, per esempio sull’economia, la scienza o la storia, scritte a distanza di 200 anni, che siano coerenti tra loro. Questo è dovuto al fatto che il pensiero umano è in continua trasformazione.
Posso fare un esempio: l’insegnamento biblico riguardo al matrimonio e il divorzio. In Genesi 2:24 leggiamo (redazione circa 1500 a.C.): “L’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e saranno una stessa carne.” Questo passaggio insegna che il patto matrimoniale fra l’uomo e la donna dura per tutta la vita. In Genesi 24:3-4 leggiamo la pratica: Abraamo incarica il suo servo d’andare a cercare una moglie per il figlio Isacco. Molti secoli dopo (5 secoli), il libro dei Proverbi raccoglie insegnamenti sul matrimonio che sono coerenti con quanto scritto nella Genesi. 1500 anni dopo, Gesù riconferma la validità di questi insegnamenti. Anche le lettere del Nuovo Testamento contengono esortazioni sullo stesso tenore.
Com’è possibile che i redattori siano stati così coerenti? Possiamo leggere le risposte contenute nel Libro:
Nessuna profezia venne mai dalla volontà dell’uomo, ma degli uomini hanno parlato da parte di Dio, perché sospinti dallo Spirito Santo. (2 Pietro 1:21)
Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia. (2 Timoteo 3:16)
La ragione di tale coerenza è lo Spirito di Dio che ha pianificato tutta la redazione del Libro.
Faccio ora un breve confronto con i testi sacri delle tante religioni umane.
• L’Islam ha un libro sacro, il Corano, che contiene gli scritti di Maometto e dei suoi contemporanei. È stato scritto nel 7° secolo, in parte ispirandosi alla Bibbia.
• Il Confucianesimo è basato sull’opera di un uomo vissuto fra il 6° e il 5° secolo a.C.
• Il Buddismo è fondato sugli insegnamenti di un uomo vissuto fra il 6° e il 5° secolo a.C.
• La maggior parte dei testi sacri dell’Induismo è stata redatta fra il 500 a.C. e il 1000 d.C. Però il contenuto degli scritti riflette il tempo in cui sono stati redatti. Inoltre, l’Induismo ha attinto alle diverse religioni per prendere ciò di cui aveva bisogno.
In mezzo a un mondo in continui rivolgimenti e turbolenze, la Bibbia rimane solida come una roccia.
2. L’affidabilità del testo biblico
In che modo si può determinare l’affidabilità storica della Bibbia? Esattamente allo stesso modo come negli altri documenti, ad esempio l’Iliade di Omero, cioè considerando quattro fattori:
• La data di redazione del documento originale
• L’intervallo fra l’originale e la copia più antica
• Il numero di manoscritti antichi del documento
• Il metodo di trascrizione.
Dapprima esamino l’affidabilità del Nuovo Testamento (il più recente), in seguito quella dell’Antico Testamento.
L’affidabilità storica del Nuovo Testamento
Come per la maggior parte dei testi antichi, non possediamo gli scritti originali del Nuovo Testamento. Ciò che abbiamo a disposizione sono delle copie dei documenti originali. Queste sono state ricopiate e tradotte nelle varie lingue. Naturalmente la stessa cosa vale per gli altri documenti dell’antichità.
La tabella comparativa che segue – tradotta e adattata dal libro di J. McDowell, “Evidenza che richiede un verdetto” – ci mostra dove si situa il Nuovo Testamento (la tabella è incompleta).
Autore – opera Periodo di redazione Copia più antica disponibile Intervallo (anni) Numero di copie
Giulio Cesare 100 – 44 a.C. 900 d.C. 1.000 10
Tito Livio 59 a.C. – d.C. 17 20
Platone 427 – 347 a.C. 900 d.C. 1.200 7
Cornelio Tacito (Annali) 56 – 115 d.C. 1100 d.C. 1.000 < 20
(opere minori) 56 – 115 d.C. 1000 d.C. 900 1
Plinio il Giovane (Storia) 61 – 113 d.C. 850 d.C. 750 7
Tucidide (Storia) 460 – 400 a.C. 900 d.C. 1.300 8
Svetonio (De Vita Caesarum) 75 – 160 d.C. 950 d.C. 800 8
Erodoto (Storia) 480 – 425 a.C. 900 d.C. 1.300 8
Orazio 65 – 8 a.C. 900
Sofocle 496 – 406 a.C. 1000 d.C. 1.400 193
Lucrezio 95 – 55 a.C. 1.100 2
Catullo 84 – 54 a.C. 1550 d.C. 1.600 3
Euripide 480 – 406 a.C. 1100 d.C. 1.500 9
Demostene 383 – 322 a.C. 1100 d.C. 1.300 * 200
Aristotele 384 – 322 a.C. 1100 d.C. 1.400 ** 49
Aristofane 450 – 385 a.C. 900 d.C. 1.200 10
Omero (Iliade) 1100 a.C. 400 a.C. 700 643
il Nuovo Testamento 40 – 100 d.C. 125 d.C. 25 > 24.000
* tutti dalla stessa copia
** di qualsiasi opera
Il numero di manoscritti del Nuovo Testamento (ben 24.000) è di gran lunga superiore a quello di qualsiasi altra opera antica. Osservando questa tabella risulta anche chiaro che moltissimi documenti antichi sono stati copiati e ricopiati per secoli prima di giungere alla copia più antica in nostro possesso. Il manoscritto più antico del Nuovo Testamento, ha un intervallo di soli 25 anni dall’originale.
In conclusione, basandoci sul numero di documenti disponibili e sull’intervallo fra l’originale e la copia più antica, risulta chiaro che il Nuovo Testamento è storicamente molto più attendibile degli scritti di qualsiasi altro autore sopra menzionato.
Ma oltre all’evidenza che proviene dai manoscritti, abbiamo anche le citazioni in testi e lettere dei padri della Chiesa. Essi citano brani del Nuovo Testamento. Questa fonte esterna garantisce ulteriore sostegno all’affidabilità storica del Nuovo Testamento.
Autore Periodo
(dopo Cristo) Citazioni
Vangeli Atti Lettere di Paolo Lettere generali Apocalisse Totale
Giustino martire 100 – 165 268 10 43 6 3 (+266 allusioni) 330
Ireneo 150 – 200 1.038 194 499 23 65 1.819
Clemente d’Alessandria 150 – 212 1.017 44 1.127 207 11 2.406
Origene 185 – 253 9.231 349 7.778 399 165 17.922
Tertulliano 160 – 220 3.822 502 2.609 120 205 7.258
Ippolito 170 – 235 734 42 387 27 188 1.378
Eusebio di Cesarea 260 – 340 3.258 211 1.592 88 27 5.176
Totali 19.368 1.352 14.035 870 664 36.289
In tutto il Nuovo Testamento, fra i 24.000 manoscritti ci sono solo circa 40 righe di testo (400 parole) che presentano delle variazioni, peraltro minime. Paragonato all’Iliade di Omero, con 643 copie disponibili, le linee varianti sono più di 700. In percentuale questo significa che i testo dell’Iliade è alterato al 5%, mentre il testo del NT è alterato in misura dello 0,5%. Le variazioni o gli errori del NT consistono essenzialmente in duplicazioni o errori d’ortografia e non incidono minimamente su alcuna dottrina fondamentale. Nessun altro libro al mondo presenta tali garanzie di qualità.
Queste non sono le uniche informazioni sulla validità storica del Nuovo Testamento. Ci sono molti altri documenti che confermano la validità dei testi biblici.
Negli ultimi 100 anni l’archeologia ha scoperto molti riferimenti a città, luoghi, popoli e nazioni descritti nella Bibbia.
L’affidabilità storica dell’Antico Testamento
A differenza del Nuovo Testamento, i manoscritti dell’Antico Testamento non sono così numerosi. La redazione dei libri dell’Antico Testamento è terminata attorno al 400 a.C. Prima della scoperta dei rotoli del Mar Morto la copia più antica risaliva al 900 d.C. Questo dava un intervallo di 1300 anni fra gli originali e la prima copia disponibile. Ciò significava che era affidabile quanto altri documenti dell’antichità (vedi tabella).
Che cosa sono i rotoli del Mar Morto? Sono una serie di più di 40.000 manoscritti o frammenti, dei quali più di 500 provengono da libri dell’Antico Testamento. Fra questi si trova un manoscritto completo del profeta Isaia che risale circa al 125 a.C., cioè 1000 anni prima del più antico manoscritto noto fino ad allora. Il libro del profeta Isaia trovato presso il Mar Morto dimostra chiaramente la cura con la quale venivano trascritti i testi sacri. In pratica è identico all’odierna versione in ebraico antico in misura maggiore del 95%. Il 5% di variazioni è imputabile a variazioni ortografiche e sviste durante la copia.
La storia degli ebrei ci spiega con quale cura gli scribi trascrivevano le Sacre Scritture. Essi credevano che le Sacre Scritture erano la Legge di Dio, perciò era necessario applicare la massima diligenza durante il processo di scrittura per preservare la Sua Parola.
Fra il 2° e il 6° secolo d.C. i talmudisti usarono metodi di trascrizione molto severi. I rotoli per le sinagoghe dovevano essere scritti su pergamene speciali di animali puri. Ogni pergamena doveva contenere un determinato numero di colonne. Ogni colonna doveva avere fra 48 e 60 linee di testo della larghezza di 30 lettere. Perfino la spaziatura fra le consonanti, le sezioni e i vari libri era molto precisa. L’inchiostro doveva essere nero e preparato secondo una ricetta particolare. Lo scriba non poteva scostarsi in nessuna maniera dall’originale. Nessuna parola poteva essere scritta a memoria. Prima di iniziare a scrivere, lo scriba doveva lavarsi completamente e vestire l’abito giudaico. Doveva avere una cura molto particolare quando scriveva il nome di Dio; non poteva fermarsi nemmeno se un re si indirizzava a lui.
A causa della grande attenzione con la quale venivano scritte le copie, i talmudisti erano certi che queste erano esatte. Essi distruggevano le copie più vecchie poiché temevano che danneggiandosi con l’età, era possibile interpretare male il loro contenuto. Ecco perché ci sono così pochi manoscritti.
Dal 6° al 9° secolo d.C. anche i massoreti possedevano un complesso sistema per garantire che le copie erano accurate. Numeravano i versi, le parole e le lettere, e mediante combinazioni numeriche erano in grado di assicurare che la trascrizione del testo era fedele.
Un’altra prova della validità dell’Antico Testamento proviene dal fatto che Gesù accettò quei testi e li citò frequentemente.
3. L’etica biblica
L’etica è lo stile di vita pratica di fronte al bene e al male. La Bibbia contiene le più elevate norme etiche che siano mai state insegnate da una religione. Ovunque siano arrivati dei veri cristiani, hanno portato con sé dei cambiamenti per il meglio. Sono loro che hanno abolito la schiavitù, che hanno migliorato le condizioni della donna e dei bambini, hanno costruito e fondato scuole, università, ospedali, opere di assistenza in molti settori… Hanno contribuito a lenire le sofferenze umane e a elevare la dignità dell’uomo e della donna.
La seguente tabella riporta quattro comandamenti che esprimono una parte della volontà di Dio. Per approfondire puoi leggere il discorso sulla montagna di Gesù.
Il 1° comandamento Matteo 22:35-38
Un dottore della legge, gli domandò, per metterlo alla prova: “Maestro, qual è, nella legge, il comandamento più importante?”
Gesù gli disse: “Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e il primo comandamento.”
Il 2° comandamento Matteo 22:39-40
“Il secondo, simile a questo, è: Ama il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti.”
Odiare e uccidere 1 Giovanni 3:15
Chiunque odia suo fratello è omicida. E voi sapete che nessun omicida possiede in sé stesso la vita eterna.
Desiderio e adulterio Matteo 5:28
Io vi dico che chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore.
I comandamenti che Dio dà sono comandamenti d’amore, anche se talvolta sono severi. Questi non sono stati scritti soltanto con l’intenzione di permettere all’uomo di vivere una vita felice, ma soprattutto con il desiderio di Dio di avere comunione con l’uomo.
A differenza delle altre religioni, però, Dio ama l’uomo, anche se è ancora peccatore:
L’amore di Dio per l’uomo Giovanni 3:16-17
Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna. Infatti Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.
Romani 5:7-8
Difficilmente uno morirebbe per un giusto. Ma forse per una persona buona qualcuno avrebbe il coraggio di morire. Dio invece mostra la grandezza del proprio amore per noi in questo: che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.
4. Le profezie della Bibbia
Le profezie della Bibbia sono il suo sigillo di garanzia!
In questo campo la Bibbia è assolutamente unica. All’infuori del cristianesimo e del giudaismo, fondato sull’Antico Testamento, nessun’altra religione conosce la potenza della profezia. Nella Bibbia troviamo circa 2500 profezie; ben 2000 di esse si sono già adempiute, e le rimanenti 500 riguardano il futuro.
Sacerdoti pagani, stregoni, indovini, astrologi, i vari Nostradamus, Dixon, Cayce, ecc. hanno affermato di essere in grado di predire il futuro, ma sovente le loro profezie non si avverano o sono errate (non va però dimenticato che Satana e i suoi angeli hanno una certa conoscenza, seppur limitata, degli avvenimenti, ed essa, rivelata al momento opportuno, può apparire come una forma di preveggenza).
Ben diverse sono le profezie contenute nella Parola di Dio, la Bibbia. Esse si adempiono tutte precisamente e al tempo prestabilito, e nessuna di esse viene mai meno, poiché procedono da Dio, e Lui stesso veglia sulla Sua Parola per mandarla ad effetto (cfr. Geremia 1:12).
Facciamo alcuni esempi. In 2 Re 20:12-18 si legge che il re Ezechia (8° secolo a.C.) mostrò agli ambasciatori di Babilonia tutti i suoi tesori. Il profeta Isaia gli profetizzò allora che quei tesori sarebbero stati portati a Babilonia. Dopo 200 anni questa profezia si avverò (6° secolo a.C.). Lo stesso profeta Isaia annunciò però la completa distruzione di Babilonia (Isaia 13:19-22), e questo in un periodo di grande splendore. Questa profezia era completamente incredibile, è come se oggi uno profetizzasse che la città di New York verrà distrutta e dimenticata. Ma questo è esattamente ciò che successe con Babilonia, e soltanto nel 19° secolo sono state riscoperte le sue rovine.
Nei tempi antichi l’incarico di profeta in Israele era molto serio. Essere profeta significava parlare da parte di Dio.
Quando il popolo seguiva la Legge, la pena per un falso profeta era la morte: “Il profeta che avrà la presunzione di dire in mio nome qualcosa che io non gli ho comandato di dire o che parlerà in nome di altri dèi, quel profeta sarà messo a morte. Se tu dici in cuor tuo: ‘Come riconosceremo la parola che il Signore non ha detta?’ Quando il profeta parlerà in nome del Signore e la cosa non succede e non si avvera, quella sarà una parola che il Signore non ha detta; il profeta l’ha detta per presunzione. Tu non lo temere.” (Deuteronomio 18:20-22).
Quando, invece, il popolo non seguiva la Legge, il vero profeta di Dio rischiava la prigione o la morte perché il popolo non voleva ascoltarlo (vedi Ebrei 11:32-39).
L’apostolo Pietro scrisse: “Abbiamo la parola profetica: farete bene a prestarle attenzione, come a una lampada che splende in luogo oscuro” (2 Pietro 1:19).
Ci sono moltissimi altri esempi di profezie. Le più importanti riguardano le linee generali del piano di Dio per l’umanità. Un posto particolare è attribuito alle profezie su Gesù.
Profezie dell’Antico Testamento su Gesù
L’Antico Testamento contiene 60 profezie principali (più moltissime altre) che riguardano Gesù. OGNI SINGOLA PROFEZIA RIGUARDO ALLA PRIMA VENUTA DI GESÙ SI È ADEMPIUTA ALLA LETTERA.
Come nessun’altra persona al mondo, la sua venuta, l’opera, e molti dettagli della sua vita, sono stati predetti molti secoli prima che Gesù venisse. Le profezie furono scritte nell’Antico Testamento dal 16° al 5° secolo a.C. e si realizzarono nel Nuovo Testamento, nel 1° secolo d.C.
Ad esempio, il profeta Daniele predisse intorno all’anno 538 a.C. (Daniele 9:24-27) che il Cristo, il Salvatore e Principe promesso ad Israele, sarebbe venuto 483 anni dopo che l’Imperatore persiano avesse concesso agli Israeliti l’autorizzazione a ricostruire Gerusalemme, che allora giaceva in rovina. Ciò si adempì in maniera chiara, precisa ed inequivocabile.
Ecco altri esempi:
Profezia Secolo Riferimento biblico Adempimento
Gesù nasce a Betlemme 8° a.C. Michea 5:2
Da te, o Betlemme, sebbene tra le più piccole città principali di Giuda, da te mi uscirà colui che sarà dominatore in Israele, le cui origini risalgono ai tempi antichi, ai giorni eterni. Alla nascita di Gesù
Nasce da una vergine 8° a.C. Isaia 7:14
Il Signore stesso vi darà un segno: Ecco, la vergine concepirà, partorirà un figlio, e lo chiamerà Emmanuele. Alla nascita di Gesù
Sarà chiamato Dio Potente 8° a.C. Isaia 9:6
Poiché un bambino ci è nato, un figlio ci è stato dato, e il dominio riposerà sulle sue spalle; sarà chiamato Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre eterno, Principe della pace. Nei Vangeli
Viene tradito per 30 denari 6° a.C. Zaccaria 11:12
“Se vi sembra giusto, datemi il mio salario; se no, lasciate stare.” Ed essi mi pesarono il mio salario: trenta sicli d’argento. Tradito da Giuda
Gli forano le mani e i piedi 10° a.C. Salmo 22:16
Poiché cani mi hanno circondato; una folla di malfattori m’ha attorniato. Mi hanno forato le mani e i piedi. Alla crocifissione di Gesù
La sua morte è per la nostra salvezza 8° a.C. Isaia 53:5-6
Egli è stato trafitto a causa delle nostre trasgressioni, stroncato a causa delle nostre iniquità. Il castigo per cui abbiamo pace è caduto su di lui e grazie alle sue ferite noi siamo stati guariti.
Noi tutti eravamo smarriti come pecore, ognuno di noi seguiva la propria via. Ma il Signore ha fatto ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti. Alla morte di Gesù
Altre profezie riguardano la nazione d’Israele (duecento anni fa nessuno al mondo avrebbe creduto che Israele sarebbe risorto), gli ebrei, gli “ultimi giorni”, il ritorno di Gesù sulla terra, il Millennio e il Giudizio. Alcune di queste si stanno avverando sotto i nostri occhi!
5. La Bibbia trasforma le persone
Quali cambiamenti avvengono nelle persone ad opera della parola di Dio? Ho già osservato direttamente che le persone che leggono la Bibbia con uno spirito aperto, vengono trasformate. Una lettrice mi riferì che suo marito aveva notato un cambiamento (positivo) nel suo carattere da quando aveva cominciato a leggere la parola di Dio. Puoi sperimentare personalmente la potenza delle parole di Dio. Ecco alcuni versetti a riguardo.
Salmi 19:8 Gli insegnamenti del Signore sono giusti, rallegrano il cuore. Il comandamento del Signore è limpido, illumina gli occhi.
Salmi 119:11 Ho conservato la tua parola nel mio cuore per non peccare contro di te.
Apocalisse 1:3 Felice chi legge e beati quelli che ascoltano le parole di questa profezia.
La causa della potenza della parola di Dio è lo Spirito di Dio, poiché è lui che ha ispirato direttamente gli autori biblici. Quando leggi la parola di Dio con un atteggiamento aperto, ti sottometti in un certo senso all’azione del Suo Spirito.
6. Alcune promesse dalla Bibbia
La Bibbia è un libro che comprende tutto: spazia dalla creazione dell’universo per giungere fino alla fine del mondo come lo conosciamo. Nessun altro libro è così completo. Esso parla anche del mondo invisibile, delle “forze” del bene e del male, di spiriti e di angeli.
Una parte molto importante è dedicata alla storia dell’uomo: parte dalle sue origini, passa dalla sua ribellione, spiega che cosa è il perdono e come si può ottenere, aiuta a vivere riconciliati, e descrive il giudizio e il destino eterno dell’uomo.
Nella tabella che segue sono riportate alcune delle sue promesse, in parte condizionali. Si tratta di promesse molto forti che vanno in parte anche oltre la vita terrena.
Perdono da Efesini 1:7
In Gesù abbiamo il perdono dei peccati, secondo le ricchezze della sua grazia.
1 Giovanni 1:9
Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità.
Giustificazione Romani 5:1
Giustificati per fede, abbiamo pace con Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore.
Pace Giovanni 14:27
Vi lascio pace. Vi do la mia pace. Io non vi do come il mondo dà. Il vostro cuore non sia turbato e non si sgomenti.
Ricevere lo Spirito Santo che ci guida Giovanni 16:13
Quando sarà venuto lui, lo Spirito della verità, egli vi guiderà in tutta la verità, perché non parlerà di suo, ma dirà tutto quello che avrà udito, e vi annuncerà le cose a venire.
Romani 8:14
Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, sono figli di Dio.
Cambiamento del carattere Galati 5:22
Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo.
Il diritto di diventare figli di Dio Giovanni 1:12
A tutti quelli che l’hanno accolto (Gesù) egli ha dato il diritto di diventar figli di Dio, a quelli, cioè, che credono nel suo nome.
Vita eterna Giovanni 3:36
Chi crede nel Figlio ha vita eterna, chi invece rifiuta di credere al Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio rimane su di lui.
7. Altre informazioni sulla Bibbia
Essa è suddivisa in 66 libri, 39 dei quali scritti prima della nascita di Gesù Cristo (Antico Testamento) e i rimanenti 27 (Nuovo Testamento) dopo la sua risurrezione e ascensione al cielo. Gli insegnamenti e i miracoli di Gesù vengono descritti da quattro testimoni nei quattro vangeli.
La Bibbia contiene storia, cronache, poesia, profezia, insegnamenti ed esortazioni, e perfino alcune nozioni scientifiche. Questi contenuti talvolta sono intrecciati. Dopo aver descritto la creazione dei cieli e della terra essa narra come Dio ha formato tutti gli esseri viventi, racconta la storia dell’umanità a partire dal primo uomo, e poi si concentra su Israele e sul Messia. Descrive come sarà il mondo al ritorno di Gesù e infine parla del Giudizio e della creazione di nuovi cieli e nuova terra.
“Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia” (2 Timoteo 3:16).
Si vedano anche:
• Le profezie della Bibbia adempiutesi in Gesù Cristo
• Esistono contraddizioni nella Bibbia?
• La Bibbia insegna che la terra è piatta?
• La Bibbia è stata cambiata?
• Prove storiche su Gesù Cristo da fonti non cristiane
• La Bibbia sotto forma di programma da scaricare
• La Sacra Bibbia online
• La Sacra Bibbia su questo sito
• Qual è il messaggio del Vangelo?
FONTE: IL CAMMINO CRISTIANO
Il papato
a cura di Edoardo Labanchi, ex gesuita (da “I quaderni”, nov. 1997)
Roma, e specialmente la Città del Vaticano con la chiesa di San Pietro, è considerata da molti “il centro della Cristianità” per la presenza del Papa, che si ritiene sia il capo della Chiesa Cristiana ed il cui potere, in questioni religiose, sembra quasi illimitato. A tal proposito, nel canone 331 del nuovo Codice di Diritto Canonico (edito dal Vaticano nel 1983 e promulgato con l’autorità di Giovanni Paolo II) leggiamo:
“Il Vescovo della Chiesa di Roma, che esercita l’ufficio dato dal Signore nostro a Pietro, il primo degli Apostoli, e che viene trasmesso ai suoi successori, è il Capo del Collegio dei Vescovi, il Vicario di Cristo e il Pastore della Chiesa Universale sulla terra. Grazie a tale ufficio, egli esercita un’autorità suprema, completa, diretta ed universale sulla Chiesa, e può esercitare tale autorità liberamente in ogni tempo”.
Questa è una mia traduzione letterale dall’originale latino, che, del resto, può essere consultato facilmente da chiunque, dato che il Codice di Diritto Canonico è in vendita nelle librerie cattoliche. Nel canone 333, paragrafo 3, è poi affermato:
“Contra sententiam vel decretum Romani Pontificis non datur appellatio neque recursus”, cioè “Non è possibile alcun appello o ricorso contro una sentenza del Pontefice Romano”.
Com’è scritto poi nel canone 338, soltanto il Papa può convocare i Concili Ecumenici a cui tutti i vescovi cattolici sono invitati a partecipare. Il Papa, inoltre, può interrompere o revocare del tutto un Concilio Ecumenico, e spetta solo a lui approvare tutte le decisioni o decreti dei Concili. In altre parole, i Concili Ecumenici o Universali e tutti i sinodi dei vescovi cattolici in tutto il mondo, sono soltanto degli organi consultivi, mentre il Papa mantiene sempre la sua personale autorità suprema per quanto riguarda tutte le questioni che hanno a che fare con la dottrina e la morale. I sinodi locali hanno per lo più poteri in questioni puramente amministrative. Ne segue che l’autorità dei vescovi dipende completamente da quello del Vescovo di Roma o Papa.
Il Codice di Diritto Canonico qui non fa altro che riassumere le decisioni del Concilio Vaticano I, convocato da Pio IX e tenutosi dall’8 dicembre del 1869 al 20 ottobre del 1870, e specialmente i decreti della IV sessione tenutasi il 18 luglio 1870 e che hanno a che fare, appunto, con l’autorità del Papa. In questa famosa sessione fu solennemente definita l’infallibilità personale del Papa. Ecco il testo di questa definizione, sempre in una mia traduzione dal latino:
“Noi definiamo che il Pontefice Romano, quando parla ‘ex cathedra’, cioè quando, come Pastore e Dottore di tutti i Cristiani, definisce una dottrina concernente la fede e la morale e che deve essere creduta da tutta la Chiesa, a causa della Sua suprema autorità apostolica, aiutato com’è da Dio secondo la promessa fatta al beato Pietro, gode di quella infallibilità di cui il divin Redentore volle che la Sua Chiesa godesse, quando avrebbe definito una dottrina concernente la fede e la morale. Ne segue che tutte le definizioni del Pontefice Romano sono immutabili in quanto tali e non per l’approvazione della Chiesa. Se qualcuno osa non essere d’accordo con questa nostra definizione, sia scomunicato” (Denzinger – Schoenmetzer, Enchiridion Symbolorum et Declarationum de rebus fidei et morum, n. 3074).
Ciò significa che se uno non crede nell’infallibilità del Papa, è fuori della Chiesa Cattolica, e se non si pente, corre il rischio di andare all’inferno.
Fino a che non fu definita l’infallibilità papale, i Cattolici potevano non credervi, ma una volta che tale dottrina è stata solennemente definita dal Concilio Vaticano I, tutti i Cattolici devono accettarla.
Bisogna però precisare che prima di questa definizione, nella Chiesa Cattolica si riteneva che solo i Concilî Ecumenici fossero infallibili, quando definivano dottrine riguardanti la fede e la morale. Si riteneva certamente che il Papa fosse il Capo Supremo della Chiesa, ma non che fosse personalmente infallibile – almeno tale dottrina non era ufficiale. Ma proprio a causa della definizione dell’infalibilità papale, le cose cambiarono radicalmente per quanto riguardava la costituzione della Chiesa Cattolica. In pratica, il Concilio Ecumenico rinunciò all’autorità fino ad allora riconosciutagli. E’ vero che nel Concilio Vaticano II il ruolo dei Vescovi della Chiesa Cattolica è stato messo particolarmente in rilievo, ma sostanzialmente nulla è cambiato rispetto al Concilio Vaticano I, come si deduce specialmente dalla cosiddetta Costituzione Dogmatica “Lumen Gentium” (Luce delle Genti) sulla Chiesa, promulgata il 21 novembre 1964. Difatti al paragrafo 25 leggiamo:
“Di questa infallibilità il Romano Pontefice, Capo del Collegio dei Vescovi, gode in virtù del suo ufficio quando, quale supremo Pastore e Dottore di tutti i fedeli, che conferma nella fede i suoi fratelli, sancisce con atto definitivo una dottrina riguardante la fede e la morale. Perciò le sue definizioni giustamente sono dette irreformabili per se stesse e non in virtù del consenso della Chiesa… Né ammettono appello alcuno ad altro giudizio”.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica, pubblicato nel 1992 dal Vaticano, ribadisce questo concetto citando sia il Concilio Vaticano I sia il Concilio Vaticano II. Sarà stato quindi disilluso chi pensava che vi fossero grandi cambiamenti nelle dottrine ufficiali della Chiesa Cattolica, e particolarmente per quanto riguarda la figura e la funzione del Papa.
Ora, se ad un teologo cattolico dite che dagli scritti del Nuovo Testamento non risulta affatto che Pietro, presunto primo Papa, abbia mai esercitato un’autorità suprema nella Chiesa, e che il famoso passo del Vangelo di Matteo nel capitolo 16 – “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa, ecc.” – se gli dite che questo passo per alcuni secoli non fu affatto interpretato come l’interpreta oggi la Chiesa Cattolica, e che di un vero e proprio Papato si può cominciare a parlare forse dal V-VI secolo in poi; e se gli dite anche che non vi spiegate come mai ci siano voluti tanti secoli per arrivare alla definizione ufficiale dell’infallibilità papale – se dite tutto questo ad un teologo cattolico, vi risponderà che nel caso del Papato, come di varie altre dottrine proprie del Cattolicesimo Romano, questa dottrina era contenuta implicitamente nelle Scritture e che è stata compresa sempre meglio fino ad arrivare alla sua definizione ufficiale, così come un albero viene fuori da un seme: l’albero è già contenuto sostanzialmente nel seme, ma deve solo spuntare e crescere.
Oltre a ciò, il teologo cattolico vi dirà che la Scrittura non è l’unica fonte della Rivelazione cristiana, ma c’è anche la tradizione. Ecco come si esprime a tal riguardo il Catechismo della Chiesa Cattolica, al paragrafo 81, citando la Costituzione Dogmatica “Dei Verbum” (La Parola di Dio) del Concilio Vaticano II:
“La Sacra Scrittura è la Parola di Dio in quanto è messa per iscritto sotto l’ispirazione dello Spirito divino. Quanto alla Sacra Tradizione, essa conserva la Parola di Dio, affidata da Cristo Signore e dallo Spirito Santo agli Apostoli, e la trasmette integralmente ai loro successori, affinché questi, illuminati dallo Spirito della verità, con la loro predicazione fedelmente la conservino, la espongano e la diffondano. Accade così che la Chiesa, alla quale è affidata la trasmissione e l’interpretazione della Rivelazione, attinga la sua certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola Sacra Scrittura. Perciò l’una e l’altra (cioè la Scrittura e la Tradizione) devono essere accettate e venerate con pari sentimento di pietà e di rispetto”.
Una tale affermazione riflette ciò che era stato già dichiarato dal Concilio di Trento l’ 8 aprile del 1546, e cioè che la Rivelazione divina è contenuta “in Libris scriptis et sine scripto traditionibus”, cioè “In Libri scritti (la Sacra Scrittura) e nelle tradizioni non scritte” (Denzinger 1501), nel senso di tradizioni che si trovano al di fuori della Sacra Scrittura. Si ritiene che tali tradizioni contengano gli insegnamenti orali di Cristo trasmessi agli Apostoli e non riportati nel Nuovo Testamento. Tali insegnamenti orali, sempre secondo la dottrina cattolica, furono poi in vario modo messi per iscritto e si trovano nei cosiddetti “Padri della Chiesa”, cioè gli scrittori cristiani dei primi quattro secoli – di particolare importanza sono considerati gli scritti dei “Padri Apostolici”, cioè degli scrittori della prima metà del secondo secolo.
Ma il fatto è che su vari punti le dottrine della Chiesa Cattolica, a cominciare proprio dal Papato, sono molto diverse sia da quanto deduciamo dalla Sacra Scrittura, sia da quanto deduciamo proprio dai “Padri della Chiesa”. Inoltre, si notano alcune divergenze dottrinali tra la testimonianza del Nuovo Testamento e le affermazioni degli stessi “Padri della Chiesa”, quanto più ci allontaniamo dall’epoca apostolica, cioè dal primo secolo. Ora, se, come dicono i documenti cattolici, le due fonti della Rivelazione divina – la Sacra Scrittura e la tradizione – scaturiscono da un’unica fonte, non vi dovrebbero essere tali differenze; ma esse pur vi sono, come si può dimostrare.
Ho già accennato al fatto che, tra l’altro, il Papa è ufficialmente chiamato Vicarius Christi, cioè Vicario di Cristo, nei documenti ufficiali. Ma qual è il significato di Vicarius? In latino indica chi sostituisce un altro, prende il posto di un altro, rappresenta un altro. In questo caso significa che il Papa rappresenta Cristo sulla terra. Si ha quindi la netta impressione che il Papa potrebbe dire a tutti ciò che Cristo disse a Filippo a proposito del Suo rapporto con Dio Padre, ma cambiando naturalmente i termini del paragone. Il Papa potrebbe dunque dire così: “Chiunque ha visto me, ha visto Gesù Cristo” (si veda Gv.14:9). Certo, i Cattolici negherebbero tutto ciò, dandosi a sottili distinzioni, ma è proprio questo che deduciamo dai loro documenti ufficiali, se l’espressione “Vicario di Cristo” ha un senso. E’ comunque un fatto che i Papi hanno sempre cercato di prendere il posto di Cristo, proprio in forza dell’ufficio che hanno esercitato, o meglio usurpato – sia che il Papa si chiami Giovanni XXIII o Giovanni Paolo II.
Storicamente parlando, non abbiamo notizie di alcun Papa, come lo si intende oggi, per almeno cinque secoli. C ‘erano vescovi nella Chiesa di Roma, ma non avevano nessuna autorità assoluta, né dottrinale né amministrativa, su tutta la Chiesa – soltanto un Concilio generale, a cui partecipava almeno la maggior parte dei vescovi, era considerato autorevole, quando definiva dottrine riguardanti la fede e la morale. Dobbiamo però ammettere che la Chiesa di Roma ebbe sempre un posto importante nella Cristianità. La ragione è che Roma per secoli è stata il cuore dell’Impero Romano. E la sua importanza non venne meno neanche quando Costantino fece di Costantinopoli la nuova capitale politica dell’Impero.
Questo lo deduciamo anche da un importante documento che riguarda la posizione della Chiesa Cristiana nell’Impero Romano, cioè l’Editto di Tessalonica, emesso da Teodosio I, imperatore di Oriente e da Graziano, imperatore d’Occidente, nel 380. Nell’ottobre del 382 Teodosio concluse uno storico trattato con i Visigoti ammettendoli come truppe alleate nell’ambito dell’impero. Teodosio, inoltre, dovette anche proteggere il suo collega occidentale da vari rivali. Egli però è passato alla storia specialmente per la sua presunta vittoria sul paganesimo. Infatti col famoso editto si dichiarò, almeno implicitamente, ma chiaramente, che il Cristianesimo era ora religione di Stato. Ma ecco l’editto come ci è stato conservato nel Codice di Giustiniano, l’imperatore che promosse la sistemazione del diritto romano nel VI secolo – la versione dal latino è mia:
“Gli imperatori Graziano Valentiniano e Teodosio al popolo della città di Costantinopoli. Tutte le nazioni governate dalla nostra Clemenza rimarranno in quella religione che fu tramandata dall’Apostolo Pietro ai Romani e che ora è seguita dal Pontefice Damaso e da Pietro, vescovo d’Alessandria ed uomo dalla santità apostolica, in modo che crediamo che, secondo l’insegnamento apostolico e la dottrina evangelica, v’è un solo Dio, che sussiste in tre Persone, Padre, Figlio e Spirito Santo, che godono della stessa dignità e quindi costituiscono la santa Trinità. Ordiniamo dunque a quelli che osservono questa legge di prendere il nome di Cristiani Cattolici, mentre tutti gli altri, che noi riteniamo stupidi e pazzi, devono essere dichiarati eretici. Essi saranno puniti dall’ira di Dio, ma anche dalla Nostra Autorità, guidati come siamo dalla sapienza divina”.
Da questo editto deduciamo che la Chiesa di Roma era considerata dagli imperatori come un importante punto di riferimento per quanto riguardava la fede cristiana. Tale fede era quella di Damaso, vescovo di Roma, ed anche del vescovo d’Alessandria, un’altra importante chiesa dell’epoca. Ma anche se nell’editto è menzionato anche il vescovo della chiesa d’Alessandria, è un fatto che la chiesa di Roma acquistò sempre più importanza e la fede ivi professata era l’unica fede ammessa nell’Impero. Perciò gli eretici Ariani, che negavano la divinità di Cristo, furono considerati fuorilegge e quindi passibili anche di pene giudiziarie. Anche i pagani cominciarono ad essere perseguitati e tra il 391 ed il 392 i sacrifici pagani furono proibiti e molti templi furono chiusi. Possiamo dunque dire che per l’anno 394 il Cristianesimo era diventato una vera e propria religione di Stato e che l’Impero era stato “cristianizzato”, nel senso che essere cristiani non era più soltanto una questione di fede personale in Cristo, ma anche una questione politica. Ed in tutto questo la Chiesa di Roma, col suo vescovo, aveva sempre più la preminenza sulle altre chiese.
Ma per quale ragione specifica il Vescovo di Roma divenne sempre più importante? Prima di tutto, secondo una tradizione che ritengo attendibile, Pietro fu a Roma e dovette esercitarvi il suo ministero apostolico. Ora, Pietro era considerato un grande leader ed il suo insegnamento non si discuteva, essendo stato uno dei discepoli prediletti da Gesù. Ne seguiva che nella Chiesa di Roma, dove Pietro aveva insegnato, certamente si professava la verità. Da ciò seguì anche che tutto ciò che veniva insegnato nelle altre chiese doveva essere in accordo con quanto veniva insegnato nella Chiesa di Roma. Non dico che questa era una regola generale ed ufficiale, ma questa era certamente la tendenza della Chiesa Cristiana nel suo insieme.
La Chiesa di Roma era quindi considerata la “Chiesa Cattolica” per eccellenza, poiché dottrinalmente esprimeva la fede di tutta la Chiesa Cristiana. e questa sembra sia stata la tendenza sin dalla seconda metà del secondo secolo, tanto è vero che Ireneo, vescovo di Lione, nella sua famosa opera “Conro le Eresie” parla della Chiesa di Roma come della “chiesa più grande ed antica, nota a tutti, fondata e costituita dai gloriosissimi Apostoli Pietro e Paolo”, e quindi, secondo lui, “ogni altra chiesa deve essere d’accordo con questa chiesa a causa della sua maggiore autorità” (Ireneo, Contro le Eresie III, 3, 2).
Leopoldo Ranke, famoso storico tedesco del secolo scorso, ha comunque ragione quando afferma nel primo capitolo della sua “Storia dei Papi” che “è una pretesa vana asserire che la supremazia dei vescovi di Roma era universalmente riconosciuta in Oriente ed in Occidente già dal primo secolo in poi “; ma egli aggiunge subito: “è però ugualmente certo che i vescovi di Roma ottennero ben presto la preminenza, elevandosi al di sopra di tutti gli altri dignitari ecclesiastici”.
A tal proposito, c’è un importantissimo documento – una vera pietra miliare nella storia del Papato – tradizionalmente noto come “Decreto Gelasiano”, perché attribuito a Gelasio I, vescovo di Roma dal 492 al 496. Questo documento si presenta come il risultato di un sinodo romano tenuto nel 494. Sembra però che soltanto una parte possa essere attribuita a Gelasio senza alcun dubbio. Ciò che comunque qui ci interessa è che in tale decreto è chiaramente affermata la presunta origine apostolica del Papato e si insiste sulla supremazia del Vescovo di Roma su tutta la Chiesa Cristiana. Si asserisce in esso esplicitamente che, sebbene la Chiesa di Cristo, sparsa in tutto il mondo, sia una, “la Chiesa di Roma non è stata preposta alle altre chiese da qualche sinodo ecclesiastico, ma ha ricevuto la supremazia dalla voce stessa del Signore e Salvatore nostro” (Denzinger 350). Quindi nel documento si cita Matteo 16:18-19, dove Gesù dice a Pietro: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa, e le porte dell’inferno non le potranno vincere. Io ti darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che avrai legato sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che avrai sciolto in terra sarà sciolto in cielo “. Secondo la tradizionale interpretazione cattolica di questo famoso passo, Pietro fu costituito da Gesù quale primo Papa o Capo della Chiesa Universale, ed il suo ufficio fu trasmesso anche ai suoi successori nell’episcopato romano. Vi sono anche altre chiese importanti, ma la Chiesa di Roma, con il suo Vescovo, è la più importante ed ha la supremazia su tutte le altre chiese locali – questo è quanto, in fondo, viene affermato nel Decreto Gelasiano. Questa dottrina sul Papato è stata poi sviluppata attraverso i secoli fino a prendere la sua forma attuale nei documenti ufficiali degli ultimi Concilii Ecumenici.
Ora, c’era una qualche verità nell’affermazione che la vera fede era conservata nella Chiesa di Roma. Difatti, come ho già accennato, personalmente credo che Pietro sia stato a Roma, considerando la costante tradizione a riguardo. Tuttavia in nessuno dei documenti più antichi a nostra disposizione è scritto che Pietro era considerato il Capo della Chiesa Universale e che da Roma governava tutta la Cristianità. In particolare, Eusebio di Cesarea, vescovo e storico, contemporaneo dell’imperatore Costantino – siamo quindi nel IV secolo – parla sia di Pietro che di Paolo come responsabili della Chiesa di Roma, ma non fa alcuna distinzione tra di loro. Ma ecco le sue parole tratte dalla “Storia Ecclesiastica”:
“Sembra che Pietro abbia predicato ai Giudei della diaspora nel Ponto, nella Galazia nella Bitinia, nella Cappadocia, nell’Asia, e, da ultimo, venuto a Roma vi fu crocifisso con la testa all’ingiù, poiché egli espressamente aveva chiesto di soffrire quel genere di morte”. Poi Eusebio aggiunge: “Che dire poi di Paolo? Da Gerusalemme fino all’Illirico compì la predicazione del Vangelo di Cristo e, compiuta la sua missione, più tardi subì il martirio a Roma, sotto Nerone… Dopo il martirio di Paolo e Pietro, il primo che ottenne l’episcopato della chiesa romana fu Lino” ( III,1,2-3 ; III,2,1 ed. Desclée 1964, p.150 ). Notate che, nell’ultima frase citata Paolo è menzionato prima di Pietro. E’ certo quindi che un tale eminente scrittore e vescovo non credeva che Pietro fosse il primo Papa o Capo della Chiesa Universale.
In un altro passo della sua opera Eusebio cita, a sua volta, Ireneo, vescovo di Lione, che fa un elenco dei vescovi di Roma – ecco il testo:
“I beati Apostoli, che hanno fondato ed edificato la Chiesa di Roma, ne trasmisero il governo episcopale a Lino, ricordato da Paolo nelle Lettere a Timoteo. Lino ebbe come successore Anacleto. E dopo Anacleto, terzo a partire dagli Apostoli, Clemente. Anche Clemente aveva veduto i beati Apostoli; era vissuto con loro, ne aveva sentito con i propri orecchi la predicazione, ed aveva quindi veduto bene lo svolgersi della tradizione. Non era solo. Al suo tempo, poi, vivevano ancora molti di quelli che erano stati ammaestrati nella fede degli Apostoli… A Clemente successe Evaristo…” (V ,6, 1-5 ; ed. cit.pp.366,368 ; si veda Ireneo, Contro le Eresie III, 3, 3).
E così via – l’elenco arriva fino al vescovo di Roma contemporaneo di Ireneo. E la conclusione di Ireneo, citato da Eusebio, è questa: “Attraverso questa serie di Pastori ed il loro insegnamento, sono pervenute a noi la tradizione degli Apostoli e la predicazione della verità”.
Anche qui Pietro non è elencato come il primo vescovo di Roma, dal momento che è menzionato assieme a Paolo. Questo poi non è l’elenco dei primi Papi, ma soltanto di quei vescovi che si supponeva avessero ben custodito e trasmesso ad altri la dottrina insegnata dagli Apostoli. In fondo qui si applica il principio stabilito dall’Apostolo Paolo nella II Lettera a Timoteo 2: 1-2, “Tu dunque, figliuolo mio, fortificati nella grazia che è in Cristo Gesù, e le cose che hai udito da me in presenza di molti testimoni, affidale ad uomini fedeli, i quali siano capaci di insegnarle anche ad altri”.
Ma – possiamo chiederci – come si può esser certi che ciò che è stato tramandato alle nuove generazioni di cristiani è sempre costituito dagli stessi autentici insegnamenti di Gesù Cristo e degli Apostoli?
Ireneo di Lione, che ho citato, e che è stato citato anche dallo storico Eusebio di Cesarea, lui stesso ci dice, all’inizio del III Libro della sua opera “Contro le Eresie”, che gli Apostoli nel loro insieme, “e ciascuno di loro avevano lo stesso Vangelo di Dio.Matteo che stava tra gli Ebrei pubblicò il Vangelo in ebraico, mentre Pietro e Paolo evangelizzavano Roma e vi fondavano la chiesa. Dopo la loro scomparsa, Marco, discepolo ed interprete di Pietro, pose per iscritto ciò che Pietro aveva insegnato. Luca, compagno di Paolo, redasse a sua volta il Vangelo da questi predicato. Più tardi Giovanni, discepolo del Signore, che posò il capo sul petto di Lui, pubblicò il suo Vangelo al tempo che dimorava ad Efeso, in Asia” (ed. Cantagalli, Siena 1968, vol. I, p.231).
Tutto questo significa che, secondo Ireneo, l’insegnamento di Gesù e degli Apostoli è stato fedelmente riportato prima di tutto nei Vangeli e nel resto del Nuovo Testamento, tanto che Ireneo lo cita spesso nella sua opera, perché considerava le Scritture come il punto assoluto di riferimento in questioni riguardanti la fede cristiana. La tradizione orale, diceva Ireneo, è utile per quelli che non sanno leggere; deve essere inoltre usata quando si ha a che fare con gli eretici che non accettano tutte le Scritture: a costoro bisogna indicare ciò che si insegna nelle chiese dove gli Apostoli hanno insegnato. Dopo tutto, scriveva Ireneo, “se gli Apostoli non ci avessero lasciato le Scritture, non si sarebbe forse dovuto seguire l’ordine della tradizione da essa trasmessa a quelli ai quali affidavano le chiese? ” (op.cit. III, 4, 1; ed.cit.vol. I, p. 237). Ma, grazie a Dio, aggiungo qui io, gli Apostoli ci hanno lasciato le Scritture, e noi consideriamo le Scritture come unica fonte autentica delle dottrine che stanno alla base della fede cristiana.
In ogni caso, se vi fosse un’autentica tradizione al di fuori delle Scritture, tale tradizione non potrebbe mai essere in contrasto con le Scritture, dato che la Rivelazione di Dio è una e senza contraddizione. Ma proprio questo è il punto! Difatti ciò che il Cattolicesimo Romano presenta come tradizione e genuina rivelazione di Dio, spesso è in contraddizione con quanto leggiamo nelle Scritture. In particolare, le Scritture sono contro la dottrina secondo cui la Chiesa Cristiana dovrebbe avere un capo universale che esercita un’autorità suprema su tutta la Chiesa, e che sarebbe infallibile quando definisce dottrine concernenti la fede e la morale. Come ho già accennato, a parte l’interpretazione del famoso passo di Matteo 16:18-19, si deduce dai Vangeli, dagli Atti degli Apostoli e dal resto del Nuovo Testamento che Pietro non esercitò mai una tale autorità suprema su tutta la Chiesa. E se vogliamo parlare di tradizione a tutti i costi, è un fatto che per almeno cinque secoli non c’è stato nessun Papato nella Chiesa.
Quanto al passo di Matteo a cui ho fatto riferimento più di una volta, io credo che effettivamente Gesù abbia voluto fondare la Sua Chiesa su Pietro, ma non su Pietro come individuo, ma su Pietro come simbolo vivente del vero Cristiano. Ciò significa che Gesù ha fondato la Sua Chiesa sulla fede di Pietro, che rappresenta tutti i veri credenti – Petros , che corrisponde all’aramaico Cefa , che significa “roccia”, come difatti è esplicitamente chiamato a volte Pietro nel Nuovo Testamento. Si tratta, insomma, della roccia della sua fede posta sulla Roccia per eccellenza, cioè su Gesù stesso. E la fede di Pietro era come una roccia, perché il suo oggetto era lo stesso Gesù. A tal proposito, dobbiamo tener presente ciò che lo stesso Pietro ha scritto nella sua I Lettera: “Accostandovi a Lui (cioè a Gesù), pietra vivente, riprovata bensì dagli uomini, ma innanzi a Dio eletta e preziosa, anche voi, come pietre viventi, siete edificati quale casa spirituale, per essere un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali, accettevoli a Dio per mezzo di Gesù Cristo “. Ora, né in questo passo né nel resto del Nuovo Testamento troviamo un versetto in cui si dice che Pietro è la pietra più importante basata sulla Pietra angolare che è Cristo. Infatti tutti i Cristiani indistintamente sono “pietre viventi” basate sulla Pietra vivente, che è il Signore Gesù Cristo.
Sono inoltre interessanti le parole rivolte da Gesù a Pietro, secondo Luca 22:31-32, “Simone, Simone, ecco, Satana ha chiesto di vagliarvi come si vaglia il grano; ma io ho pregato per te, affinché la tua fede non venga meno; e tu, quando sarai convertito, conferma i tuoi fratelli”. Indubbiamente all’inizio e per alcuni anni l’Apostolo Pietro fu un esponente di primo piano del gruppo apostolico, un leader riconosciuto tra loro, ma mai un “Papa” con poteri assoluti sulla Chiesa, seppur in nome del Signore.
Lo stesso dicasi di Giovanni 21:15-19, “Quand’ebbero fatto colazione, Gesù disse a Simon Pietro:
‘Simone di Giovanni, mi ami più di questi?’ Egli rispose: ‘Sì, Signore, tu sai che ti voglio bene’. Gesù gli disse: ‘Pasci i miei agnelli’. Gli disse di nuovo, una seconda volta: ‘Simone di Giovanni, mi ami?’ ‘ Egli rispose: ‘Sì, Signore; tu sai che ti voglio bene’. Gesù gli disse: ‘ Pastura le mie pecore’. Gli disse la terza volta: ‘Simone di Giovanni, mi vuoi bene?’ Pietro fu rattristato che egli avesse detto la terza volta: ‘Mi vuoi bene?’ Egli rispose: ‘Signore, tu sai ogni cosa; tu conosci che ti voglio bene’. Gesù gli disse: ‘Pasci le mie pecore. In verità, in verità ti dico che quand’eri più giovane, ti cingevi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio, stenderai le tue mani e un altro ti cingerà e ti condurrà dove non vorresti ‘. Disse questo per indicare con quale morte avrebbe glorificato Dio. E, dopo aver parlato così, gli disse: “Seguimi”.
Il riferimento al fatto che Pietro aveva rinnegato Gesù è evidente: qui si tratta della riabilitazione ufficiale dell’Apostolo, che certamente non fu il solo a “pascere il gregge” del Signore. Pietro aveva bisogno di quelle parole di conforto, che confermavano la sua chiamata all’apostolato.
Quanto poi alla posizione di Pietro nella Chiesa del primo secolo, sono degni di considerazione i suoi rapporti con l’Apostolo Paolo. Molto illuminante è a tal riguardo il capitolo 2 della Lettera ai Galati. Paolo, per ispirazione divina, andò a Gerusalemme per esporre ai leaders della Chiesa, gli Apostoli, i contenuti della sua predicazione. Si trattò di un’opportuna verifica, considerando anche che egli non apparteneva al gruppo dei Dodici ed era quindi nel numero degli Apostoli che, come Barnaba ed altri, nel primo secolo ed in seguito sarebbero stati le guide della Chiesa, pur non possedendo tutte le caratteristiche dei Dodici, come quella di essere stati discepoli di Gesù mentre Egli era sulla terra, e testimoni oculari della Sua risurrezione (Atti 1:21-22).
Paolo è messo qui sullo stesso piano di Pietro – “…perché Colui che aveva operato in Pietro per farlo Apostolo dei circoncisi aveva anche operato in me per farmi Apostolo dei Gentili “, cioè dei non-Ebrei (Ga.2:8). Anzi nel versetto 9 Pietro o Cefa è menzionato tra Giacomo e Giovanni, “che sono reputati colonne”, e con Paolo viene menzionato Barnaba – Paolo e Barnaba avrebbero evangelizzato prevalentemente i non ebrei, mentre gli altri avrebbero evangelizzato prevalentemente gli Ebrei.
Dal versetto 11 fino alla fine del capitolo ci troviamo poi dinanzi ad un Paolo che riprende in pubblico il presunto “primo Papa”. Infatti Pietro che ormai non osservava più tante norme tradizionali giudaiche, tra cui quella di non mangiare assieme a non giudei, quando si accorse della presenza di giudei cristiani, ma ancora incoerentemente osservanti di tali norme, anch’gli si separò dai non giudei, ma cristiani, non mangiando più con loro, ed inducendo così anche altri, tra cui lo stesso Barnaba, a fare lo stesso. C’era quindi bisogno di un chiarimento di idee sia di ordine dottrinale che di ordine morale, e questo fu proprio quello che Paolo fece, sottolineando il fatto che ormai le “opere della Legge” non avevano più il valore di un tempo, perché ora si era giustificati dinanzi a Dio esclusivamente “mediante la fede in Cristo” (v.16).
Paolo non ci dice quale sia stata la reazione di Pietro, che, comunque, certamente non fece leva su un suo presunto “primato” per giustificarsi: se lo avesse fatto, sarebbe stato un evento troppo importante da non trascurare in quella lettera. Ma non troviamo qui il minimo accenno ad una simile reazione.
Tutto questo dunque ridimenziona di molto il ruolo avuto da Pietro nella Chiesa del primo secolo: tra la posizione dell’Apostolo e quella di un Giovanni Paolo II nella Chiesa Cattolica di oggi c’è un abisso che neanche le più sofisticate argomentazioni della teologia cattolica possono e potranno mai colmare.
E’ comunque un fatto che il celebre passo di Matteo 16:18 ss. non fu interpretato da Pietro stesso e dagli altri Apostoli come l’interpreta oggi la Chiesa Cattolica. Non c’è dubbio che Pietro svolse un ruolo importante nella Chiesa del primo secolo, ma solo per qualche tempo, considerando che gli Atti degli Apostoli si occupano per lo più di ciò che fece Paolo, e nelle Scritture non si fa alcuna differenza tra ciò che fece Pietro e ciò che fece Paolo. Certo, Pietro fu adoperato dal Signore per aprire la porta del Regno di Dio ai non-ebrei, come deduciamo dall’episodio della conversione di Cornelio e della sua famiglia, narrato nei capitoli 10 e 11 degli Atti degli Apostoli ; ma dopo di ciò Dio usò Paolo e molti altri, tutti forniti delle “chiavi” dell’Evangelo per far sì che molti potessero entrare nel Regno di Dio. Sebbene Pietro sia stato una figura eminente tra gli Apostoli, non ne fu mai il capo riconosciuto – tra l’altro, fa fede di questo specialmente un passo degli Atti degli Apostoli 8:14, dove leggiamo: “Ora gli Apostoli che erano a Gerusalemme, avendo inteso che la Samaria aveva ricevuto la Parola di Dio, vi mandarono Pietro e Giovanni”. Si noti qui che il testo non dice che Pietro, quale capo degli Apostoli e della Chiesa, mandò Giovanni, ma che gli Apostoli, nel loro insieme, decisero di mandare in Samaria Pietro e Giovanni.
Inoltre, sempre negli Atti degli Apostoli, capitolo 11, Pietro fu chiamato dagli altri Apostoli a rendere ragione del fatto che aveva mangiato assieme ad un incirconciso. Pietro, allora, non si appellò ad una sua presunta autorità personale su tutta la Chiesa per giustificare il suo atteggiamento, ma, come un qualsiasi altro Apostolo trovatosi in una circostanza simile, spiegò loro che la sua iniziativa era stata presa in seguito ad un chiaro intervento del Signore (Atti 10).
Quanto al senso di Matteo 16:19, “Io ti darò le chiavi del Regno dei Cieli; e tutto ciò che avrai legato sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che avrai sciolto sulla terra sarà sciolto nei cieli “, bisogna tener conto soprattutto della terminologia rabbinica qui usata. Difatti i termini greci deô (legare) e luô (sciogliere) corrispondono rispettivamente ai termini aramaici asàr e shera’, che si riferiscono alla facoltà che avevano le autorità religiose giudaiche di dichiarare proibite o lecite determinate cose. Inoltre tale facoltà comprendeva la “scomunica”, cioè il potere di allontanare dalla sinagoga chi era ritenuto indegno ( come, ad esempio, in Gv.9:22) e riammetterlo, se si pentiva sinceramente (si veda Strack-Billerbeck, Kommentar zum neuen Testament aus Talmud und Midrasch, Munchen, ed. 1982, vol. I, pp.738 ss.).
In Matteo 16:19 la facoltà di “legare e sciogliere” sembra dunque essere una precisazione del potere delle “chiavi del regno dei cieli”: chi possiede queste “chiavi”, può anche “legare e sciogliere”.
C’è inoltre da considerare che il potere dato a Pietro secondo questo passo, è dato da Gesù anche agli altri discepoli secondo Matteo 18:18. Da ciò si può dedurre che la detenzione della “chiavi” non comporta uno speciale potere concesso soltanto a Pietro, in quanto tale potere si identifica con quello di “legare e sciogliere”, concesso anche agli altri discepoli – ” Io vi dico in verità che tutte le cose che legherete sulla terra, saranno legate nel cielo; e tutte le cose che scioglierete sulla terra, saranno sciolte nel cielo “. Queste parole seguono immediatamente le disposizioni del Signore concernenti la disciplina da praticare nella Chiesa:
“Se tuo fratello ha peccato contro di te, va e convincilo fra te e lui solo. Se ti ascolta, avrai guadagnato tuo fratello; ma se non ti ascolta, prendi con te ancora una o due persone, affinché ogni parola sia confermata per bocca di due o tre testimoni. Se rifiuta d’ascoltarli, dillo alla chiesa; e se rifiuta d’ascoltare anche la chiesa, sia per te come il pagano e il pubblicano. Io vi dico in verità che tutte le cose che legherete sulla terra, saranno legate nel cielo; e tutte le cose che scioglierete sulla terra, saranno sciolte nel cielo” (Mt.18:15-18).
Queste ultime parole non possono logicamente essere legate a quelle che seguono nei versetti 19 e 20 e che riguardano la preghiera comunitaria – esse seguono logicamente ciò che è stato affermato dal versetto 15 al versetto 17.
Tenendo quindi conto di tutto il contesto del Nuovo Testamento, possiamo dire che i discepoli del Signore, per quanto riguarda l’evangelizzazione, con l’annunzio dell’Evangelo “legano” cioè dichiarano che una determinata persona è ancora legata dal peccato e dall’ignoranza, se non ha accettato l’Evangelo, credendo in Gesù quale Signore e Salvatore, e quindi “chiudono” il Regno di Dio ad una tale persona; oppure “sciolgono”, cioè dichiarano che una persona è libera dal peccato ed è figlio o figlia di Dio, perché ha creduto in Gesù quale Signore e Salvatore, dopo essersi sinceramente pentito dei propri peccati – in tal caso, i Cristiani che evangelizzano, “aprono” il Regno di Dio. Inoltre, come già ho affermato, il potere di “legare e sciogliere” comporta anche la facoltà di una chiesa locale di esercitare la disciplina nei confronti dei suoi membri indegni e che hanno commesso un peccato pubblico. La chiesa, mediante il presbiterio o insieme degli Anziani , può mettere un suo membro “fuori comunione”, non ammettendolo alla Cena del Signore finché non si sia sinceramente pentito del mal fatto, e quindi può essere riammesso (si veda 1Co.5:1-5 ; 2Co.2:5-11). Quando i Cristiani esercitano tali funzioni secondo la volontà di Dio, ogni loro decisione o dichiarazione è avallata da Lui stesso.
Pietro quindi, strettamente parlando, non ebbe nessun potere particolare, ma in base alla sua dichiarazione di fede che per primo formulò chiaramente sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, ebbe solo il privilegio di essere il primo ad esercitare tale potere in varie occasioni come, ad esempio, con il suo discorso nel giorno di Pentecoste, quando si convertirono migliaia di persone, e con la sua missione presso il centurione Cornelio, fatto questo che costituì il primo passo verso l’ammissione di non-ebrei nella Chiesa.
Questi testi, infine devono essere considerati alla luce di Giovanni 20: 21-23, “Allora Gesù disse loro di nuovo: Pace a voi! Come il Padre mi ha mandato, anch’io mando voi. Detto questo, soffiò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo. A chi perdonerete i peccati, saranno perdonati; e chi li riterrete, saranno ritenuti”. Questo non può significare altro – lo ripeto – che i Cristiani possono dichiarare che una persona è stata liberata dai propri peccati, se crede in Gesù Signore e Salvatore e si è pentito sinceramente di tali peccati, o che rimane in stato di peccato se rifiuta di credere. Gesù infatti si riferisce all’evangelizzazione che Egli affida ai Suoi discepoli.
Da tutto ciò segue che la tradizionale interpretazione cattolica del passo in questione è errata, perché è condizionata dalla dottrina cattolica sul Papato, affermatasi non per obbedienza alla Parola di Dio, ma per un lungo e complesso processo storico, che qui sarebbe difficile anche riassumere, considerando i limiti di questa monografia.
Tuttavia è molto interessante, a questo punto, conoscere il pensiero di alcuni scrittori cristiani dei primi cinque secoli su tale questione: ci troviamo di fronte ad una “tradizione”, che di solito è in contrasto con l’attuale dottrina cattolica sul Papato.
Facciamo qui solo qualche esempio. Ho già fatto riferimento allo storico Eusebio di Cesarea, contemporaneo dell’imperatore Costantino: Eusebio, a metà del IV secolo non sa nulla di un primato del vescovo di Roma o Papa, e tanto meno di una sua infallibilità personale. Ma andiamo a qualche secolo prima, ad Origene, famoso e controverso dottore e scrittore, che visse tra il II e il III secolo. Ecco che cosa scriveva sul celebre passo di Matteo 16:18 ss.:
“Se anche noi abbiamo detto come Pietro, ‘Tu sei il Cristo, il Figlio dell’Iddio vivente’, senza che questo ci sia stato rivelato dalla carne e dal sangue, ma dalla luce proveniente dal Padre Celeste e che è brillata nel nostro cuore, noi diveniamo Pietro, e quindi anche a noi potrebbe essere detto dalla Parola, ‘Tu sei Pietro, ecc.’. Infatti è una pietra o roccia ogni discepolo di Cristo, dal quale bevvero quelli che bevvero dalla roccia spirituale che li seguiva, e su ognuna di tali rocce è fondata ogni parola della Chiesa… Ma se supponi che soltanto su Pietro sia costruita tutta la Chiesa di Dio, che diresti di Giovanni, il figlio del tuono, e di ognuno degli Apostoli ?… Le chiavi del Regno dei Cieli sono state date solo a Pietro ?… Se dunque la promessa ‘ Io ti darò le chiavi del regno dei Cieli ‘ è stata fatta anche agli altri, non è dunque possibile che tutto ciò che è stato detto prima a Pietro sia stato detto anche a loro ?… Chi imita Cristo, riceve il soprannome di ‘Pietro’ (si veda Origene, Commentario su Matteo, par. 10-11).
Anche secondo Tertulliano, vissuto anche lui tra il II e il III secolo, “Pietro” è un nome simbolico dato a Simone, in quanto l’Apostolo doveva rappresentare il credente in Cristo, che basa la sua vita esclusivamente su Cristo, la Pietra o Roccia per eccellenza. “Muta anche a Pietro il nome”, scriveva Tertulliano, “da quello di Simone, che aveva, poiché anche il Creatore aveva rifatto i nomi di Abramo, di Sara e di Osea … Ma perché l’ha chiamato Pietro? Se fu per il vigore della fede, molte materie e solide, avrebbero potuto dargli un nome dalla loro sostanza. O non forse perché Cristo è Pietra e Sasso ? Se è vero che leggiamo che Egli è stato posto come Sasso di inciampo e Pietra dello scandalo… Pertanto cercò di comunicare in modo tutto particolare al più caro dei Suoi discepoli il suo nome, per mezzo delle sue allegorie” (Tertulliano, Contro Marcione IV,13,6; in Opere scelte, ed. UTET, Torino 1974, p. 501).
Il celebre scrittore poi precisa il suo pensiero così, commentando proprio Matteo 16:18 ss. :
” ‘Su di te – Egli dice – edificherò la mia chiesa’ , e ‘ti darò le chiavi’, e ‘tutto ciò che scioglierai o legherai ‘… La Chiesa dunque è stata eretta su Pietro stesso, cioè mediante lo stesso Pietro; Pietro stesso usò la chiave – ma quale chiave? Ecco quale chiave: ‘Uomini d’Israele, ascoltate queste parole! Gesù il Nazareno, Uomo che Dio ha accreditato fra di voi…’, ecc. (At.2:22). Pietro stesso, dunque, fu il primo, mediante il battesimo di Cristo, a spalancare la porta del Regno dei Cieli, in cui sono ‘sciolti’ i peccati che erano una volta ‘legati’, e quelli che non sono stati ‘sciolti’ sono ‘legati’ nei confronti della vera salvezza” (Tertulliano, De Pudicitia o Sulla Modestia 21).
Tertulliano, dunque, pur ritenendo che Cristo abbia costruito la Sua Chiesa su Pietro, vide nell’Apostolo solo colui che ebbe il privilegio, per primo, di essere lo strumento della conversione dei primi pagani. In altri termini, non vide nelle famose “chiavi” un potere assoluto conferito da Cristo a Pietro e ai suoi successori sulla Chiesa.
Tutta particolare, sempre a tal riguardo, è la posizione di Cipriano, vescovo di Cartagine – siamo così in pieno III secolo. Egli si inserisce nella schiera degli scrittori cristiani dei primi secoli, occupando un posto di notevole rilievo. E’ noto soprattutto per la sua opera “Sull’unità della Chiesa”. Abbiamo in questo trattato la prima “teologia della Chiesa”, formulata evidentemente sotto l’incalzare delle eresie che tendevano a minare l’unione dei Cristiani. Si spiegano quindi le espressioni drastiche di Cipriano come quella rimasta famosa: “Habere non potest Deum patrem qui Ecclesiam non habet matrem”, cioè “Non può avere Dio per Padre chi non ha la Chiesa per madre”. Ma che cosa Cipriano intendeva per Chiesa? E’ senz’altro il “Corpo di Cristo”, l’insieme di tutti i credenti in Gesù Signore e Salvatore. Secondo lui, non vi possono essere più “Chiese cristiane”, nel senso di chiese separate l’una dall’altra, con dottrine proprie e con una propria organizzazione indipendente, per non parlare ovviamente di “chiese eretiche”. “Una è la Chiesa – afferma Cipriano – mentre si estende al largo abbracciando una grande moltitudine per la sua crescente fecondità. E’ come il sole, che ha molti raggi, ma una sola è la sorgente luminosa” (Cipriano, L’unità della Chiesa, 5 – 6; ed. Città Nuova, Roma 1967, pp. 83, 85).
Garanti e pilastri di questa unità sono, a suo avviso, i Vescovi o capi delle comunità locali:
“E’ proprio questa unità che dobbiamo conservare fermamente e difendere soprattutto noi vescovi, che stiamo a capo della Chiesa, e ciò affinché possiamo provare che anche l’episcopato è uno e indiviso” (ibidem).
Cipriano prova che “l’episcopato è uno ed indiviso” appoggiandosi su una sua interpretazione, estremamente interessante, del famoso testo di Matteo 16:18-19.
La difficoltà fondamentale dell’interpretazione del famoso passo da parte di Cipriano è che essa ci è pervenuta in due differenti edizioni che, a detta di alcuni esperti, potrebbero benissimo essere dovute entrambe all’autore di tutta l’opera. Eccole:
Prima edizione: “Sopra uno solo ha edificato la Chiesa. E benchè a tutti gli Apostoli dopo la Sua risurrezione abbia conferito la stessa potestà, dicendo: ‘Come il Padre ha mandato me, anche Io mando voi. Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati vi saranno rimessi; a chi li riterrete vi saranno ritenuti’, tuttavia, perché si manifestasse l’unità dispose con la Sua autorità che l’origine della stessa unità derivasse da uno solo. Anche gli altri Apostoli erano certamente ciò che era Pietro, insigniti con eguale partecipazione di onore e di potestà; ma l’inizio viene dall’unità, affinché la Chiesa di Cristo si mostri una. Chi non conserverà questa unità della Chiesa, crederà forse di conservare la fede? Chi si oppone e resiste alla Chiesa, penserà di essere nella Chiesa?” (Poi cita Ef.4:4-6).
Seconda edizione: “E dopo la risurrezione gli dice: ‘Pasci le mie pecore’. Sopra uno solo edifica la Chiesa e a lui comanda di pascere le sue pecore. E benché dia a tutti gli Apostoli una eguale potestà, tuttavia costituisce una sola cattedra e stabilisce con l’autorità della Sua Parola l’origine dell’unità. Anche gli altri Apostoli erano certamente ciò che era Pietro, ma il primato fu dato a Pietro, sicché si mostrasse una la Chiesa e una la cattedra. E tutti sono pastori, ma ne risulta un sol gregge, poiché tutti gli Apostoli lo pascolano con unanime accordo. Chi non conserverà questa unità, raccomandata anche da Paolo, crederà forse di conservare la fede? Chi abbandonerà la cattedra di Pietro sulla quale è fondata la Chiesa, penserà di essere ancora nella Chiesa? ” (L’unità della Chiesa 4, ed. cit. pp. 80-81).
Come è chiaro, la prima edizione è poco “pietrina”, mentre l’altra sembra addirittura affermare un primato universale di Pietro e dei suoi successori. Resta però il fatto che pure nel testo “pietrino” non è evidente che Cipriano avesse già delineato una chiara dottrina sul Papato. Nella sua interpretazione, infatti, la ragione per cui fu dato a Pietro il primato è che l’Apostolo doveva essere simbolo dell’unità che doveva regnare nella Chiesa cristiana. Particolarmente non risulta affatto che Cipriano ammettesse l’esistenza di “successori di Pietro”, in questa sua particolare funzione simbolica.
La Chiesa locale, governata dal vescovo o pastore e dal collegio degli anziani (presbiteri) godeva quindi di ampia libertà disciplinare e organizzativa. Significativa è, in questo caso, la famosa controversia sul battesimo degli eretici.
Attorno alla metà del III secolo si pose il problema della validità del battesimo conferito da eretici: coloro che provenivano da un’eresia e si convertivano, dovevano essere ribattezzati ? Cipriano, vescovo di Cartagine, assieme ai vescovi africani, non ha alcun dubbio in merito:
“Se la Chiesa, poiché è una ed indivisibile, non ha posto tra gli eretici; se presso di essi non si trova lo Spirito Santo, poiché è uno e non può essere presso gente profana e di fuori, evidentemente neppure il battesimo, che posa sulla medesima unità, può stare presso gli eretici, per la ragione che non può sussistere distaccato dalla Chiesa e dallo Spirito Santo… Qual pretesa è mai questa di sostenere polemicamente che si possa ben essere figli di Dio, senza essere nati nella Chiesa? E’ nel battesimo, infatti, che l’uomo vecchio muore e nasce di nuovo: ne fornisce chiara testimonianza l’Apostolo: ‘Ci ha salvati mediante un lavacro di rigenerazione’ ( Tito 3:5 )” (Epistola 74,4, 2 ; 74, 6,1 ; in “Le Lettere”, ed. Paoline 1979, pp. 483,484).
Un consiglio di vescovi riunitosi a Cartagine nel 255 confermò la posizione di Cipriano.
Tuttavia Stefano, vescovo di Roma, pensava il contrario e non intendeva cambiare idea: “Ci si attenga alla tradizione! Se degli eretici vengono a voi, si impongano loro le mani per accoglierli in penitenza” ( parole di Stefano riportate da Cipriano nell’Epistola 74, 1,2 ; ed. cit. p. 479). Egli minacciò perfino di considerare fuori della comunione fraterna chi avesse agito diversamente.
Cipriano però fu anch’egli irremovibile, non riconoscendo a Stefano l’autorità di imporre le sue idee ad altri. Riferendosi quindi all’atteggiamento del vescovo di Roma, egli domanda a se stesso:
“Se è così che a Dio si rende onore; se così sono rispettate il timor di Dio e la disciplina dai suoi adoratori e dai vescovi, abbassiamo le armi, porgiamo le mani alle catene, cediamo al Diavolo la legge dell’Evangelo, l’ordinamento tracciato dal Cristo, la maestà stessa di Dio. Sciogliamo il giuramento della divina milizia, ammainiamo le bandiere dell’accampamento celeste. Si pieghi la Chiesa e s’arrenda all’eresia, la luce alla tenebra, all’empietà la fede, la speranza alla sfiducia, il vero all’errore, l’immortalità alla morte; di fronte all’odio capitoli la carità, alla menzogna la veracità, il Cristo all’Anticristo” (Lettera 74, 8, 3; ed. cit. p.487).
Certo, queste non sono parole da rivolgersi, seppur indirettamente, al vescovo di Roma, ad uno dei primi “Papi”…
Cipriano in realtà non riconosceva al vescovo di Roma un’autorità suprema su tutta la Chiesa; infatti si appellò piuttosto alla Scrittura, negando la validità della tradizione invocata da Stefano:
“Ma questa tradizione da dove proviene? Deriva forse dall’autorità del Signore e dell’Evangelo? Da una disposizione degli Apostoli o dalle Lettere loro?… Ora, se nell’Evangelo – o almeno nelle Lettere degli Apostoli negli Atti – troviamo l’ingiunzione di non battezzare ‘quelli che provengono dall’eresia, di qualsiasi sorta essa possa essere’, ma di ‘imporre loro le mani soltanto, per riceverli a penitenza’, allora questa tradizione, santa e divina, sia rispettata. Se, al contrario, dapperttutto nessun altro nome è riservato agli eretici che non sia quello di avversari e di anticristi; se vengono segnati come uomini da schivare, ‘gente ormai fuori strada e che si condanna da se stessa’ ( Tito 3:11 ), quale stravaganza è mai quella di non considerare meritevole di condanna persone che chiaramente, come conferma l’Apostolo, si condannano da se stessi! ” ( Lettera 74, 2, 2-3 ; ed. cit. pp. 480,481 ).
Ecco dunque che il vescovo di Cartagine proclama la netta superiorità della Scrittura al di sopra della tradizione – anzi la Scrittura deve essere l’unico punto assoluto di riferimento in questioni riguardanti la fede e la morale – anche se lo stesso Cipriano, come vedremo in seguito, non sempre sia stato coerente con questa sua posizione.
Ancor più complessa è la posizione di Agostino, vescovo di Ippona ( 354-430 d.C. ) e considerato “santo” dai Cattolici. In un primo tempo egli aveva ritenuto che la Chiesa fosse stata fondata da Cristo su Pietro come persona, ma in seguito cambiò idea. Difatti nelle “Ritrattazioni”, un’opera in cui fa una revisione delle sue opinioni teologiche, afferma esplicitamente:
“In un passo di questo libro (il suo commentario al Vangelo di Mt.) dissi dell’Apostolo Pietro: ‘Su di lui come su una roccia, fu edificata la Chiesa’. So però che in seguito spesso così ho spiegato ciò che disse il Signore: ‘Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa’ – questo deve essere inteso nel senso che Egli avrebbe costruito la Chiesa su ciò che Pietro aveva confessato dicendo, ‘Tu sei il Cristo, il Figlio dell’Iddio vivente’ . Quindi Pietro, così chiamato da questa roccia, ha ricevuto le chiavi del Regno dei Cieli. Infatti fu detto a lui ‘Tu sei Pietro’ e non ‘Tu sei la Roccia’. Ma ‘la roccia era Cristo’, confessando il quale, come fa tutta la Chiesa, Simone fu chiamato Pietro” (Agostino, Ritrattazioni, 20, 1).
Altrove così il vescovo di Ippona precisa ancor più il suo pensiero: Il nome di Pietro gli fu dato dal Signore, perché doveva simboleggiare la Chiesa. Infatti se Cristo è la Roccia (Petra), Pietro è il popolo cristiano…
“Pietro dunque è così chiamato dalla Roccia, non la Roccia da Pietro, proprio come Cristo non è chiamato Cristo da cristiano, ma il cristiano da Cristo. ‘Quindi’, Egli dice, ‘Tu sei Pietro e su questa pietra’, che hai confessato, su questa pietra che tu hai riconosciuto dicendo, ‘Tu sei il Cristo, il Figlio dell’Iddio vivente, Io edificherò la mia Chiesa’, cioè su Me stesso, il Figlio dell’Iddio vivente, ‘costruirò la mia Chiesa’. Costruirò te su Me, non Me su te. Uomini desiderosi di costruire sugli uomini dicono: ‘Io sono di Paolo, io di Apollo, ed io di Pietro’. Ma altri, che non volevano essere edificati su Pietro, ma volevano esserlo sulla Roccia, dicevano: Io sono di Cristo” (Sermone XXVI, 1-4).
Indubbiamente Agostino esaltò, forse fin troppo, il ruolo di Pietro nella Chiesa del primo secolo, ma nelle sue opere non c’è traccia del Papato, nel senso che mai l’illustre teologo sostenne che il vescovo di Roma fosse l’infallibile capo della Chiesa universale.
(Nota: quando non è indicato altrimenti, le citazioni “patristiche” sono tratte da William Webster, Peter the Rock, ed. Christian Resources Inc., Battle Ground, Wa, U.S.A. 1996 – è un’importante antologia di testi riguardanti l’esegesi di Mt.16:18 ss.).
Si vedano anche:
• Pietro, la pietra su cui Cristo ha fondato la Sua Chiesa?
• L’esperienza di G.B. Treccani, nipote di papa Paolo VI
Il cattolicesimo
La dottrina cattolica vede Gesù Cristo come fondatore di una società visibile, la Chiesa. A capo di Essa, troviamo Pietro, i cui successori, i papi, ereditano le sue prerogative e il suo primato, fondato sull’insegnamento di Gesú Cristo:
“Tu sei Pietro e su questa pietra costruirò la mia Chiesa, e le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa. Io ti darò le chiavi del regno dei cieli e tutto ciò che tu legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che tu scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”
(Mat., 16, 18- 19).
La chiesa infallibile; ció che la dottrina cattolica vede come “infallibilitá” della Chiesa pontificia, viene riconosciuta dal concilio Vaticano I nel 1870. La Chiesa è depositaria e interprete della verità rivelata, espressa nella Sacra Scrittura, cioè nell’Antico e nel Nuovo Testamento, é contenuta secondo la dottrina cattolica anche nella tradizione, vista come autorità uguale a quella della Bibbia, secondo le definizioni del concilio di Trento che si opponeva al protestantesimo che ne aveva negato l’autorità.
I dogmi fondamentali del cattolicesimo sono: il mistero della Trinità, morte e resurrezione di Gesù Cristo Figlio di Dio, quello dell’incarnazione, la trasmissione del peccato originale da Adamo a tutti i suoi discendenti e la Redenzione operata da Cristo fattosi uomo per la salvezza dell’umanità.
I privilegi della Redenzione, sono applicati agli uomini tramite i sacramenti attraverso un simbolo esterno e materiale che conferisce la grazia soprannaturale.
I sacramenti fondati da Gesù Cristo, sono sette: battesimo, cresima, eucaristia, penitenza, unzione degli infermi, ordine, matrimonio.
Coincidono con le differenti fasi della vita soprannaturale. Essi vengono gestiti dalla Chiesa, che nell’opera sacramentale esprimono il suo vero volto di società religiosa di matrice divina, ordinata alla salvezza dei suoi membri. In quest’ottica essa è veramente corpo agnostico di Cristo, suo “strascico” nel tempo e nello spazio.
Tutto ció si esprime completamente con il sacrificio eucaristico, chiamato Messa dal V sec., con la ripetizione dell’ultima cena, dove Gesú predige il proprio sacrificio. In base alle sue parole, pronunciate in seguito dai sacerdoti durante la “Santa Messa”, il pane e il vino si tramutano secondo la dottrina cattolica, nel suo corpo e nel suo sangue. (la Transustanziazione).
Lo sforzo, spesso faticoso e difficile, fatto dalla Chiesa cattolica per essere veramente tale, cioè universale in senso proprio, è sembrato accentuarsi e culminare nel concilio Vaticano II: esso ha in un certo senso chiuso l’età delle dilacerazioni, che hanno geograficamente limitato il cattolicesimo (Scisma d’Oriente dell’ XI sec., protestantesimo nel XVI sec.), e della lotta con le altre confessioni cristiane, riproponendo in termini rinnovati il problema, assillante per ogni cristiano, dell’unità della Chiesa, primo necessario passo verso il compimento del voto di Cristo, che non vi sia più che “un solo gregge e un solo pastore”
IL PAPA
Titolo attribuito al vescovo di Roma e capo della Chiesa cattolica. Il titolo deriva dal greco páppas (termine infantile per designare il padre), e fu usato dapprima in oriente per i vescovi. Seppur sin dalla fine del sec. I la sede romana gode di grande prestigio, la dottrina del primato papale si affermò per gradi (la prima formulazione teorica risale a Leone I, 440-446), sia in rapporto a situazioni storico-politiche (lotta contro le interferenze di Bisanzio, creazione del Sacro romano impero), sia per l’influsso del diritto romano e della figura dell’imperatore.
La cattività avignonese (1305 – 1378) e poi lo scisma d’Occidente (1378 – 1417) con la contemporanea presenza di tre papi e con l’affermazione della teoria conciliaristica, secondo cui il concilio ecumenico costituisce l’organo supremo della Chiesa, indeboliscono il prestigio del papato.
Il concilio di Trento, convocato da Paolo III Farnese, che pur non definisce il primato di giurisdizione e l’infallibilità del papa, ne riconosce implicitamente la funzione preminente sui vescovi. Il concilio Vaticano I (1868-1870), proclama solennemente l’infallibilità del papa e il suo primato di giurisdizione. Il concilio Vaticano II ha collocato l’esercizio del primato papale all’interno della collegialità episcopale.
Nei primi secoli il papa era scelto dal clero e dal popolo romano, ma per evitare le interferenze del potere politico, Niccolò II nel 1059 attribuì l’elezione ai cardinali. Alessandro III stabilì che per l’elezione occorresse la maggioranza di due terzi più un voto; Paolo VI ha escluso dall’elettorato attivo i cardinali che hanno superato gli ottant’anni. L’elezione attribuisce immediatamente i pieni poteri.
La dignità di papa, cioè di successore di Pietro nel governo della diocesi di Roma e della Chiesa universale, come vicario di Cristo in Terra, deriva alla persona del prescelto dalla nomina: ma il contenuto della carica gli viene direttamente da Dio. Al papa competono anche le qualifiche di metropolita del Lazio, primate d’Italia e patriarca dell’Occidente.
Cronologia dei Papi
1. > S. Pietro (64 o 67) – di Betsaida in Galilea, principe degli apostoli, ricevè da Gesù Cristo la suprema Pontificia potestà da trasmettesi ai suoi successori. Risiedè prima circa tre anni in Gerusalemme, di poi sette anni in Antiochia, quindi in Roma (anno 42) ove subì il martirio nell’anno 67 dell’era volgare
2. > S. Lino (67-76) – di Volterra; Martire
3. > S. Cleto (76 – 88) – Romano; Martire
4. > S. Clemente I (88 – 97) – Romano; Martire
5. > S. Evaristo (97 – 105) – di Betlem; Martire
6. > S. Alessandro I (105 – 115) – Romano; Martire
7. > S. Sisto I (115 – 125) – Romano della gente Elvidia; Martire
8. > S. Telesforo (125 – 136) – della Magna Grecia; Martire
9. > S. Igino (136 – 140) – Greco; Martire
10. > S. Pio I (140 – 155) – d’Aquileia; Martire
11. > S. Aniceto (155 – 166) – d’Osimo in Siria; Martire
12. > S. Sotero (166 – 175) – della Campania; Martire
13. > S. Eleuterio (175 – 189) – di Nicopoli nell’Epiro; Martire
14. > S. Vittore I (189 – 199) – Africano; Martire
15. > S. Zefirino (199 – 217) – Romano; Martire
16. > S. Calisto I (217 – 222) – Romano; della gente Domizia; Martire
17. > S. Urbano I (222 – 230) – Romano; Martire
18. > S. Ponziano (230 – 235) – Romano della gente Calpurnia; Martire
19. > S. Antero (235 – 236) – della Magna Grecia; Martire
20. > S. Fabiano (236- 250) – Romano; Martire
21. > S. Cornelio (251 – 253) – Romano; Martire
22. > S. Lucio I (253 – 254) – Romano; Martire
23. > S. Stefano I (254 – 257) – Romano della gente Giulia; Martire
24. > S. Sisto II (257 – 258) – d’Atene; Martire
25. > S. Dionisio (o Dionigi) (259 – 268) – della Magna Grecia; Martire
26. > S. Felice I (269 – 274) – Romano; Martire
27. > S. Eutichiano (275 – 283) – di Luni; Martire
28. > S. Caio (283 – 296) – di Solona in Dalmazia; Martire
29. > S. Marcellino (296 – 304) – Romano; Martire
30. > S. Marcello I (308 – 3099 – Romano; Martire
31. > S. Eusebio (309 o 310) – della Grecia
32. > S. Melchiade (o Milziade) (311 – 314) – Africano
33. > S. Silvestro I (314 – 335) – Romano
34. > S. Marco (336) – Romano
35. > S. Giulio I (337 – 352) – Romano
36. > S. Liberio (352 – 366) – Romano; della gente Savella
37. > S. Damaso I (366 – 384) – Spagnolo
38. > S. Siricio (384 – 399) – Romano
39. > S. Anastasio I (399 – 401) – Romano; dei Massimi
40. > S. Innocenzo I (401 – 417) – di Alba
41. > S. Zosimo (417 – 418) – di Mesarca in Grecia
42. > S. Bonifacio I (418 – 422) – Romano
43. > S. Celestino I (422 – 432) – Romano
44. > S. Sisto III (432 – 440) – Romano
45. > S. Leone I, il Grande (440 – 461) – Toscano
46. > S. Ilario (461 – 468 )- di Cagliari
47. > S. Simplicio (468 – 483) – di Tivoli
48. > S. Felice III (o II) (483 – 492) – Romano della gente Anicia
49. > S. Gelasio I ( 492 – 496) – Africano
50. > S. Anastasio II (496 – 498) – Romano
51. > S. Simmaco (498 – 514) – Romano
52. > S. Ormisda (514 – 523) – di Frosinone
53. > S. Giovanni I (523 – 526) – Toscano; Martire
54. > S. Felice IV (o III) (526 – 530) – Sannita
55. > S. Bonifacio II (530 532) – Romano
56. > S. Giovanni II (533 – 535) – Romano de’ Mercuri
57. > S. Agapito I (535 – 536) – Romano
58. > S. Silverio (536 537) – della Campania; Martire
59. > Vigilio (537 – 555) – Romano
60. > S. Pelagio I ( 556 – 561) – Romano; dei Vicariani
61. > S. Giovanni III (561 – 574) – Romano
62. > S. Benedetto I (575 – 579) – Romano
63. > Pelagio II (579 – 590) – Romano
64. > S. Gregorio I, il Grande ( 590 – 604) – Romano; della gente Anicia
65. > Sabiniano (604 – 606) – di Volterra
66. > Bonifacio III (607) Romano; dei Catadioci
67. > S. Bonifacio IV (608 – 615) di Valderia; dei Marsi
68. > S. Adeodato I (615 – 618) – Romano
69. > Bonifacio V (619 – 625) – di Napoli; dei Fummini
70. > Onorio I (625 – 638) – della Campania
71. > Severino (640) – Romano
72. > Giovanni IV (640 – 642) di Zara in Dalmazia
73. > Teodoro I (642 – 649) – di Gerusalemme
74. > S. Martino I (649 – 655) – di Todi; Martire
75. > S. Eugenio I (654 – 657) Romano
76. > S. Vitaliano (657 – 672) – di Segni
77. > Adeodato II (672 – 676) – Romano
78. > Dono I (676 – 678) – Romano
79. > S. Agatone (678 – 681) – di Palermo
80. > S. Leone II (682 – 683) – Siciliano
81. > S. Benedetto II (684 – 685) – Romano
82. > Giovanni V (685 – 686) – Antiocheno
83. > Conone (686 – 687) – della Tracia
84. > S. Sergio I (687 – 701) – Antiocheno, nato in Palermo
85. > Giovanni VI (701 – 705) – Greco
86. > Giovanni VII (705 – 707)- di Rossano (Magna Grecia)
87. > Sisinnio (708) – Siro
88. > Costantino I (708 – 715) – Siro
89. > S. Gregorio II (715 – 731) – Romano; dei Savelli
90. > S. Gregorio III (731 – 741)- Siro
91. > S. Zaccaria (741 – 751- di Severino (Magna Grecia)
92. > Stefano II (752)- Romano
93. > Stefano III (752 – 757) di Reggio (Magna Grecia)
94. > Paolo I (757 – 767)
95. > Adriano I (772 – 795) – Romano; dei Colonna
96. > S. Leone III (795 – 816) – Romano
97. > Stefano IV (816 – 817) – Romano
98. > S. Pasquale I (817 – 824) – Romano; dei Massimi
99. > Eugenio II (824 – 827) – Romano
100. > Valentino I (827) Romano; dei Leonzi
101. > Gregorio IV (827 – 844) – Romano
102. > Sergio II (844 – 847) – Romano
103. > S. Leone IV (847 – 855) Romano
104. > Benedetto III (855 – 858) Romano
105. > S. Niccolò I (858 – 867) – Romano
106. > Adriano II (867 – 872) – Romano
107. > Giovanni VIII (872 – 882) – Romano
108. > Marino I (o Marino II) (882 – 884) – di Gallese
109. > Adriano III (884 – 885) – Romano
110. > Stefano V (885 – 891) – Romano
111. > Formoso (898 – 896) – d’Ostia
112. > Bonifacio VI (896)- Romano
113. > Stefano VI (896) – 897 – Romano
114. > Romano (897) – di Gallese
115. > Teodoro II (897) – Romano
116. > Giovanni IX (898 – 900) di Tivoli
117. > Benedetto IV (900 – 903) – Romano
118. > Leone V (903) del Lazio
119. > Cristoforo (903 – 904) – Romano
120. > Sergio III (904 – 911) – Romano
121. > Anastasio III (911 – 913) Romano
122. > Landone (913 – 914) – Sabino
123. > Giovanni X (914 – 928) – di Ravenna
124. > Leone VI (928) – Romano
125. > Stefano VII (928 – 931) – Romano
126. > Giovanni XI (931 – 935) – Romano; dei Conti Tusculani
127. > Leone VII (936 – 939) Romano
128. > Stefano VIII (939 – 942) – Romano o Tedesco ?
129. > Marino II (o Martino III) (942 – 946) – Romano
130. > Agapito II (946 – 955) – Romano
131. > Giovanni XII (955 -964) Romano
132. > Leone VIII (963 – 965)
133. > Benedetto V (964 – 966) – Romano
134. > Giovanni XIII (965 – 972) – Romano
135. > Benedetto VI (973 – 974) – Romano
136. > Benedetto VII (974 -983) – Romano; dei Conti Tusculani
137. > Giovanni XIV (983 – 984) – di Pavia
138. > Giovanni XV o XVI (985 – 996) – Romano
139. > Gregorio V (996 – 999) – Tedesco; Brunone di Carinzia
140. > Silvestro II (999 – 1003) – Francese; dei Cesi; Gerberto di Aurillac
141. > Giovanni XVII (1003) – Romano; Secco
142. > Giovanni XVIII (1004 – 1009) – Romano; Giovanni Fasan
143. > Sergio IV (1009 – 1012) Romano; Piero, detto «boccadiporco»
144. > Benedetto VIII (1012 – 1024) – Romano; Teofilatto dei Conti di Tuscolo
145. > Giovanni XIX (1024 – 1032) Romano; dei Conti Tusculani
146. > Benedetto IX (1° volta) (1032 – 1044) – Romano; Teofilatto dei Conti di Tuscolo
147. > Silvestro III (1045)
148. > Benedetto IX (2° volta) (1045
149. > Gregorio VI (1045 – 1046) – Romano; Giovanni Graziano Pierleoni (abdicò)
150. > Clemente II (1046 – 1047) – Sutgero dei Conti di Morsleben e Hornburg
151. > Benedetto IX (3° volta) (1047 – 1048)
152. > Damaso II (1048) – di Baviera; dei Baragneri
153. > S. Leone IX (1049 – 1054) – Tedesco; dei Conti di Egesheim
154. > Vittore II (1055 – 1057) – di Svevia; dei Conti di Kiev
155. > Stefano IX (1057 – 1058)- Tedesco; Federico di Lorena
156. > Niccolò II (1059 – 1061) – Gerardo di Borgogna
157. > Alessandro II (1061 – 1073) – Milanese; Anselmo Da Baggio
158. > S. Gregorio VII (1073 – 1085) – di Savona; Ildedrando di Soana; Aldobrandeschi
159. > Vittore III (1086 – 1087) – Benevento; Epifani
160. > Urbano II (1088 – 1099) – di Reims; dei Signori di Chatillon; Oddone di Lagery
161. > Pasquale II (1099 – 1118)- di Bieda; Ranieri
162. > Gelasio II (1118 – 1119) – di Gaeta; Gaetani
163. > Calisto II (1119 – 1124) – Guido di Borgogna
164. > Onorio II (1124 – 1130) – di Bologna; Lamberto de’Fagnani
165. > Innocenzo II (1130 – 1143) – Romano; Gregorio Papareschi
166. > Celestino II (1143 – 1144) – Guido di Città di Castello
167. > Lucio II (1144 – 1145) – Bolognese; Gerardo Caccianemici dell’Orso
168. > Eugenio III (1145 – 1153) – di Montemagno; Bernardo Paganelli
169. > Anastasio IV (1153 – 1154) – Romano; Corrado della Suburra
170. > Adriano IV (1154 – 1159) – Inglese; Nicholas Breakspeare
171. > Alessandro III (1159 – 1181) – Senese; Orlando Bandinelli
172. > Lucio III (1181 – 1185) – di Lucca; Ubaldo Alluncingoli
173. > Urbano III (1185 – 1187) – di Milano; Uberto Crivelli
174. > Gregorio VIII (1187) – di Benevento; Alberto Del Morra
175. > Clemente III (1187 – 1191) – Romano; Paolo Scolari
176. > Celestino III (1191 – 1198) – Romano; Giacinto Boccardi
177. > Innocenzo III (1198 – 1216) – di Anagni; Lotario dei Conti de’ Marsi e dei Segni
178. > Onorio III (1216 – 1227) – Romano; Cencio Savelli
179. > Gregorio IX (1227 – 1241) – di Anagni; Ugolino dei Conti di Segni
180. > Celestino IV (1241) – di Milano; Goffredo Castiglioni
181. > Innocenzo IV (1243 – 1254) – di Genova; Sinibaldo Fieschi
182. > Alessandro IV (1254 – 1261) – Anagni; Rinaldo dei Conti di Segni
183. > Urbano IV (1261 – 1264) – di Trojes; Giacomo Pantaléon
184. > Clemente IV (1265 – 1268) – de San Gilles Gros; Guy Foulques
185. > B. Gregorio X (1271 – 1276) – di Piacenza; Teobaldo Visconti
186. > B. Innocenzo V (1276) – Savoia; Pietro di Tarantasia
187. > Adriano V (1276) – di Genova; Ottobono Fieschi
188. > Giovanni XXI (1276 – 1277) – di Lisbona; Pietro Juliani (detto Pietro Ispano)
189. > Niccolò III (1277 – 1280) – Romano; Giovanni Gaetano Orsini
190. > Martino IV (1281 – 1285) – Francese; Monpitiò; Simone de Brion
191. > Onorio IV (1285 – 1287) – Romano; Giacomo Savelli
192. > Niccolò IV (1288 – 1292) – di Disciano d’Ascoli; Girolamo Masci
193. > S. Celestino V (1294) – d’Isernia; Angeleri del Marrone
194. > Bonifacio VII (1294 – 1303) – Anagni; Gaetani
195. > B. Benedetto XI (1303 – 1304 )- di Treviso; Boccasini
196. > Clemente V (1305 – 1314) – Francese; trasferì la residenza dei Papi in Avignone
197. > Giovanni XXII (1316 – 1334) – Francese – d’Euse
198. > Benedetto XII (1334 – 1342) – Francese; Fournier
199. > Clemente VI (1342 – 1352) Francese; Roger
200. > Innocenzo VI (1352 – 1362) – Francese; Aubert
201. > B. Urbano V (1362 – 1370) – Francese; Grimoard
202. > Gregorio XI (1370 – 1378) – Francese; Roger – restituì la residenza dei Papi a Roma
203. > Urbano VI (1378 – 1389)- Napolenato; Prignano
204. > Bonifacio IX (1389 – 1404) – Napoletano; Tomacelli
205. > Innocenzo VII (1404 – 1406) – di Sulmona; Migliorati
206. > Gregorio XII (1406 – 1415) – Veneto; Corrado
207. > Alessandro V (1409 – 1410) – di Candia; Filargo
208. > Giovanni XXIII (1410) – Napoletano; Cossa
209. > Martino V (1417 – 1431) – Romano; Colonna
210. > Eugenio IV (1431 – 1447) – Veneto; Condulmer
211. > Niccolò V (1447 – 1455) – di Sarzana; Parentellucci
212. > Calisto III (1455 – 1458) di Spagnuolo; Borgia
213. > Pio II (1458 – 1464) – Senese; Piccolomini
214. > Paolo II (1464 – 1471) Veneto; Barbo
215. > Sisto IV (1471 – 1484) di Savona; Della Rovere
216. > Innocenzo VIII (1484 – 1492) – Genovese; Cibo
217. > Alesandro VI (1492 – 1503) – Spagnuolo; Lenzuoli Borgia
218. > Pio III (1503) Senese; Todeschini Piccolomini
219. > Giulio II (1503 – 1513) – di Savona; Della Rovere
220. > Leone X (1513 – 1521) – Fiorentino; Medici
221. > Adriano VI (1522 – 1523) d’Utrecht Florent
222. > Clemente VII (1523 – 1534) – Fiorentino; Medici
223. > Paolo III (1534 – 1549) Romano; Farnese
224. > Giulio III (1550 – 1555) – di Monte S. Savino; Ciocchi del Monte
225. > Marcello II (1555) – di Montepulciano – Cervini
226. > Paolo IV (1555 – 1559) – Napoletano; Carafa
227. > Pio IV (1559 – 1565) – Milanese; Medici
228. > S. Pio V (1566 – 1572) – nato in Bosco, diocesi d’Alessandria; Ghisleri
229. > Gregorio XIII (1572 – 1585) – Bolognese; Boncompagni
230. > Sisto V (1585 – 1590) – di Grottammare; Peretti
231. > Urbano VII (1590) – Romano; Castagna
232. > Gregorio XIV (1590 – 1591) – Cremonese; Sfrondati
233. > Innocenzo IX (1591) – Bolognese; Facchinetti
234. > Clemente VIII (1592 – 1605) – Fiorentino; Aldobrandini
235. > Leone XI (1605) – Fiorentino – Medici
236. > Paolo V (1605 – 1621) – Romano; Borghese
237. > Gregorio XV (1621 – 1623) – Bolognese; Ludovisi
238. > Urbano VIII ( 1623 – 1644) – Fiorentino; Barberini
239. > Innocenzo X (1644 – 1655) – Romano; Pamphili
240. > Alessandro VII (1655 – 1740) – Senese; Chigi
241. > Clemente IX (1740 – 1669) – di Pistoia; Rospigliosi
242. > Clemente X (1740 – 1676) – Romano; Altieri
243. > Innocenzo XI (1676 – 1689) – di Como; Odescalchi
244. > Alessandro VIII (1689 – 1691) – Veneto; Ottoboni
245. > Innocenzo XII (1691 – 1700) – Napoletano; Pignatelli
246. > Clemente XI (1700 – 1721) – d’Urbino; Albani
247. > Innocenzo XIII (1721 – 1724) – Romano; Conti
248. > Benedetto XIII (1724 – 1730)- Romano; Orsini
249. > Clemente XII (1730 – 1740) – Fiorentino; Corsini
250. > Benedetto XIV (1740 – 1758) – Bolognese; Lambertini
251. > Clemente XIII (1758 – 1769) – Veneto; Rezzonico
252. > Clemente XIV (1769 – 1774) – di San Angelo in Vado; Garganelli
253. > Pio VI (1775 – 1799) – di Cesena; Braschi
254. > Pio VII (1800 – 1823) – di Cesena; Chiaramonti
255. > Leone XII (1823 – 1829) – di Spoleto; Della Genga
256. > Pio VIII (1829 – 1830) – di Cingoli; Castiglioni
257. > Gregorio XIV (1831 – 1846) – di Belluno; Cappellari
258. > Pio IX (1846 – 1878) – di Senigaglia; dei Conti Mastai Ferretti
259. > Leone XIII (1878 – 1903) – di Carpineto; dei Conti Pecci
260. > Pio X (1903 – 1914)- di Riese – Sarto
261. > Benedetto XV (Giacomo dalla Chiesa, Genova) (1914) – (1922)
262. > Pio XI (Achille Rattii, Desio, Milano) – (1922 – 1939)
263. > Pio XII (Eugenio Pacelli, Roma) (1939 – 1958)
264. > B. Giovanni XXIII (Angelo Roncalli, Brusicco di Sotto il Monte, Bergamo) (1958 – 1963)
265. > Paolo VI (Giovan Battista Montini, Concesio, Brescia) (1963 – 1978)
266. > Giovanni Paolo I (Albino Lucianii, Forno di Canale Agordo, Belluno) (1978)
267. > Giovanni Paolo II (Carol Wojtyla, Wadowice, Cracovia, Polonia) (1978 – 2005)
268. > Benedetto XVI (Joseph Ratzinger, Marktl am Inn, Germania)
Controriforma
Controriforma, denominazione data dagli storici protestanti all’azione promossa dalla Chiesa cattolica (secc. XVI-XVII) per combattere la Riforma protestante e le iniziative per realizzare la propria riforma interna, auspicata sin dall’inizio del sec. XVI dal movimento della riforma cattolica. Movimento di conservazione e di rinnovamento nello stesso tempo, ebbe come massima espressione il Concilio di Trento (1545-63), che accentuò l’aspetto gerarchico della chiesa, il centralismo papale, l’uniformità liturgica e disciplinare. Espressione della controriforma furono da un lato il Sant’Uffizio (1542), la congregazione dell’Indice (1571), la riorganizzazione della curia romana (1588), dall’altro la creazione dei seminari, i nuovi ordini religiosi con intenti educativi, principalmente la Compagnia di Gesù, l’attività missionaria. Infatti, mentre i gesuiti, attraverso una fitta rete di collegi, formarono i figli della nobiltà e dell’alta borghesia, destinati a diventare classe dirigente, e soprattutto in Germania fronteggiarono le università protestanti sorte di recente, gli scolopi dello spagnolo Giuseppe Casalanzio istituirono scuole popolari nelle quali la formazione morale e religiosa dei fanciulli poveri si accompagnava con l’apprendimento dei rudimenti del sapere e di un mestiere. Gli ordini religiosi (in particolare i francescani, i gesuiti, gli oblati da Sant’Ambrogio, i lazzaristi) svolsero anche una vasta azione evangelizzatrice tra il popolo delle campagne attraverso le missioni popolari. (Fonte:http://www.piemontesacro.it)
L’invenzione della Chiesa – 1/6 – mai trasmesso in Italia
Fonte:Sorayaluna72
Amsterdam 400
Fonte:ucebi
Il Cammino della Chiesa Battista
La chiesa battista è uno dei molti rami che sono nati dalla Riforma protestante, iniziata intorno al 1500 dal teologo tedesco Martin Lutero. Dalle idee di Lutero è nato con il passare dei secoli un grande numero di movimenti religiosi tra loro anche molto distanti nelle regole di vita e nel modo di intendere il rapporto con Dio. I Battisti, in quanto appartenenti al mondo delle chiese protestanti (o Riformate, come si definiscono) condividono con queste alcuni principi di fondo, ma si distanziano dagli altri per il modo radicale di intendere questi principi.
Profilo dottrinale
Il primo principio afferma l’autorità assoluta della Bibbia. Per i Battisti la Bibbia, tanto l’Antico che il Nuovo Testamento, sono la fonte del rapporto con Dio e con Cristo. Chi si accosta alla lettura della Bibbia con sincerità di cuore si incontra con Cristo meglio e più di qualunque altra situazione. Il fedele che legge la Bibbia con sincerità di cuore riceve direttamente da Dio l’illuminazione per la propria vita, senza dover ricorrere alla spiegazione di nessun’ altra persona (come per i cattolici è il sacerdote).
Il secondo principio afferma che solo a Cristo può essere reso culto, adorazione e devozione. I Battisti considerano i Santi e Maria solo degli esseri umani che hanno accolto Cristo, ma è solo a Cristo che ha senso rivolgersi con preghiere perché è solo Lui il mediatore con Dio. Pregare la Madonna e i Santi significa ridurre l’importanza di Dio e di Cristo ed esagerare l’esempio di alcuni esseri umani che hanno accolto Cristo. L’autorità di Gesù è unica anche rispetto alle regole di comportamento: chi si sottomette alla volontà di Cristo è libero di fronte ad ogni altra autorità.
Il terzo principio afferma che la Salvezza è un dono che Dio dà indipendentemente dalle opere degli uomini. La venuta di Cristo ha già dato a tutti gli uomini la salvezza, per cui non sono le azioni buone o cattive che ciascuno compie durante la propria vita a decidere per lui la salvezza o la dannazione, ma è Cristo che con il suo sacrificio ha dato a tutti la salvezza. Sta a noi, ora, riconoscere questa nostra nuova natura di salvati attraverso il dono della fede che Dio ci dà. La fede per i Battisti è il riconoscimento del dono della salvezza, e deve soprattutto consistere nella lode a Dio per il suo amore. La fede è la presa di coscienza che le azioni buone non possono dare la salvezza perché l’uomo è infinitamente inferiore a Dio e dunque non ha la forza e la capacità di salvarsi facendo il bene. Se le opere umane non possono salvare l’unica cosa che conta è affidarsi a Dio completamente confidando nel suo amore e vivere e agire nella consapevolezza della grandezza dell’amore di Dio.
Il quarto principio afferma che ogni comunità locale è da sola interamente la Chiesa come Corpo di Cristo. Mentre la tradizione cattolica afferma che ogni comunità parrocchiale è solo un pezzetto di quel grande corpo che è la Chiesa universale il cui capo è Cristo e il cui vicario è il Papa, i Battisti sostengono che in ogni comunità locale ci sono presenti tutti i doni dello Spirito perché si possa dire che ciascuna comunità locale è interamente la Chiesa il cui capo è Cristo. Non c’è una unione delle “parrocchie” battiste in un corpo più grande, ogni “parrocchia” è tutta la Chiesa. ciò significa che: non è ammessa nessuna autorità al di sopra della chiesa locale. La chiesa locale decide autonomamente ed in modo democratico le proprie regole di convivenza ed elegge i propri pastori. Il pastore della comunità locale non è il capo, perché il solo capo è Cristo, né amministra sacramenti perché i Battisti riconoscono solo il battesimo come sacramento. Il pastore è soltanto un membro della comunità del quale gli altri membri riconoscono la rettitudine di vita e la semplicità di fede e così lo pongono alla guida delle loro riunioni di preghiera. Vi è comunque un collegamento tra le diverse chiese locali Battiste, in modo che vi possa essere una reciproca solidarietà e conoscenza.
Il quinto principio afferma l’assoluta centralità del Battesimo. I Battisti prendono il nome proprio dall’importanza che attribuiscono al Battesimo. Per essi si tratta di un atto pubblico di professione di fede che un individuo compie dimostrando il suo legame con Dio e la sua coscienza che Cristo è il Salvatore. Per questo motivo il Battesimo può essere dato soltanto a persone adulte, perché comporta una presa di posizione personale di fronte a Dio. È solo attraverso il battesimo che si entra a far parte della Chiesa.
Il sesto, ed ultimo, principio afferma che il legame personale che ogni credente ha con Dio e che può sviluppare principalmente attraverso la lettura e la meditazione della Bibbia e la condotta di vita secondo la volontà di Dio, è la fonte della libertà individuale di coscienza. Come nessuno si può sostituire al singolo nell’interpretazione della Bibbia, così non si ammette nessuna autorità superiore alla comunità locale nella determinazione della vita comunitaria. Ogni battista si trova quindi impegnato in prima persona nell’esercizio della propria libertà di coscienza, ma allo stesso tempo si impegna anche perché questa possibilità di esercitare liberamente la propria libertà di coscienza sia resa valida per tutti. Vi possono essere molti ostacoli, infatti, che rendono difficile la libertà di coscienza: l’ignoranza, la povertà, la guerra, eccetera. Per questo una caratteristica delle attività delle comunità battiste è l’impegno in molti settori della vita sociale: asili, scuole, ospedali, sempre con lo scopo primario di testimoniare l’amore di Dio e di porre ogni uomo nella condizione di poter vivere secondo la propria coscienza.
La chiesa Battista si è sviluppata nel clima del rinnovamento dei principi della riforma protestante che si sviluppò in Inghilterra verso la fine del 1500. I sostenitori di un ritorno allo spirito delle prime comunità cristiane si dividevano tra coloro che pensavano di ottenere questo rinnovamento all’interno della chiesa Anglicana inglese, il cui capo è la regina, e coloro che invece sostenevano che bisognava ripartire dalle comunità di base locali.
Fu così che negli ultimi decenni del 1500 quei gruppi di cristiani che avevano preso l’abitudine di riunirsi fuori dagli incontri parrocchiali per fare una esperienza di comunità più fraterna e più saldamente basata sul vangelo, cominciarono ad organizzarsi separatamente e con una struttura di tipo democratico allontanandosi sempre più dall’organizzazione in parrocchie della chiesa anglicana inglese. Nel 1609, un gruppo di inglesi emigrati in Olanda che provenivano da queste comunità separatiste diede vita alla prima comunità Battista.
Per le loro posizioni radicali e per i principi di tipo democratico nell’organizzazione delle loro comunità i Battisti furono perseguitati un po’ da tutti i cristiani, sia dai cattolici, sia dagli anglicani, dai calvinisti, dai luterani e da altri ancora. Per questa ragione molti Battisti trovarono rifugio negli Stati Uniti già dai primi decenni del 1600 e in quel paese sono diventati con il tempo circa 30 milioni, dei circa 40 milioni esistenti in tutto il mondo.
In Italia i Battisti sono arrivati nel 1865 con una missione a La Spezia e una a Bologna. Le comunità battiste erano molto piccole, ma fin da subito vi fu un notevole impegno per la diffusione della Bibbia e nell’istituzione di scuole, asili ed anche un orfanotrofio. Nel 1884 vi erano in Italia una ventina di comunità di circa 50 persone ciascuna, tenute in collegamento dall’Unione Cristiana Apostolica Battista, una specie di federazione delle comunità locali. Superati gli anni della guerra 1915-1918, i battisti italiani cominciarono ad aumentare, anche se sempre restando un numero molto piccolo rispetto ai cattolici. Negli anni ’20-30 si calcolano circa 3000 persone impegnate attivamente nelle chiese locali in Italia. Bisogna dire che queste comunità locali erano sempre sotto la guida o l’influenza di missionari battisti provenienti dall’Inghilterra e dagli Stati Uniti, infatti una caratteristica del battismo italiano è di essere stato sempre molto dipendente da aiuti provenienti da Inghilterra e USA.
Dopo la Seconda guerra mondiale il numero dei battisti italiani sale fino a 6000-7000 persone, anche con una marcata assistenza organizzativa ed economica proveniente dagli Stati Uniti. Nei primi anni ’50 vi è un grande sviluppo di queste attività, ma a partire dalla metà degli anni ’50 l’emigrazione ridurrà notevolmente il numero dei membri delle chiese battiste. È con gli anni della contestazione, dal 1968 in poi, che il numero dei Battisti si riduce sempre più. Negli anni ’80 finisce il legame con le chiese americane ed inglesi e inizia l’autonomia delle chiese battiste italiane. È però con gli anni ’80 che le comunità cominciano di nuovo ad ingrandirsi, aumentano le vocazioni e si estendono anche i campi di servizio e di impegno dei battisti italiani.
L’atteggiamento ecumenico
Oggi notevole è l’impegno per il dialogo ecumenico, sia con le altre chiese nate dalla Riforma protestante, che con i cattolici, ad esempio nella traduzione interconfessionale della Bibbia. Infine, è giusto ricordare che la sensibilità dei battisti per i bisogni sociali di coloro che sono emarginati ha avuto anche grandi testimoni: uno di questi è stato Martin Luther King, pastore battista e la più importante guida dei neri degli Stati Uniti, che negli anni ’50 e ’60 condusse la lotta non violenta per il riconoscimento dell’uguaglianza dei neri con i bianchi.
DISPUTE FRA CATTOLICI E CRISTIANI SUL VERSETTO DI MATTEO
“..tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa” (Matteo 16:14-18).
Qual è la “pietra” su cui è fondata la Chiesa Cristiana?
Nel Vangelo di Matteo leggiamo: “Ed egli (Gesù) disse loro: “E voi, chi dite che io sia? Simon Pietro rispondendo disse: tu sei il Cristo, il Figliuolo dell’Iddio vivente. E Gesù replicando disse: Tu sei beato Simone, figliuolo di Giona, perché non la carne e il sangue ti hanno rivelato questo, ma il Padre mio che è nei cieli. E io altresì ti dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa” (Matteo 16:14-18). (1)
La Chiesa Cattolica, nell’interpretare queste parole asserisce che “la pietra”, cioè il fondamento della Chiesa Cristiana, è Pietro, e sulla errata interpretazione di questo passo fonda e giustifica il papato.
I Cristiani evangelici interpretano questo passo alla luce degli altri brani della Bibbia che trattano lo stesso soggetto. Nella Parola di Dio leggiamo: “Poiché nessuno può porre altro fondamento che quello già posto, cioè Cristo Gesù” (1 Corinzi 3:11; vedi anche 1 Pietro 2:4-8). Inoltre, Cristo stesso afferma di essere “la pietra” (Marco 12:1-11; vedi anche 21:42-44).
L’apostolo Pietro spiega: “Egli (Gesù) è la pietra che è stata da voi edificatori sprezzata, ed è divenuta la pietra angolare. E in nessun altro è la salvezza; poiché non v’è sotto il cielo alcun altro nome che sia stato dato agli uomini, per il quale noi abbiamo ad essere salvati” (Atti 4:10-12).
L’idea del papato che si fonda appunto sulla errata interpretazione del passo biblico in Matteo, ha acquistato importanza a poco a poco nel corso dei secoli. Quanto alla infallibilità del papa, questo dogma venne sancito nel 1870, nonostante la forte opposizione all’interno del cattolicesimo stesso. Che Pietro, primo papa secondo la tradizione cattolica, fosse ben lontano dall’essere infallibile, ce lo mostrano i seguenti passi biblici, in cui egli fu riprovato: Galati 2:11-14; Matteo 26:69-75.
Note: 1. Appare chiaro che “la pietra” di cui Cristo parla non è Pietro ma la sua confessione di fede, cioè Cristo stesso. Pietro dice infatti: “Tu sei il Cristo, il Figliuolo dell’Iddio vivente”. Nell’originale la parola greca che viene tradotta con “questa” è taute, che grammaticalmente indica la confessione di Pietro, “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (verso 16) come la pietra di cui parla il verso. Questo è il significato dell’affermazione di Gesù (per approfondire clicca qui).
Qual è, allora, la pietra su cui è fondata la Chiesa Cristiana?
Gli apostoli sono parte del fondamento posto da Cristo (Apoc. 21:14), ma la pietra cui fa riferimento il verso non è un apostolo in particolare, ma è Gesù Cristo:
“Siete stati edificati sul fondamento degli apostoli e dei profeti, essendo Cristo Gesù stesso la pietra angolare, sulla quale l’edificio intero, ben collegato insieme, si va innalzando per essere un tempio santo nel Signore. In lui voi pure entrate a far parte dell’edificio che ha da servire come dimora a Dio per mezzo dello Spirito” (Efesini 2:20-22).
“La pietra che i costruttori hanno rifiutata è diventata pietra angolare… Chi cadrà su questa pietra sarà sfracellato; ed essa stritolerà colui sul quale cadrà” (Matteo 21:42-44).
Qual era il pensiero degli apostoli in merito al fondamento della Chiesa?
Sia Pietro (1 Pietro 2:4-5) che l’apostolo Paolo confermano che l’unica pietra su cui si fonda la Chiesa del Signore è Gesù Cristo:
“Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come esperto architetto, ho posto il fondamento; un altro vi costruisce sopra. Ma ciascuno badi a come vi costruisce sopra; poiché nessuno può porre altro fondamento oltre a quello già posto, cioè Cristo Gesù” (1 Corinzi 3:10-11).
Gesù non avrebbe mai affidato la guida della Sua Chiesa a uomini fallibili, né tanto meno ai loro successori. Egli stesso è la pietra su cui è edificata la Chiesa Cristiana (Efesini 2:20), ne è il Capo e la dirige mediante la Sua Parola e la guida dello Spirito Santo (Giovanni 16:13).
Anche i cosiddetti padri della chiesa, come sant’Agostino (ma anche s. Girolamo, s. Ilario, ecc.), insegnavano che la pietra di cui parla Gesù è la confessione di Pietro. Leggiamo alcune affermazioni di Agostino:
“Che cosa vogliono dire le parole ‘Io edificherò la mia chiesa su questa pietra?’ Su questa fede, su quello che è detto: Tu sei il Cristo, il figlio di Dio vivente”; e anche: “Sopra questa pietra che tu hai confessato, io edificherò la mia chiesa, imperocchè Cristo era la pietra”.
Il papa è definito dalla Chiesa Cattolica “il Vicario del Figlio di Dio” (Vicarius Filii Dei), volendo significare che egli sarebbe il rappresentante di Gesù Cristo in terra. Ma la Bibbia insegna che lo Spirito Santo, e non un uomo, è stato mandato a prendere il posto di Gesù sulla terra. Lo Spirito Santo dimora in ogni credente quando si riceve Gesù Cristo come proprio Salvatore (Efesini 1:13); ci è stato dato per guidarci in tutta la verità (Giovanni 16:7-15), e la Bibbia ci è stata data per insegnarci, riprenderci, correggerci, ed educarci alla giustizia (2 Timoteo 3:16).
Il Signore Gesù Cristo non ha lasciato l’assemblea dei suoi fedeli sotto una guida umana. È vero che sopra i credenti Egli ha stabilito dei vescovi (o anziani) che li sorvegliano e li pascono, ma al di sopra di essi non c’è il capo dello Stato del Vaticano, ma il nostro Signore Gesù Cristo che Pietro chiama “il Pastore e Vescovo delle anime nostre”.
(L’articolo che segue esprime il punto di vista dei cristiani ortodossi. In esso si può riscontrare sostanzialmente la stessa posizione degli altri cristiani non cattolici riguardo alla corretta interpretazione delle parole nel verso di Matteo. L’articolo è di P. Silvano (Livi), abate del S. Monastero di S. Serafino di Sarov.)
Il capitolo 16 del Vangelo di Matteo viene comunemente usato oggi dai cattolici-romani come prova del primato del papa, insieme a quello degli agnelli e delle pecorelle che chiude il Vangelo di Giovanni (cap. 21). Ora questa pretesa cattolica-romana è insostenibile, infatti presuppone alcune cose che noi dimostreremo infondate:
1. che con queste parole il Signore intendesse promettere a Pietro una autorità assoluta sulla Chiesa;
2. che questa autorità sia trasmissibile;
3. che questa autorità si sia trasmessa al papa in quanto Vescovo di Roma e successore di Pietro.
Esaminiamo i tre punti:
1. non è vero che con queste parole Gesù intendesse trasmettere a Pietro tale autorità: infatti dice a Pietro che lo aveva confessato poco prima come Figlio di Dio (il capitolo va letto tutto per capire anche quelle parole: “tu mi hai detto che io sono il Figlio di Dio – sottinteso – e non la carne ed il sangue te lo hanno rivelato ma il Padre mio che è nei cieli, ed io a te dico: tu sei Pietro (nome derivato da “Pietra”) e su questa Pietra (cioè su di me che tu hai riconosciuto come Figlio di Dio) io fonderò la mia Chiesa”.
E’ sulla fede di Pietro che Gesù costruisce la sua Chiesa, non sulla sua persona: ed il Beato Agostino (Padre tanto caro agli occidentali) fa notare che se la avesse fondata su Pietro, la avrebbe fondata su una ben fragile pietra, visto che Pietro lo avrebbe rinnegato tre volte!
Questa interpretazione era l’interpretazione sostenuta in tutta l’antichità e mai nessuno si era in antico sognato di vedervi una prova del primato del Papa di Roma se S. Cipriano, grande Vescovo di Cartagine e Martire può scrivere: “Ogni Vescovo siede sulla cattedra di Pietro”, cioè ogni Vescovo trova il suo fondamento ed il fondamento della fede che insegna nella fede che Pietro ha professato, cioè: che Gesù è il Figlio di Dio.
Se anche poi si volesse riferire a Pietro il significato della pietra su cui si fonda la Chiesa questo andrebbe sempre inteso nel senso che Pietro è la Pietra perché ha confessato Cristo. Infatti non può essere posto alla Chiesa nessun altro fondamento che non sia Gesù Cristo come si legge chiaramente nel Nuovo Testamento. Puoi leggere a questo proposito il Vangelo di S. Matteo cap.21 al v.42, S. Marco cap. 12 al v. 10, S. Luca cap. 20 al v. 17; e ancora gli Atti degli Apostoli cap.4 v. I e la prima lettera di S. Pietro cap.2 vv. dal 4 al 10 dove è proprio S. Pietro a parlare di Cristo come “pietra viva che gli uomini hanno gettato via ma che Dio ha scelto come Pietra preziosa” pietra sulla quale se noi ci fondiamo diveniamo tutti (e non solo Pietro né il Papa) pietra viva, formata per il tempio dello Spirito Santo. Perché è solo Cristo “la pietra principale del fondamento: e chi crede in esso non resterà deluso”.
Più tardi troviamo dei testi affascinanti del grande Origene, maestro di tutti i Padri negli studi delle Sacre Scritture, e così anche del papa san Leone Magno. Il primo afferma: “Se anche noi diciamo Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio Vivente, allora anche noi diventiamo Pietro: perché ciascuno che si rende simile a Cristo diviene “Pietro”.” Ed il secondo afferma con chiarezza “la forma di Pietro, cioè una pietra fondata sulla fede è presente in ogni Chiesa locale, e non soltanto in quella di Roma”.
2. Ma anche se si vuole interpretare questo passo alla maniera romana ossia attribuendo a Pietro una preminenza sugli altri Apostoli nel Nuovo Testamento – preminenza non certo autorità assoluta (al Concilio Apostolico di Gerusalemme fu infatti il capo della Comunità cittadina, S. Giacomo, a presiedere, e Paolo resistette a viso aperto alle erronee opinioni di Pietro, come egli stesso ci dice nella Lettera ai Galati al cap. 2) -, non possiamo certo pensare che questa autorità sia trasmissibile. Essa non è trasmissibile più di quella di essere testimone del Cristo risorto, in quanto né nel Nuovo Testamento, né negli scritti dei Padri c’è nulla che possa lasciar pensare ad una simile possibilità.
3. Non c’è poi nessun fondamento per pensare che tale autorità si sia di fatto trasmessa al Vescovo di Roma dove la Chiesa era stata fondata da Paolo. Inoltre, prima di recarsi a Roma, Pietro aveva presieduto la Comunità di Antiochia (là dove i seguaci di Gesù furono per la prima volta chiamati “Cristiani”); ed allora, perché il “potere” di Pietro si sarebbe trasmesso al Vescovo di Roma e non a quello di Antiochia? Lo stesso papa S.Gregorio Magno identifica tre “sedi Pietrine”: Roma, Alessandria ed Antiochia, pari nell’essere la cattedra storica dell’Apostolo e tiene a sottolineare che quella di Roma non ha niente di più eminente delle altre due.
Come si vede, per questa strada si entra in un labirinto inestricabile. La Chiesa antica non aveva – fortunatamente – di questi problemi; essa era articolata in Comunità locali ciascuna pienamente CHIESA, ciascuna presieduta da un vescovo.
Il papa è successore di Pietro e Capo della Chiesa?
da “Tu sei Pietro”, articolo di Michele Mascitti (Il Cristiano, maggio 2001)
Oggi, nel mondo religioso e non, si discute molto sul primato del papa: c’è chi ritiene, anche in ambito non cattolico, la sua figura come utile e necessaria. Noi sappiamo una cosa sola: che è un ruolo, che Gesù non ha mai voluto né autorizzato e che Pietro non ha mai ricoperto.
Introduzione
Fra i discepoli di Gesù, Pietro è certamente quello che emerge sia per le sue molteplici dimostrazioni di fede, sia per le sue cadute. Il suo nome era Simone, ma Gesù gli diede il nome di Pietro.
Egli aveva una natura ardente, un temperamento vivace, impetuoso; era un uomo franco, aperto, schietto, energico, pieno d’entusiasmo, ma talvolta anche presuntuoso: faceva troppo assegnamento sulla propria forza morale, mentre, poi, il timore aveva su di lui il sopravvento.
Quando Gesù lo chiamò per farne un suo discepolo, abbandonò prestamente ogni cosa e lo seguì. Questo non fu un sacrificio lieve, ma Pietro non se ne pentì mai. Con Gesù percorse la Galilea, la Giudea, la Samaria. Ovunque andava Gesù, egli era al suo seguito. Fu scelto da Gesù per seguirlo, sul monte della trasfigurazione. Egli era anche tra coloro che più da vicino, avrebbero dovuto pregare con Gesù nell’orto del Getzemane.
A lui Gesù predisse il martirio; infatti, così ci è tramandata unanimemente la testimonianza di vari scritti antichi, della morte con la quale avrebbe glorificato il suo Signore.
L’episodio che, senza alcun dubbio, lo ha reso celebre a tutti i posteri Cristiani, è quello in cui Gesù ebbe a dirgli:
“E anch’io ti dico: tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia chiesa, e le porte del soggiorno dei morti non la potranno vincere” (Mt 16:18).
In realtà sono molti quelli che conoscono queste parole, ma sono pochi quelli che conoscono l’intero episodio e sanno coniugarlo con tutti gli avvenimenti che lo riguardano. Rileggiamo perciò per intero quello che è scritto in Matteo 16:13,20:
“Poi Gesù, giunto nei dintorni di Cesarea di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «Chi dice la gente che sia il Figlio dell’uomo?» Essi risposero: «Alcuni dicono Giovanni il battista; altri, Elia; altri, Geremia o uno dei profeti». Ed egli disse loro: «E voi, chi dite che io sia?» Simon Pietro rispose: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Gesù, replicando, disse: «Tu sei beato, Simone, figlio di Giona, perché non la carne e il sangue ti hanno rivelato questo, ma il Padre mio che è nei cieli. E anch’io ti dico: Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia chiesa, e le porte del soggiorno dei morti non la potranno vincere. Io ti darò le chiavi del regno dei cieli; tutto ciò che legherai in terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai in terra sarà sciolto nei cieli». Allora ordinò ai suoi discepoli di non dire a nessuno che egli era il Cristo.”
Il magistero della Chiesa Cattolica, in queste parole rivolte da Gesù a Pietro, vede la sua elevazione a capo della Chiesa. Capo della Chiesa è il Vescovo di Roma, cioè il Papa, che secondo lo stesso magistero, è il legittimo successore di Pietro.
In occasione della incoronazione del Vescovo di Roma, il Cardinale preposto a porre la tiara sul capo del Pontefice neo eletto pronunzia queste parole:
“Ricevi la tiara adorna di tre corone, e sappi che sei il padre dei Principi e dei Re, il reggitore del mondo, il Vicario in terra del Salvatore nostro Gesù Cristo, cui è onore e gloria nei secoli dei secoli” (così ha scritto Silvio Romani nella Enciclopedia del Cristianesimo, alla voce: “Incoronazione”).
La domanda a cui desidero rispondere mediante il presente studio è questa: Con le parole pronunziate da Gesù rivolte a Pietro, come abbiamo letto nel Vangelo di Matteo, è vero che Gesù ha eletto Pietro a capo della Chiesa? E, se eventualmente, quelle parole non costituiscono l’elezione di Pietro a capo della Chiesa, che significato hanno?
“Tu
Abbiamo già letto l’intero dialogo fra Gesù e Simon Pietro mentre erano in Cesarea di Filippi. Il testo che tratteremo in questa prima parte come ho detto nell’introduzione riguarda Matteo 16:17,18:
“Gesù, replicando, disse: «Tu sei beato, Simone, figlio di Giona, perché non la carne e il sangue ti hanno rivelato questo, ma il Padre mio che è nei cieli. E anch’io ti dico: Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia chiesa, e le porte del soggiorno dei morti non la potranno vincere.”
Il magistero della Chiesa Cattolica afferma che Gesù , con queste parole, ha costituito Pietro, capo di tutta la Chiesa Cristiana, e che il Vescovo di Roma, il Papa, è il suo legittimo successore. Nella Costituzione “De Ecclesia” del concilio Vaticano Secondo, è stata ribadita questa dottrina fondamentale della Chiesa Cattolica. In essa leggiamo infatti:
“Certamente Pietro fu costituito da Gesù Pietra Fondamentale della sua Chiesa e Pastore supremo di tutto il gregge, donde il suo Primato sui fedeli e sugli Apostoli che si perpetua nel Romano Pontefice, successore di Pietro” (Costituzione “De Ecclesia”: Ed. Città Nuova, pag. 14).
L’autore cattolico Silvio Romani dice ancora:
“Se successore di S. Pietro non è il Papa, non è nessun altro: così nessuna Chiesa sarebbe la Chiesa di Cristo, ed il Cattolicesimo, fondato da Cristo, come Cristo l’ha voluto, sarebbe stato liquidato da Nerone con la morte di Pietro, e Cristo nella sua più solenne promessa, sarebbe stato smentito dal fatto, appena un trentennio dopo. Il Papa, dunque, è investito degli stessi poteri e doveri di Pietro e delle sue stesse prerogative, come la Chiesa da venti secoli confessa”. (Silvio Romani nella Enciclopedia del Cristianesimo alla voce “Papa”).
Lo stesso Romani, parlando del primato di Pietro, dice alla voce “Primato”:
“Primato: sommo potere conferito da Gesù a Pietro, che racchiude non soltanto una preminenza onorifica, ma anche una vera e propria autorità e giurisdizione su tutti gli altri Apostoli. Dal Vangelo risulta chiaramente la promessa di questo primato: (tu sei Pietro etc.) e il conferimento (pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle). Dagli Atti degli Apostoli risulta poi, che Pietro, consapevole di questa giurisdizione, la esercitò fortemente nella Chiesa primitiva e nessuno osò negargliela come un’usurpazione indebita”.
Poniamoci allora alcune domande:
• “È vero che Pietro è stato costituito da Cristo Capo della Chiesa?”
• “È vero che ha esercitato il Primato in seno alla Chiesa primitiva?
• “È vero Che nessuno osò negarglielo come fosse una usurpazione?”
Vi sono varie ragioni per respingere tutte queste affermazioni.
Ora vedremo le ragioni che escludono il primato di Pietro.
Una indispensabile premessa
La dichiarazione di Gesù: “Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa” è riportata soltanto dall’evangelista Matteo. Gli altri tre evangelisti hanno tutti e tre raccontato l’episodio della testimonianza di Pietro e tutti e tre concludono il loro dire con le parole che Pietro rivolge a Gesù dicendogli: “Tu sei il Cristo , il Figlio dell’Iddio vivente” (Mc 8:29; Lu 9:20; Gv 6:68, 69). Tutti e tre gli Evangelisti omettono il resto dell’episodio. Quindi apprendiamo solo da Matteo che Gesù ha detto: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”.
Come mai gli altri tre evangelisti omettono questa frase rivolta da Gesù a Pietro?
Secondo alcuni, questa risposta di Gesù sarebbe stata interpolata nel IV secolo per sostenere la tesi che Pietro era stato costituito da Cristo capo di tutta la Chiesa e che il Vescovo di Roma ne era l’unico e legittimo successore. Questa opinione, però, non ha alcun fondamento storico ed è da rigettare: la Parola non può avere mistificazioni di sorta. Inoltre è da notare che se il passo fosse stato interpolato ad arte, non avrebbe lasciato la porta aperta alle discussioni, ma sarebbe stato interpolato in modo diverso, con parole meno equivoche, che non avrebbero lasciato alcun dubbio. Inoltre l’avrebbero aggiunto anche negli altri Evangeli! È, quindi, più credibile che il passo sia autentico. Anzi, al momento opportuno, vedremo come esso ha un grande valore, anche se non ha lo stesso significato che gli attribuisce la Chiesa Cattolica Apostolica Romana, in genere e in particolare: dal Concilio Vaticano II in po. Il passo, quindi, è da ritenersi autentico.
Come spiegare dunque, l’omissione da parte degli altri tre evangelisti, di quelle parole? È certo che, se Gesù avesse voluto mettere Pietro a capo della Sua Chiesa, l’omissione di questa costituzione sarebbe grave. Ma noi sappiamo che gli evangelisti hanno scritto gli Evangeli sotto la guida e l’ispirazione dello Spirito Santo, questo esclude che possa esserci stata una tale omissione. Da bravi conoscitori del messaggio di Gesù, essi sapevano che il Maestro con quelle parole da loro omesse, non intendeva elevare Pietro a capo della Cristianità, la Sua Chiesa Universale, quindi l’omissione non è un fatto che mette sott’accusa la Parola scritta, ma, come vedremo, sott’accusa sono quelli che rivoltano i concetti fondamentali della Parola di Dio. Molte cose hanno dovuto omettere gli evangelisti nei loro Evangeli, anche per motivi di spazio; l’evangelista Giovanni lo ha dichiarato dicendo: (21:25) “Or vi sono ancora molte altre cose che Gesù ha fatte; se si scrivessero a una a una, penso che il mondo stesso non potrebbe contenere i libri che se ne scriverebbero” (Gv 21:25). Gli Evangelisti si sono limitati a riportare i fatti salienti, e per gli altri tre Evangelisti i fatti salienti, più importanti relativi alla conversazione di Gesù con i Suoi discepoli in Cesarea di Filippi, erano costituiti dalla confessione di fede di Pietro: “Tu sei il Cristo il Figlio dell’iddio vivente”. Giovanni nel suo Evangelo lo dichiara solennemente, dicendo: “Ma questi sono stati scritti, affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e, affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome” (Gv. 20:31). Per i tre Evangelisti, o sarebbe meglio dire: per Lo Spirito Santo, le parole che Gesù rivolse a Pietro non erano tanto importanti quanto quelle della confessione di fede di Pietro a Gesù; del resto, come vedremo in seguito, le parole di Gesù erano una ripetizione delle parole di Pietro e ne sottolineavano il valore, ma non costituivano il fatto nuovo della presunta elevazione di Pietro a Capo dei credenti. Per questo quelle parole non sono scritte nei vangeli di Marco, Luca e Giovanni.
Un errore da evitare
Nelle parole di Gesù rivolte a Pietro, che costituiscono l’oggetto del nostro studio, osserviamo che Gesù disse: “Tu sei Pietro ed io su questa pietra edificherò la mia Chiesa”. Il significato greco di questi due vocaboli impiegati nel Sacro Testo è diverso: Petros significa ciottolo, una qualunque pietra; Petra, invece, significa roccia, macigno. Una più precisa traduzione del testo originale sarebbe questa: “Tu sei un ciottolo, ed io su questa roccia (la tua affermazione) edificherò la mia Chiesa”. Questa più precisa traduzione del testo originale greco eviterebbe l’errore che induce a confondere il significato di “petros” con “petra”. Cristo, infatti, non ha edificato la Sua Chiesa su un ciottolo qualunque, ma l’ha edificata sulla “roccia”. Chi sia questa roccia lo vedremo più avanti; e se a noi è difficile comprendere il senso delle parole di Gesù, non era difficile per i discepoli, sapere che la Roccia è Cristo, come dice Paolo in 1 Corinzi 10:4 (bevvero tutti la stessa bevanda spirituale, perché bevevano alla roccia spirituale che li seguiva; e questa roccia era Cristo), l’affermazione di Pietro: “Tu sei il Figliuolo dell’Iddio vivente”, era il riconoscimento della persona di Gesù, che il Padre aveva mandato nel mondo come Messia e Salvatore di tutti i credenti. Proprio per questa ragione Gesù ebbe a dirgli: “Tu sei beato, Simone, figlio di Giona, perché non la carne e il sangue ti hanno rivelato questo, ma il Padre mio che è nei cieli. E anch’io ti dico:Tu sei Pietro, (un ciottolo) e su questa pietra (la roccia, l’affermazione da te espressa) edificherò la mia Chiesa” (Mt 16:17,18).
È indispensabile evitare l’errore di confondere la petra, che è la roccia, con il petros che è il sasso, il semplice ciottolo.
Evitando questo errore, il testo appare più chiaro.
Una disputa molto significativa
Nell’Evangelo di Luca leggiamo quanto segue:
“Fra di loro (i discepoli) nacque anche una contesa: chi di essi fosse considerato il più grande. Ma egli disse loro: «I re delle nazioni le signoreggiano, e quelli che le sottomettono al loro dominio sono chiamati benefattori. Ma per voi non dev’essere così; anzi il più grande tra di voi sia come il più piccolo, e chi governa come colui che serve. Perché, chi è più grande, colui che è a tavola oppure colui che serve? Non è forse colui che è a tavola? Ma io sono in mezzo a voi come colui che serve” (Lu 22:24-27)
Questa contesa avvenne tra i discepoli dopo aver celebrato l’ultima cena con il loro Signore, quando cominciarono a intuire che Gesù parlava della Sua morte. Questa avvenne, quindi, molto tempo dopo che Gesù ebbe a dire a Pietro: “Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”. Orbene, se con queste parole Gesù avesse costituito Pietro capo della Chiesa, questa contesa fra i discepoli non sarebbe sorta, perché essi avrebbero ben saputo che Gesù aveva costituito Pietro come loro futuro capo. Ma essi disputavano per sapere chi di loro fosse reputato maggiore, perché alle parole rivolte da Gesù a Pietro non avevano dato il significato di una elezione a capo della Chiesa.
Qualcuno può osservare che i discepoli non avevano compreso le parole di Gesù, come del resto non avevano compreso molte altre cose, altrettanto importanti. Anche ammettendo questa ipotesi, l’episodio narrato da Luca, non si ferma alla disputa fra i discepoli, ma ha anche un seguito: Luca ci dice che Gesù intervenne nella loro disputa. Orbene, se Gesù avesse costituito Pietro come capo della Chiesa, avrebbe detto loro: “Perché disputate? Non ricordate che in Cesarea di Filippi ho costituito Pietro come vostro capo e capo della Chiesa?”. Al contrario, invece, Gesù intervenne per dichiarare loro che nessuno doveva ambire al primato per signoreggiare sul gregge, ma che coloro che avessero voluto essere grandi dinanzi agli occhi dell’Eterno, avrebbero dovuto comportarsi da servi, come Egli si era comportato, servo. Con il Suo intervento Gesù elimina l’idea che, con le parole rivolte a Pietro in Cesarea di Filippi, lo abbia costituito Principe degli Apostoli e capo di tutta la Chiesa.
Uguaglianza fra i discepoli
L’Evangelista Matteo, lo stesso che ha riportato nel suo Vangelo le parole di Gesù che noi stiamo esaminando, riporta un altro discorso che Gesù fece ai suoi discepoli in un’altra circostanza; infatti, Gesù ebbe a dir loro: Matteo 23,8
“Ma voi non vi fate chiamare «Rabbì»; perché uno solo è il vostro Maestro, e voi siete tutti fratelli. Non chiamate nessuno sulla terra vostro padre, perché uno solo è il Padre vostro, quello che è nei cieli. Non vi fate chiamare guide, perché una sola è la vostra Guida, il Cristo”.
Anche questo discorso, è stato fatto dopo aver detto a Pietro: “Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia chiesa” e anche qui dissipa ogni idea di primato. Con questa Sua dichiarazione, Gesù stabilisce due principi:
1. La perfetta eguaglianza fra i discepoli; nessuno di loro avrebbe dovuto farsi chiamare dagli altri: Maestro, Padre, Guida, dovendosi fra loro considerare tutti fratelli, nessuno maggiore degli altri.
2. Con questa categorica proibizione di farsi chiamare dagli altri uomini: Maestro, Padre, Guida, ci dice che questi attributi appartengono a Dio Padre e a Lui solo.
Gesù aveva stabilito l’uguaglianza di tutti gli apostoli e di tutti i membri della Chiesa, locale e universale nella quale solo lo Spirito Santo è il suo degno rappresentante, e non un uomo: “Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi rammenterà tutto quello che v’ho detto” (Gv 14:26). È Lui il delegato, il Vicario, non un uomo! Perciò, Egli ha proibito ai discepoli di tutti i tempi, di assumere le funzioni di capo di tutta la Chiesa. Ne consegue che chi si appropria di questi attributi, se ne appropria arbitrariamente, usurpando ciò che appartiene a Dio.
Per questa ragione Gregorio I detto Magno, Vescovo di Roma, scrisse una lettera al Patriarca metropolitano di Costantinopoli, Giovanni, il Digiunatore, che aveva assunto il titolo di Vescovo Universale, dicendogli: “Io dichiaro positivamente e liberamente che chiunque si fa chiamare Vescovo Universale, o vuole che gli si dia un tale titolo, ha l’orgoglio ed il carattere dell’anticristo, di cui egli è il precursore”. (Ep.VI, 80: citata da E. Meynier: in Storia dei Papi, tipografia Alpina Torre Pellice 1932 pag. 71).
Pietro non ha mai esercitato le funzioni di Capo della Chiesa. Dopo l’ascensione di Gesù in cielo, non ha mai esercitato le funzioni di principe degli apostoli e della Chiesa. Vi furono, infatti, dei provvedimenti presi dalla Chiesa, che se essa avesse avuto un capo, sarebbero stati presi solo da Pietro. Dalla Parola di Dio risulta invece che nessuna particolare funzione sia stata mai compiuta da Pietro. Anzi. Esaminiamo alcuni esempi:
• L’elezione del dodicesimo apostolo: l’apostolo Pietro, in un discorso rivolto alle circa 120 persone radunate, fece loro rilevare che il tradimento di Giuda e il suo successivo suicidio avevano fatto scendere il numero dei discepoli da 12 a 11. e qui suggerì di procedere all’elezione del dodicesimo apostolo scegliendolo fra coloro che erano stati in compagnia di Gesù a cominciare dal battesimo di Giovanni sino alla Sua ascensione. Ad eleggere il dodicesimo apostolo, però, non fu Pietro ma si “tirò a sorte” tra due discepoli che avevano questi requisiti, e la sorte cadde su Mattia che fu associato agli undici. (At 1:26). Se Pietro avesse esercitato la funzione di capo del gruppo, nello stesso modo come Gesù aveva eletto i 12 discepoli, egli avrebbe eletto il dodicesimo venuto meno. Ma non fu lui ad eleggerlo, perché non ha mai esercitato la funzione di Capo.
• Elezione dei sette diaconi: moltiplicandosi il numero dei convertiti, aumentavano anche le esigenze. Gli apostoli non tenevano dietro a tutti i servizi e necessità. Gli apostoli fecero presente a tutti i membri della Chiesa che era necessario trovare tra i membri sette uomini, dei quali si fosse avuta ottima testimonianza e che essi avrebbero costituito come diaconi. Quando questi sette uomini furono trovati, i membri “li presentarono agli apostoli, i quali, dopo aver pregato, imposero loro le mani” (At 6:6). Non fu Pietro ad eleggere i diaconi, ma avrebbe dovuto farlo lui se avesse esercitato la funzione di capo della Chiesa. Fu la Chiesa a scegliere gli uomini e il collegio degli apostoli a consacrarli come Diaconi.
• L’Evangelo in Samaria: in seguito ad una persecuzione a cui andò incontro la Chiesa di Gerusalemme, tutti furono dispersi, tranne gli Apostoli. I dispersi uscirono da Gerusalemme e cominciarono ad annunziare altrove il messaggio della Buona Novella. Con gioia i Samaritani accettarono il messaggio di salvezza annunziato loro da Filippo che era uno dei Diaconi. Era indispensabile che l’opera da lui iniziata fosse portata a compimento dagli Apostoli. Se Pietro fosse stato il Capo della Chiesa, egli stesso, venuto a conoscenza di questa esigenza, avrebbe inviato in Samaria uno degli Apostoli. Leggiamo, invece, che “gli Apostoli che erano a Gerusalemme, avendo inteso che la Samaria aveva ricevuto la Parola di Dio, vi mandarono Pietro e Giovanni” (At 8,14). Pietro, dunque, anziché ordinare ad altri di andare, ha ricevuto lui l’ordine di andare, perché non era il Capo della Chiesa.
• La conferenza di Gerusalemme: l’Evangelo era stato annunziato anche ai pagani, e molti di loro si erano convertiti al Cristianesimo. Ma, le Chiese Cristiane, fino ad allora, erano formate, da credenti che provenivano dal Giudaesimo, i quali erano tutti circoncisi, ma i pagani non lo erano. Perciò nacque una discussione, perché alcuni fra i Giudei convertiti, affermavano che i pagani convertiti dovevano anche loro essere circoncisi secondo il rito di Mosè per essere salvati. Altri Giudei convertiti, invece, erano pienamente convinti che ai fini della salvezza la circoncisione non aveva alcun valore. Come si risolse la situazione? Fu stabilito che le parti controverse, rappresentate dai più ragguardevoli “salissero a Gerusalemme agli Apostoli e Anziani per trattare questa questione”. (At 15.2). Ebbene, se Pietro fosse stato il Capo della Chiesa, egli stesso avrebbe dovuto convocare quei credenti per risolvere la controversia dando delle direttive secondo i suggerimenti dello Spirito Santo. Rileviamo invece che non fu Pietro a convocare la Conferenza di Gerusalemme ma le Chiese nelle quali nacque il dissenso; non fu Pietro a presiedere la Conferenza e a proclamare quanto era stato stabilito; perciò, risulta che anche in occasione della Conferenza di Gerusalemme, Pietro non ha esercitato la funzione di Capo della Chiesa. Infatti leggiamo: “Allora gli apostoli e gli anziani si riunirono per esaminare la questione. Ed essendone nata una vivace discussione, Pietro si alzò in piedi e disse: «Fratelli, voi sapete che dall’inizio Dio scelse tra voi me, affinché dalla mia bocca gli stranieri udissero la Parola del vangelo e credessero. E Dio, che conosce i cuori, rese testimonianza in loro favore, dando lo Spirito Santo a loro, come a noi; e non fece alcuna discriminazione fra noi e loro, purificando i loro cuori mediante la fede. Or dunque perché tentate Dio mettendo sul collo dei discepoli un giogo che né i padri nostri né noi siamo stati in grado di portare? Ma noi crediamo per essere salvati mediante la grazia del Signore Gesù allo stesso modo di loro»”. È evidente qui, che Pietro non ha aperto i lavori della Conferenza per ricevere i convenuti e presentare il dilemma da affrontare. È detto, infatti, che prima che Pietro aprisse la bocca per parlare, era nata “una vivace discussione” fra i convenuti. Inoltre Pietro, nel prendere la parola, reclama l’ascolto non come Capo della Chiesa, ma come colui che prima era stato eletto da Cristo Gesù per portare l’evangelo ai Gentili, riferendo che Dio aveva dato lo Spirito Santo ai Gentili, che non erano circoncisi, deducendone che la circoncisione non era indispensabile ai fini della salvezza. Pietro non fu neppure l’ultimo a parlare per concludere i lavori della Conferenza in quanto dopo di lui parlarono Barnaba, Paolo ed infine per concludere i lavori parlò Giacomo, il fratello di Gesù, Anziano della Chiesa di Gerusalemme. A concludere i lavori della Conferenza fu, dunque, Giacomo con una proposta conclusiva approvata dal collegio degli Apostoli ed inviata tramite lettera alle chiese. Pietro, in tutto questo, non ha avuto una funzione direttiva. Nel risolvere il problema, si è uniformato agli ordini impartiti da Dio Padre, da Gesù Cristo e dallo Spirito Santo. Pietro, dunque, non ha esercitato la funzione di Capo della Chiesa in nessuna circostanza, come le vicende del libro degli Atti ci ricordano.
Il primato di Pietro
(il testo che segue è stato adattato dagli scritti di G. Butindaro e A. Palmieri)
In quanto cristiani, crediamo che il solo capo della Chiesa è Gesù. L’apostolo Pietro non fu costituito capo della Chiesa da Gesù e quindi egli non potè trasmettere a nessun successore questo incarico.
Anche gli apostoli attestano questa verità. Paolo, ad esempio, scrive che Dio ha risuscitato il suo Figliuolo e “gli ha posta ogni cosa sotto ai piedi, e l’ha dato per capo supremo alla Chiesa, che è il corpo di lui, il compimento di colui che porta a compimento ogni cosa in tutti” (Ef. 1:22,23). “Cristo è capo della Chiesa, egli, che è il Salvatore del corpo” (Ef. 5:23; cfr. Col. 1:17,18, Ef. 4:15).
Perciò la Chiesa di Dio non ha due capi, di cui uno é in cielo e l’altro é sulla terra; o uno invisibile e l’altro visibile, ma uno solo ed Egli è in cielo alla destra di Dio, e mediante la fede è nel cuore di tutti coloro che lo hanno ricevuto come loro personale Salvatore.
Il primo presunto successore di Pietro che prese questo titolo o comunque la carica di pastore di tutte le chiese fu Leone I detto Magno (440-461), il quale sosteneva con forza che Gesù avrebbe concesso a Pietro il primato della dignità apostolica, che passò poi al vescovo di Roma al quale compete la cura di tutte le chiese. Questo titolo si rafforzò notevolmente nel settimo secolo quando l’imperatore Foca, nel 607, per contraccambiare l’amicizia del vescovo di Roma riconobbe la supremazia della “sede apostolica di Pietro su tutte le chiese” (caput omnium ecclesiarum) e vietò al patriarca di Costantinopoli di usare il titolo di “universale” che da quel momento doveva essere riservato solo al vescovo di Roma (allora era Bonifacio III).
Così facendo, il papa dimenticava ciò che il suo predecessore aveva dichiarato a tale proposito (papa Gregorio Magno aveva dichiarato che il vescovo che si arrogava il titolo di “vescovo universale” era precursore dell’anticristo e che nessuno deve prendere questo nome di bestemmia), e non rifiutò di farsi chiamare “vescovo universale”.
IL PRIMATO DI PIETRO
Pietro non ha mai preteso di avere un primato.
Nel cap. 16, ver. 23, di Matteo è scritto che Gesù rivolgendosi a Pietro gli disse: “vattene via da me, Satana, tu mi sei di scandalo. Tu non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini”.
Gesù dovette restaurarlo tre volte nella missione dell’apostolato (“pasci le mie pecore” di cui al cap. 21, vers. 15-17 del Vangelo di Giovanni), dopo il triplice rinnegamento di Pietro (Matteo cap. 26, ver. 69-79).
Gli “undici apostoli” e le centinaia di “discepoli” di Gesù, conoscevano bene che Cristo non aveva dato alcun primato né a Pietro, né a nessun altro. L’Evangelo di Giovanni, vescovo dell’Asia minore, fu scritto verso l’anno 100 e l’autore conosceva bene anche la vecchiaia di Pietro costretto a stendere le mani perché un altro lo cingerà e lo condurrà dove non vorrebbe andare (Giov. cap. 21, ver. 18). Al tempo degli apostoli:
1) furono i discepoli che fra due concorrenti “trassero a sorte e la sorte cadde su Mattia che fu associato agli undici apostoli” al posto di Giuda (atti cap. 1, ver. 26);
2) furono i semplici fratelli della chiesa di Gerusalemme che “quando Pietro fu salito a Gerusalemme questionavano con lui” (atti cap. 11, ver. 2);
3) Paolo rimprovera pubblicamente Pietro, da quanto risulta dal cap. 2, ver. 11 della lettera ai Galati: “Ma quando Cefa (Pietro) fu venuto ad Antiochia, io gli resistei in faccia perchè egli era da condannare”;
4) fu San Paolo che nella sua seconda lettera ai Corinzi (cap. 11, ver. 5) scrive: “Ora io stimo di non essere stato in nulla da meno dei sommi apostoli”;
5) nella “conferenza” di Gerusalemme fu Giacomo che dice: “io giudico che…”, mentre le decisioni sono prese collegialmente, giusta quanto risulta dal cap. 15 degli Atti, ver. 13, 19, 22, 25: “Allora parve bene agli apostoli ed agli anziani con tutta la chiesa…”;
6) Pietro si qualifica semplice “servitore ed apostolo di Gesù Cristo” nella sua seconda lettera al cap. 1, ver. 1;
7) Paolo nella sua lettera ai Galati (cap. 2, ver. 1) scrive: “Paolo, apostolo (non dagli uomini, nè per mezzo d’alcun uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo)”.
LE CHIAVI DEL REGNO
Le “chiavi” del regno dei cieli e dell’inferno sono insite nelle predicazioni del Vangelo.
Il sacerdozio pagano, con i suoi altari ed i suoi sacrifizi, era considerato interprete ed intermediario del volere divino.
Il sacerdozio cattolico fu posto in essere dalla curia romana nel 1160 per accoppiarlo con il sacrificio eucaristico (introdotto solo nel sec. XI) e con la confessione e l’assoluzione dei peccati. Ai vescovi ed al papa fu attribuita la facoltà di consacrare altri sacerdoti, mentre la potestà sul tutto e tutti diventò un monopolio del pontefice romano.
In proposito si ricorda che nel Vangelo non esiste casta sacerdotale. In particolare Gesù ha detto a tutti i suoi fedeli (apostoli e discepoli) di predicare il Vangelo e che coloro i quali crederanno al loro messaggio saranno salvati, mentre quelli che lo rigetteranno saranno condannati. In sostanza questi ambasciatori di Cristo e notificatori della Sua Parola tengono simbolicamente “le chiavi” dell’aldilà in quanto mettono gli ascoltatori nella posizione della più importante libera responsabile scelta; se la persona accetta la predicazione si convertirà, sarà assolto dai suoi peccati, diventerà egli stesso un evangelizzatore ed infine entrerà in paradiso. Se invece la persona rigetta il messaggio di Cristo, i suoi peccati rimangono a lui legati e le porte del cielo gli saranno chiuse.
È ovvio che questa salvezza, gratuita, non è affidata ad una casta sacerdotale o ad una istituzione chiesastica, ma a tutti i cristiani (che la Scrittura chiama santi) secondo le capacità ed i talenti di ciascuno. Gesù disse a tutti coloro che avevano fede in lui:
a) “io vi dico che tutte le cose che avrete legate sulla terra saranno legate nel cielo e che tutte le cose che avrete sciolte sulla terra saranno sciolte nel cielo” (Matteo cap. 18, ver. 18);
b) “come il padre mi ha mandato anch’io mando voi: ricevete lo Spirito Santo, a chi rimetterete i peccati saranno rimessi, a chi li riterrete saranno ritenuti” (Giov. cap. 20, ver. 19-23).
Non prove storiche ma tradizioni e romanzi riportano che Pietro sia stato a Roma per 25 anni dal 42 al 67.
Nella lettera ai Galati al cap. 2, ver. 6-9, l’apostolo Paolo scrive: “Ma quelli che godono di particolare considerazione (quali già siano stati a me non importa; Dio non ha riguardi personali) quelli, dico, che godono maggiore considerazione non m’imposero nulla di più; anzi quando videro che a me era stata affidata la evangelizzazione degli incirconcisi, come a Pietro quella dei circoncisi (ebrei) – (poichè Colui che aveva operato in Pietro per farlo apostolo della circoncisione aveva anche operato in me per farmi apostolo dei gentili) – e quando conobbero la grazia che m’era stata accordata, Giacomo, Cefa (Pietro) e Giovanni, che son reputati colonne, dettero a me ed a Barbara la mano di associazione perchè noi andassimo ai gentili ed essi ai circoncisi”.
Infatti troviamo Paolo in Grecia, Macedonia (Atti cap. 17, 18 e 20), in Italia, a Roma (Atti cap. 27 e 28), mentre Pietro era a Gerusalemme, Babilonia, ecc. In particolare:
1) Pietro era a Gerusalemme, dopo la resurrezione di Gesù (Atti cap. 1, ver. 14);
2) Pietro fu inviato dagli apostoli in Samaria, assieme a Giovanni (Atti cap. 8, ver. 14);
3) nell’anno 42 Pietro era a Gerusalemme, dove fu visitato da Paolo, tre anni dopo la conversione di questo, avvenuta nell’anno 39;
4) Pietro andò a Lidda (Atti cap. 9, ver. 32);
5) Pietro andò a Ioppe dove dimorò molti giorni (Atti cap. 9, ver. 43);
6) Pietro andò a Cesarea per alcuni giorni (Atti cap. 10, ver. 48);
7) Pietro ritorna a Gerusalemme (Atti cap. 11, ver. 2);
8) il re Agrippa, un anno prima della sua morte (45) fece arrestare Pietro in Gerusalemme (Atti cap. 12, ver.3). Dopo la sua liberazione, Pietro “se ne andò in un altro luogo” (Atti cap. 12, ver. 17), tanto piccolo da non essere nominato, come le piccole cittadine di Lidda e Ioppe;
9) nella conferenza di Gerusalemme “fu deciso che Paolo e Barbara salissero a Gerusalemme agli apostoli ed anziani” (Atti 15, ver. 2), dove c’era anche Pietro;
10) nell’epistola di Paolo ai romani, scritta nell’anno 58 da Corinto, l’apostolo si dichiara “pronto ad annunziare l’evangelo anche a voi che siete in Roma” avendo l’ambizione di predicare là dove Cristo non fosse stato nominato per non edificare sul fondamento altrui (cap. 1, ver. 15 e cap. 15, ver. 20). Alla fine dell’ultimo capitolo egli rivolge i suoi saluti a ben 26 componenti della comunità cristiana romana, ma fra essi il nome di Pietro non figura;
11) Paolo, arrivato a Roma nell’anno 61 “convoca i principali fra i giudei” (Atti cap. 28, ver. 17) i quali gli dicono di volere consocere quello che egli pensa di questa “setta” (cristianesimo), perchè “è noto che da per tutto essa incontra opposizione” (Atti cap. 28, ver. 22). Nessuna menzione di Pietro e del suo apostolato di ben 19 anni!;
12) dopo aver preso in fitto una casa di Roma per due anni (Atti cap. 28, ver.30), verso l’anno 63, Paolo scrisse una lettera ai Colossesi. Questa lettera termina con i soliti saluti di fratelli della chiesa di Roma e di compagni di prigionia. Nessun saluto e notizia di Pietro!;
13) alla fine della breve lettera (scritta a Roma nell’anno 67 e diretta a Filemone) Paolo, “vecchio” (cap. 1, ver.9), invia i soliti saluti dei componenti della comunità cristiana romana (vers. 23-24): nessuna menzione di Pietro;
14) la tradizione cattolica dice che Pietro fu martirizzato nell’anno 67 quando anche fu ucciso Paolo, il quale scrisse da Roma la sua seconda lettera a Timoteo. Al termine di questa lettera, Paolo, riferisce: “quanto a me io sto per essere offerto in libagione e il tempo della mia dipartenza è giunto” (cap. 4, ver. 6). “Luca solo è con me” (ver. 11)! “Tutti mi hanno abbandonato” (ver. 16). Nessuna notizia di Pietro. Infatti Pietro era a Babilonia (I lettera di Pietro cap. 5, ver. 13) sul campo che il Signore gli aveva affidato per predicare il Vangelo.
Si vedano anche:
• Pietro, la pietra su cui Cristo ha fondato la Sua Chiesa?
• L’apostolo Pietro a Roma?
• La salvezza cristiana, nella Bibbia Cattolica
• Il Pietro cattolico e il Pietro biblico (link)
• L’esperienza di G.B. Treccani, nipote di papa Paolo VI
• Qual è l’autorità finale?
• La tradizione cattolica
• Risposte ai cattolici e differenze dottrinali
NOSTRO COMMENTO: Voi di che opinione siete?
Quando appare la Madonna
Di Luigi Caratelli
Rimasi stupefatto quando nel corso di una trasmissione televisiva dedicata ai pianti delle varie madonne, Monsignor Esilio Tonini apostrofò alcuni dei tanti messaggi mariani oggi in circolazione come delle “scemenze”; e aggiunse: “la fede è un’altra cosa!”.
Esiste dunque in circolazione una falsa copia della madre di Gesù? Quella vera, si sa, esiste solo grazie alle scarne notizie offerteci dai vangeli.
Una mia amica cattolica mi confidava che leggendo il Vangelo notava, con tristezza, di quanto Gesù fosse duro con sua madre; ricordava il passo evangelico in cui è narrato l’episodio delle nozze di Cana. Gesù e sua madre sono invitati dagli sposi; ad un certo punto della festa, viene a mancare il vino. Maria accortasi del fatto cerca di sollecitare Gesù a fare qualche cosa. La risposta del figlio sembra, in effetti, scostante: “Che cosa c’è fra me e te o donna?”. Sembra scostante, ma non lo è. Gesù stava semplicemente ponendo al giusto posto gli attori del meraviglioso racconto che è appunto l’Evangelo.
Gesù è il Messia, il Salvatore; non Maria.
Gesù ha una missione da compiere nei confronti dell’umanità, e per questo è stato mandato dal Padre; Maria è soltanto il ‘veicolo’ umano scelto dall’Altissimo.
Gesù è Dio incarnato; Maria è, e rimarrà sempre una creatura.
No, Gesù non è scostante con sua madre: da vero profeta aveva già visto, nei secoli, che cosa di sua madre avrebbero fatto: una dèa.
Gesù ama sua madre, ma ha cura di aggiungere: “Chiunque fa la volontà del Padre mio, è mia madre e mio fratello”. E che Gesù ami la madre, lo dimostra alla croce: chiama il suo discepolo, Giovanni, ad esserle accanto, come figlio, per il resto della sua vita.
E’ vero; poche volte si parla di Maria nel Vangelo (1); certamente mai come una dèa.
Maria… agli inizi
Scrive il Miegge:
Nella letteratura sub-apostolica della prima metà del secondo secolo, regna un silenzio quasi completo sulla Vergine Maria. La Didachè, Clemente Romano, lo pseudo Barnaba, Erma, Policarpo, l’Epistola a Diogneto ( nella sua parte autentica), i più grandi apologisti, Atenagora, Taziano, Teofilo, i frammenti conservati dalle Apologie di Ermia, Quadrato, Aristone, Milziade non la menzionano affatto. Ignazio di Antiochia, nelle sue epistole autentiche la cita alcune volte e una volta Aristide, nei frammenti armeni della sua Apologia ad Adriano; sono i primi rudimenti del simbolo ‘apostolico’ che cominciano a disegnarsi… (2).
Della madonna che oggi appare in più di 600 posti diversi, si è detto e fatto di tutto; essa stessa, nelle sue varie comunicazioni ha preteso altari, si è proclamata dèa, corredentrice, immacolata concezione, mediatrice, vergine perpetua, senza peccato, immortale…e tante altre cose. Dunque, aveva ben detto Gesù, profeticamente: “Che cosa c’è fra me e te, o donna?”. Non certo per essere scostante con la madre, ma per salvarla dalle innumerevoli eresie di cui sarebbe stata fatta oggetto.
Nestorio, un padre della chiesa, diceva: “Non fate della Vergine una dea. Noi non abbiamo divinizzato colei che si doveva annoverare tra le creature…”. Gli fa eco Cirillo: “Noi sappiamo che appartiene all’umanità come noi!” (3).
Epifanio (fine del IV secolo) dovrà tuonare contro gli eccessi di alcune ‘sacerdotesse’ di Maria (4), affermando che:
Non si deve onorare al di là del giusto i santi, ma si deve onorare il loro Signore…Maria infatti non è Dio, né ha ricevuto il suo corpo dal cielo, ma da un concepimento, da un uomo e da una donna…Si onori Maria, ma si adori il Padre il Figlio e lo Spirito Santo. Nessuno adori Maria… Così dunque certe donnette non disturbino più la Chiesa e non dicano più: Noi onoriamo la Regina del Cielo, poiché dicendolo e offrendo le loro focacce, esse compiono ciò che è stato predetto, che alcuni apostateranno dalla fede, dando retta a spiriti seduttori e a dottrine di demoni. No questo errore del popolo antico non prevarrà su noi al punto da allontanarci dal Dio vivente per adorare le creature, poiché se un angelo si rifiuta di essere adorato da San Giovanni (5), come lo rifiuterebbe ancor più colei che non fu che la figlia di Anna (6).
Possiamo riprendere alcuni passaggi dello scritto di Epifanio, per fissare alcuni punti fermi. Innanzitutto, la decisa proibizione di prestare culto a Maria (7). In secondo luogo, la condanna per quanti fanno della Vergine una dèa. Epifanio colloca Maria al di sotto degli angeli, mentre i moderni teologi la hanno innalzata così tanto da oscurare il Figlio e lo stesso Padre.
Ancora, secondo il padre della chiesa, coloro che rendono culto a Maria adempiono una profezia che l’apostolo Paolo aveva fatta a Timoteo, e cioè che nella chiesa sarebbero comparse delle eresie; queste eresie sarebbero state ispirate direttamente dai demoni (potremmo definirle delle comunicazioni spiritiche), ed è sconcertante apprendere che Epifanio definisce il culto a Maria una dottrina demoniaca.
Mi chiedo se i moderni ‘padri della chiesa’ siano coscienti del grave allontanamento da loro realizzato nei confronti della verità evangelica? Perché oggi, soprattutto nella chiesa Cattolico-Romana, non si è tenuto conto di queste chiare indicazioni dei padri dei primi secoli?
Il sole ballerino
La figura di Maria è carica di significati affettivi e psicologici per una gran massa di fedeli. Ella è la mamma celeste che protegge da un Dio inarrivabile e spesso troppo irato. E’ il simbolo della culla, della protezione e della mediazione. Ma benchè tutto ciò risponda a una qualche logica di carattere emozionale, non trova riscontri nella Parola del Signore. Non per ciò che riguarda la teologia perlomeno.
Come si è dunque giunti all’esagerazione mariana dei nostri giorni?
E’ risaputo che la storia del Cattolicesimo riferisce di apparizioni mariane più o meno in tutti i secoli, tranne che per i primi tre secoli. E questo già fa pensare: possibile che nei secoli più vicini alla persona in oggetto, di essa si dica poco o niente, e che la sua importanza esploda solo in secoli a noi vicinissimi?
Soltanto nel V secolo, a cinquecento anni di distanza dal periodo della vita terrena di Maria, appare una leggenda sul rapimento della vergine in cielo. Una leggenda e basta.
Solo su questa unica scorta, e dopo quasi diciannove secoli, Pio XII decide di proclamare il dogma dell’assunzione corporale di Maria in cielo.
Scrive il Comba:
Prima i dogmi ecclesiastici erano una interpretazione, una precisazione e una definizione d’una verità di fede rivelata mediante testimonianze esplicite o almeno implicite nella sacra Scrittura, e mediante la testimonianza della tradizione ecclesiastica. Ma questa volta, la prima in cui il papato esercita il suo primato dell’infallibilità dopo la sua definizione del 1870, viene decretata l’esistenza di un fatto che non è attestato da nessun documento storico dell’epoca e che apparisce con tutti i caratteri di una leggenda cinque secoli più tardi. E’ enorme, questa sfida lanciata in pieno XX° secolo contro i metodi più incontestati della ricerca storica e della dimostrazione della verità (7).
All’indomani della definizione del dogma, non rimasero sconcertati soltanto i protestanti, ma molti dei teologi cattolici stessi.
Scrissero Bennet e Winch:
Quasi ovunque regna oggi uno spirito di tolleranza…Sarebbe estremamente deplorevole, se Roma facesse un passo indietro, e ponesse un nuovo, non necessario ostacolo sulla via dell’unità, nella forma di un dogma, che non è accolto come dogma da nessun’altra comunità cristiana…L’Anglicanesimo…è troppo consapevole della somma importanza dell’autorità dell’antichità cristiana, perché possa prendere in considerazione il riconoscimento dell’assunzione corporale di Maria…Quanto alle comunità protestanti…questa concezione…sembrerà loro una favola, e la sua elevazione a dignità di dogma come quasi irreligiosa (8).
Max Thurian, teologo della comunità ecumenica di Taizé, aggiunse il suo sdegno definendo il dogma come “…una dottrina priva di fondamento storico” (9). Altri eminenti teologi parlarono di “bestemmia”, “intoppo”, “anacronismo”.
Privato delle sue basi evangeliche, patristiche e storiche, su quale base si è potuto reggere il dogma?
Da un rapporto intitolato: Il Papa dell’Assunzione e Fatima, e firmato dal Cardinale Federico Todeschini, si legge:
Erano i giorni della definizione dell’Assunzione della Santissima Vergine Maria. Durante uno di questi, incontratomi con Sua Santità…il santo Padre, visibilmente emozionato si degnò di confidarmi ciò che segue: ‘Ieri, ho visto un prodigio che mi ha profondamente impressionato’.E mi narrò di aver visto il sole sotto la stessa forma, con quegli stessi prodigi, in quella stessa apocalittica convulsione, che noi sappiamo essersi prodotta davanti a 70.000 persone a Fatima…Era il 30 ottobre 1950 – mi narrò – l’antivigilia del giorno che l’intero mondo cattolici attendeva con impazienza, quello della solenne definizione dell’Assunzione in cielo della Santissima Vergine Maria. Verso le quattro del pomeriggio…fui colpito da un fenomeno che non avevo mai visto prima di allora. Il sole, ancora abbastanza alto, appariva come un globo opaco…si muoveva verso l’esterno…ruotando…Lo stesso fenomeno si ripetè il giorno dopo, il 31 ottobre e il 1° novembre, giorno della definizione; poi l’8 novembre, ottava di quella solennità (10).
Un sole che ruota è molto più ‘teologicamente corretto’ del vangelo, della Patristica e della storia?
A parte le considerazioni di carattere psicologico, che ci possono portare a pensare ad un’allucinazione subita dal papa, ci sono considerazioni molto più importanti da fare proprio in riferimento alla strumentalizzazione di carattere politico delle vicende di Fatima. Ne parleremo più avanti.
Tutto troppo ‘nebuloso’ per proclamare una cosa seria come un dogma. E, dato il tema del libro, se il papa fosse stato vittima di un inganno spiritico? Assurdo pensarlo? Continuiamo ad andare avanti.
E tu, madonna, chi sei?
Il Vaticano, ad ogni buon conto, non riconosce come valide tutte le apparizioni mariane di questi ultimi decenni: Maria , neppure in casa sua padrona incontrastata.
In un numero del mensile “Jesus” (11), compariva la lettera di un lettore, il quale chiedeva al teologo di turno il perché del silenzio del vaticano sulle parole della madonna di Fatima , riguardo al famoso ‘terzo segreto’.. Il teologo rispondeva esemplarmente affermando che non era il caso di parlare di “messaggi della madonna…parole della madonna”, ma più correttamente di “parole che Lucia attribuisce alla madonna di Fatima”. Chi ha orecchio per udire, oda. E tanta prudenza è comprensibile se si tiene conto, per usare ancora la simpatica espressione del Monsignor Tonini, delle innumerevoli “scemenze” scaturite da innumerevoli presunte comunicazioni mariane.
Sono “scemenze” anche quelle a cui crede Don Stefano Gobbi, fondatore del Movimento Sacerdotale Mariano, e beneficiario di una sorta di locuzione interiore, quasi un filo diretto con la madonna?
Il divino non ha paura di essere messo alla prova; proviamo, dunque.
Dal “Diario” del sacerdote Gobbi leggiamo: “Voglio (è la madonna che parla, ndr) che i miei sacerdoti vivano sempre e solo nella fiducia più grande in me. Devono attendersi da Me ogni cosa, anche per quanto riguarda la loro vita e i mezzi per vivere” (12).
E ancora: “Non tocca a te pensare quello che è per il tuo bene; non fare progetti, non costruire il domani perché, vedi, Io mando tutto all’aria e tu poi ci resti male. Perché non vuoi fidarti di me? Lascia che sia Io a costruire, momento per momento, il tuo avvenire” (13).
A La Salette, nel 1846, l’entità mariana riferiva alla veggente: “Se voglio che Mio Figlio (Gesù) non vi abbandoni, debbo pregarlo incessantemente” (14).
Al veggente Vittorio Spolverini, di Farra d’Isonzo, Gorizia, la madonna ha detto: “Dio ha concesso a Satana un secolo per fare il pieno di anime. Ma la Vergine non è d’accordo. Così ora che il secolo sta per finire, e Satana sta accelerando i tempi…la Madonna è scesa decisamente in campo” (15).
Renato Baron, veggente di Schio, Vicenza, riceve dalla madonna questo messaggio: “Un giorno molto vicino dovrai dire ai responsabili della chiesa che Gesù vuole che la madre sia regina del mondo…e non permetterà mai l’errore di allontanarla dagli altari…Il mondo vuole Maria e Maria salverà il mondo” (16).
Gesù non commetterà mai questo errore, dal momento che già dal Vangelo siamo informati che ha fatto di tutto, lo abbiamo visto, per tenere la madre lontana dagli altari.
Ma alcuni continuano a pensare che sia meglio ascoltare il “così dice il popolo”, anziché l’evangelico “così dice il Signore!”.
Queste ‘madonne’ sono decisamente in contrasto con le più belle verità della Sacra Scrittura: “devo pensare a tutto io”, avrebbe detto la presunta madonna a Don Stefano Gobbi; nel Vangelo, Gesù così si esprime: “Dimorate in me…senza di me non potete fare nulla” (17). Così dice di Gesù l’apostolo Pietro: “E in nessun altro è la salvezza; poiché non v’è sotto il cielo alcun altro nome, per il quale noi abbiamo ad essere salvati” (18). Nessun altro nome: neppure quello di Maria.
Fanno rabbrividire le pretenziose dichiarazioni di madonne che si mettono al posto di Dio; dipingendolo dapprima come un Titano assetato di sangue, e prendendo poi al Suo posto decisioni su chi salvare o meno.
Come conciliare con il Vangelo, dal quale le madonne dovrebbero pur attingere per proclamare le loro ‘verità di fede’, le conturbanti visioni di un Gesù despota da imbonire incessantemente? O, se vogliamo, come conciliare le drastiche immagini mariane con le meravigliose testimonianze che Gesù offre di se e del Padre; e del tenero affetto che entrambi nutrono per ogni essere umano? Nel vangelo è scritto: “Io altresì vi dico: chiedete, e vi sarà dato; cercate e troverete; picchiate, e vi sarà aperto. Poiché chiunque chiede riceve, chi cerca trova, e sarà aperto a chi picchia… E chi è quel padre tra voi che, se il figliuolo gli chiede un pane, gli dia una pietra?…Se dunque voi… sapete dare buoni doni ai vostri figliuoli, quanto più il vostro Padre celeste donerà lo Spirito Santo a coloro che glielo domandano” (19).
Credo di non ferire nessun cattolico se affermo che queste madonne non sono in armonia col Vangelo. Neppure credo di scandalizzare quando sostengo che le dichiarazioni ( o “scemenze”) di queste madonne, tutte tese a ritoccare le più belle verità evangeliche, ricordano in maniera impressionante, anche quando si sforzano di parlare di ‘pace’, i contenuti dei messaggi propinateci dalle entità spiritiche. C’è decisamente il rischio che molti sinceri fedeli cattolici abbiano dato credito a “dottrine di demoni”. Era proprio ciò che Epifanio voleva evitare accadesse .
La scrittrice cristiana Ellen White, afferma che gli angeli di Satana, per cercare di sviare gli uomini, si sarebbero manifestati anche nelle vesti degli apostoli, dei santi e, aggiungo io, della madonna, allo scopo di correggere quanto affermato dalla Bibbia: “Gli apostoli impersonificati da questi spiriti bugiardi, contraddicono quanto scrissero sotto la guida dello Spirito Santo mentre erano sulla terra” (20).
Troppe bugie, signora madonna
Ciò che smaschera decisamente l’entità mariana sono le numerose contraddizioni in cui è caduta. Ci vorrebbe un’intero libro per esaminarle tutte. Ci limiteremo a riportare esempi da una delle manifestazioni più seguite: quella di Medjugorjie.
Il 19 maggio 1982, al giovane veggente Ivan, la ‘madonna jugoslava avrebbe lasciato il seguente messaggio: “La Santa Vergine …lascerà un segno…Ci sarà un grande santuario a Medjugorje, a ricordo delle mie apparizioni e questo santuario sarà a mia immagine …il segno si realizzerà nel sesto mese” (21). Il segno non si realizzò.
A Vicka, altra veggente, il 27 agosto del 1981, la ‘madonna’ aveva già attestato che il segno si sarebbe “verificato presto”; invece, in due apparizioni successive, il 31 agosto 1981 e il 3 settembre 1981, l’entità si limitò a ripetere che ci voleva “un po’ di pazienza”. Da allora ha sempre regnato la pazienza. Commenta Monsignor Pavao Zanic : “Vicka ha detto…che il segno sarebbe stato dato prima che il suo papà ritornasse dalla Germania. Ed egli doveva venire verso il Natale del 1981. Questo segno…fu annunciato al pubblico molte volte: per l’Immacolata del 1981, per il Natale dello stesso anno, per il Capodanno 1982 ecc. Naturalmente quando non è successo nulla, i veggenti hanno detto: ‘Noi non lo abbiamo detto!’” (22).
Bisogna commentare oltre? Chi ha mentito: i veggenti che non hanno mai visto nulla o che, nel migliore dei casi, sono stati vittime del loro psichismo ultraeccitato; oppure la ‘madonna’, che non è capace di mantenere le promesse ? E se i veggenti sono in buona fede, hanno cioè realmente visto un’apparizione, allora ne consegue che questa non può essere la Maria del vangelo. La conferma giunge da un altro degli strafalcioni dell’entità di Medjugorje: il 26 giugno 1981, davanti ad una folla di circa 3000 persone, la veggente Ivanka cade in trance, e in quello stato rivolge alcune domande all’apparizione. Chiede informazioni sulla mamma, morta da poco. L’entità le assicura che sua madre è felice nel cielo; e in una successiva visione la ragazza vede direttamente lo spirito della madre in paradiso (23). Ecco come l’entità di Medjugorje, dimenticando che la Bibbia parla diffusamente del sonno dei morti, inganna una ragazzina ricalcando pedissequamente le orme delle entità dello Spiritismo.
Le guarigioni miracolose
Non possiamo pensare che Dio sia incapace di fare dei miracoli; dubitiamo invece che tutti i miracoli siano da attribuire alla Sua azione. Gesù ci aveva messo in guardia: “Guardatevi dai falsi profeti i quali vengono a voi in vesti di pecore, ma dentro son lupi rapaci. Voi li riconoscerete dai loro frutti…Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiam noi profetizzato in nome tuo, e in nome tuo cacciato demoni, e fatto in nome tuo molte opere potenti? E allora dichiarerò loro: io non vi conobbi mai; dipartitevi da me, voi tutti operatori di iniquità” (24).
In questo brano evangelico, il Signore illustra la differenza tra i miracoli divini e le contraffazioni demoniache (25), ci fa capire che i famosi frutti sbandierati da tanti sostenitori delle apparizioni mariane: le guarigioni, le conversioni, il cambiamento di abitudini, non sono i frutti a cui Lui fa allusione. Intendiamoci, non si vuole sostenere che una conversione, ad esempio, non sia un segno dell’azione e della presenza di Dio; ma Gesù menziona un frutto che è inequivocabile, fondamentale: l’adesione alla Parola di Dio. Infatti, il termine greco per ‘iniquità’, significa ‘senza legge’; per cui, per Gesù, nessun frutto è testimonianza e prova della presenza di Dio se chi lo esibisce non si fonda sull’insegnamento della Bibbia. In altre parole: ci sono persone, o entità, che possono fare dei grandi miracoli, ma se non sono autorizzati dal Signore, utilizzano poteri che da Lui non provengono.
D’altronde, come giudicare frutto inequivocabile una conversione? A chi si converte colui che segue la madonna? E quand’anche il frutto fosse una guarigione, anche allora saremmo tenuti a dubitare se la fonte miracolosa indirizza a messaggi, a conoscenze, ad azioni che la Bibbia non approva. La Bibbia approva le apparizioni mariane? Lo vedremo.
Quando si tratta di miracoli, spesso non è neppure necessario ricorrere alle categorie del divino, del soprannaturale.
Il prof. Franco Granone, studioso dei fenomeni di guarigione dichiara:
I meccanismi biologici è probabile che entrino in causa anche in molte cosiddette guarigioni miracolose; ogni qual volta cioè una forza mistica, esaltata dalla fede, dall’aspettativa e dall’ambiente ( come accade nei luoghi sacri), procura quegli stati di estasi che tanti punti in comune hanno (fisiologicamente parlando) con gli stati di trance ipnotica autoindotta o di sonnambulismo…In tali condizioni l’iperattività del complesso ipotalamico eccita e potenzia la corticalità vegetativa, inibendo quella intellettiva, e realizza per via indiretta, sia per mezzo dei riflessi cortico-viscerali, delle correlazioni psicosomatiche eccezionali per intensità e volume, tanto da poter arrivare a fenomeni di parcellari distruzioni e reintegrazioni cellulari (26).
Infatti, gli studi fatti sui ‘miracolati’ di Lourdes, dal 1921 al 1959, hanno dimostrato che quattro miracolati erano al di sotto dei cinque anni; sei erano al di sotto dei dieci; sette al di sotto dei quindici. Le guarigioni più numerose si sono avute per la fascia d’età compresa tra i quindici e i trenta anni, seguite, nettamente a distanza, da quelle della fascia dai trenta ai quaranta, e dalla fascia dai quaranta ai sessanta. Due sole guarigioni al di sopra dei sessanta anni.
Risulta pertanto – continua il Prof. Granone – che l’età della vita in cui più facilmente accade l’evento miracoloso che, biologicamente parlando, possiamo considerare un evento psicosomatico, è quella in cui più rigogliosa è la vita istintivo-affettiva e più valida è la potenza plastica delle immagini. Quasi che esso, per compiersi, abbia bisogno di un potenziale energetico, come solo particolari stati di pathos e di trance ipnotica possono suscitare; mentre dove l’organismo, o perché immaturo, o perché vecchio, non ha a disposizione tali ricchezze energetiche e possibilità vitali, l’evento miracoloso difficilmente accadrebbe (27).
Nulla di sovrannaturale, in questo caso.
Di sovrannaturale si deve invece parlare per il fenomeno studiato dal Prof. Libinski. Lo studioso, con uno strumento che misura la ionizzazione dell’aria , ha cercato di scoprire se le apparizioni di Medjugorje siano solo frutto di isteria collettiva, oppure accadimenti sovrannaturali.
Il venerdì 15 marzo 1985, nella chiesa di Medjugorje, in assoluto stato di silenzio, al momento in cui i veggenti sono caduti in trance, lo strumento del professore ha misurato fino a 100.000 millirads per ora. In un raduno sportivo, molto popolato, se ne sprigionano appena 20. Ciò dimostra l’eccezionalità del fenomeno stesso, impossibile da produrre con la sola suggestione. Crediamo quindi, che le apparizioni di Medjugorje siano un fatto soprannaturale, ma non necessariamente divino.
Tutte le entità, buone o cattive che siano, essendo pura energia, sono in grado di produrre il fenomeno della ionizzazione dell’aria. E se fosse una entità malvagia che, per potersi rendere credibile e far accettare i suoi falsi messaggi, ionizza l’aria sul luogo delle apparizioni, fino a produrre il senso fisico di benessere e di pace da molti avvertito in tali circostanze, come fare ad esserne coscienti? Dai frutti di guarigione? Dalle sensazioni psico-fisiche che si sperimentano?
Detto in altra maniera: quando delle persone che sono state sul luogo di una apparizione, testimoniano di aver sperimentato un senso di serenità, ci stanno in realtà dicendo di essere state immerse in un campo di aria ionizzata. E questo non è un miracolo. Perlomeno non è un segno inequivocabile che l’apparizione sia di origine divina anziché demoniaca. Ecco perché neppure Gesù si è fidato dei suoi sensi, ma ha risposto a Satana che lo tentava con un “Così sta scritto”.
Se l’entità, foss’anche la madonna, devia dal “così sta scritto”, non ci sono sensazioni o miracoli che tengono: non siamo autorizzati a darle credito.
Satana stesso, ci dice l’apostolo Paolo. “si traveste da angelo di luce”…quindi, anche da ‘madonna’.
E Fatima?
Uno dei più grandi teologi dei nostri tempi, Hans Kung, è convinto che Fatima sia una mistificazione. Secondo il giurista francese Edmond Paris, invece, è una colossale bugia che ha rischiato, e potrebbe ancora rischiare, di deviare il corso degli eventi storici.
Noi siamo convinti che a Fatima, nel 1917, sia avvenuto qualcosa che ha a che fare col sovrannaturale, ma che non sia di origine divina. Lo vedremo meglio nel prossimo capitolo; intanto è interessante prendere in considerazione la tesi del Paris, dal momento che di lati oscuri a Fatima ce ne sono stati in gran quantità.
Innanzitutto Lucia, una delle veggenti di Fatima, ha scritto le rivelazioni dell’apparizione soltanto tra il 1936-1937, e poi verso il 1941-1942, su richiesta dei suoi superiori. In poche parole, le famose profezie di Fatima, non sono state fatte conoscere al mondo se non quando tutti gli eventi profetizzati hanno avuto luogo. Sono, insomma, rivelazioni post-datate; nota il Paris:
Lucia, in effetti, e come ci si doveva attendere, ha preso i voti. E’ dal profondo del suo convento ch’ella ha completato a più riprese, su richiesta dei superiori, ciò che le aveva detto la Signora nel 1917, e questi ricordi s’adattano, come per combinazione, alla situazione internazionale del momento in cui essa li redigeva (28).
I fatti danno ragione al Paris: il 13 giugno 1917, in occasione della seconda apparizione, la madonna avrebbe comunicato a Lucia la prossima morte degli altri due veggenti, Giacinta e Francesco. Di li a poco, in effetti, la peste spagnola ucciderà il ragazzo nel 1919, e sua sorella nel 1920: “ma…-commenta ancora Edmond Paris –questa rivelazione della Signora, che costituisce il ‘piccolo segreto’ di Fatima, non fu comunicata che nel 1927 da Lucia, che aggiunse ancora qualche dettaglio supplementare nel 1942” (29).
Nel corso della terza apparizione, quella del luglio 1917, la ‘madonna avrebbe invece rivelato fatti di alta politica internazionale. Purtroppo, anche in questo caso, anziché essere rivelati immediatamente, gli avvenimenti furono fatti conoscere al mondo soltanto nel 1942, anno in cui Lucia redasse le memorie. Parte del messaggio diceva:
La guerra va verso la fine, ma se non si smetterà di offendere il Signore, sotto il regno di Pio XI ne comincerà un’altra peggiore”; poi si aggiungeva che se i peccatori “faranno ciò che vi dirò, molte anime si salveranno e avranno pace…per impedirla (la seconda guerra mondiale, ndr) verrò a chiedere la consacrazione della Russia al mio Cuore Immacolato…Se daranno ascolto alle mie richieste, la Russia si convertirà e ci sarà pace. Altrimenti diffonderà nel mondo i suoi errori… (30).
Dunque, la madonna annuncia il castigo dei peccatori per mezzo di una guerra. Guerra che poteva essere evitata se la Russia si fosse consacrata a lei. Ma, ci domandiamo: quale avvertimento hanno potuto ascoltare i peccatori, se questo è stato pubblicato solo dopo che gli avvenimenti che dovevano essere scongiurati erano già alle spalle, cioè accaduti?
Incredibile pastrocchio, se si aggiunge che nella comunicazione mariana succitata, la stessa madonna aveva cura di raccomandare ai veggenti di “non dire nulla” del contenuto del messaggio. Come sarebbe a dire ? Prima l’entità prevede una terribile guerra, che può essere evitata ascoltando i suoi consigli, e poi, si premura che gli stessi consigli non vengano resi noti. Questo è quello che illustri commentatori hanno definito “il grande avvertimento mariano”; “Singolare avvertimento – commenta il Paris -, che attende che il male sia fatto per esprimersi”. Ugualmente, un sincero cattolico, il religioso Michel Agnellet commenterà: “Questo testo- che perde evidentemente un po’ del suo valore profetico dall’istante in cui, comunicato nel 1917, fu pubblicato soltanto nel 1942 – è sufficientemente sconvolgente per aver bisogno, crediamo, di commenti” (31). Infatti ci chiediamo: quali commenti può suscitare un testo ‘profetico’ reso pubblico con 25 anni di ritardo? Chi ha ingannato chi?
Questo ‘segreto’ fu reso pubblico “per il bene delle anime” da papa Pio XII, nell’ottobre del 1942; e cioè nel momento in cui l’armata hitleriana, dopo i disastri subiti in Russia, riprendeva disperatamente l’offensiva, e nello stesso momento in cui la Chiesa Cattolica, per voce del Cardinale Baudrillart a Parigi, lanciava appelli ai volontari che avrebbero dovuto soccorrere i nazisti: “E’ in questo momento- aggiunge Edmond Paris -, il 31 ottobre 1942 esattamente, che S.S. Pio XII, il papa più germanofilo della storia…pronunciò “la consacrazione del mondo e della Russia al Cuore Immacolato di Maria”. Singolare coincidenza” (32).
Ecco come una ‘profezia’, che il mondo non conosceva, potè tornare utile anche con venticinque anni di ritardo.
Stesso discorso è da farsi per ciò che riguarda il famoso “terzo segreto”, che il Vaticano avrebbe rivelato il 13 maggio 2000. Di questo fatto ho parlato più ampiamente in un altro libro (33).
Ma la menzogna, no!
Potrebbe la madonna mentire? La madre di Gesù, no; l’entità di Fatima si.
Il canonico Formigao intervistò Lucia la sera stessa dell’apparizione del 13 ottobre 1917 domandandole di riferire esattamente le parole della madonna: “Ella ci ha detto…che la guerra finirà oggi e che possiamo attendere i nostri soldati molto presto”, rispose la veggente. Le stesse parole furono riportate dal redattore capo del giornale O Seculo, che così scrisse: “Lucia, colei che parla con la Vergine, annuncia con atteggiamenti teatrali, sul collo di un uomo che la trasporta di gruppo in gruppo, che la guerra è finita e che i soldati rientrano” (33).
Il canonico Formigao tornò da Lucia il 19 ottobre, e le pose di nuovo la domanda: “il 13 corrente, Nostra Signora ti ha detto che la guerra sarebbe finita il giorno stesso ?”,
“Ecco quello che ha detto – rispose Lucia -: ‘La guerra finisce oggi, e che possiamo attendere i nostri soldati’”
“Ma riscontro che la guerra si protrae – ribadì Formigao – I giornali notificano che ci sono stati dei combattimenti dopo il 13: Come si può spiegare ciò?”.
“Io non lo so…- terminò Lucia – Io ho ripetuto le stesse parole di Nostra Signora”
Da parte nostra però sappiamo che alla ‘madonna’ di Fatima non si addice il ruolo di profetessa: l’armistizio ci fù esattamente un anno più tardi, l’11 novembre 1918.
Decisamente ingenuo è invece l’atteggiamento dell’entità quando, in occasione della quarta apparizione, del 13 agosto 1917, constatò che i veggenti non erano giunti all’appuntamento perché trattenuti dall’autorità civile; la ‘madonna’ avrebbe dovuto saperlo perché, si suppone, di natura divina. Invece sembra ignori ogni cosa poiché, riferisce il teologo Barthas: “La Signora, li aveva (i veggenti) attesi invano”. Per parte nostra ci sforziamo di esercitare il saggio dono dell’incredulità, lo stesso sarcasmo ci fa difetto e non ci pare assolutamente indicato all’indirizzo di quei milioni di sinceri credenti cattolici, continuamente raggirati da simili sciocchezze. La loro fede e la loro intelligenza meriterebbero di più!
E già che ci siamo, in tema di menzogne, ricordiamo che L’Osservatore Romano, organo ufficiale della santa Sede, nel tentativo di dare credibilità al fenomeno Fatima, il 18 novembre 1951 pubblicò due foto del famoso ‘prodigio del sole’ avvenuto nel corso dell’ultima apparizione; la didascalia così recitava: “L’origine delle due fotografie che noi riproduciamo è rigorosamente autentica”.
Purtroppo per L’Osservatore, L’Associated Press e il New York Herald dimostrarono, prove alla mano, che le due foto riproducenti il “più sensazionale miracolo dei tempi moderni”, erano dei falsi. Erano state scattate nel 1922, e non nel 1917, e rappresentavano il sole al livello dell’orizzonte, mentre il presunto miracolo del sole di Fatima avvenne quando l’astro era in pieno mezzodì.
Poco credibile risulterà l’Osservatore Romano, che dovette ammettere lo smacco.
E se Fatima fosse tutto un’imbroglio, come le due foto dell’Osservatore Romano? C’è di che essere inquieti. Anche se si è cattolici, anzi, a maggior ragione. Forse è per questo motivo che un cattolico convinto come Hans Kung sarebbe tentato di rivelare tutto ciò che sa sul caso. In un intervista rilasciata al giornalista Antonio Padalino, di Panorama, il teologo ha affermato: “Ho studiato il caso Fatima, ho gli atti in archivio a Tubinga, ho mandato un rapporto a molti cardinali: non ho mai raccontato nulla, ma se mi fanno innervosire pubblicherò tutto” (34).
Se ciò contribuisse alla scoperta della verità, allora noi sollecitiamo ansiosamente Hans Kung a rivelare tutto ciò che sa.
Povera Maria!
Non potevamo chiudere un capitolo sulle apparizioni mariane senza menzionare i fatti che hanno catalizzato l’attenzione dell’opinione pubblica, non solo di parte cattolica, negli ultimi anni del ’90: le lacrime della statuetta di Civitavecchia.
Molto dura, a riguardo, è stata la teologa cattolica Adriana Zarri, che ha definito le masse accorrenti a Civitavecchia, ignoranti sul contenuto della Rivelazione: “Coloro che vanno in pellegrinaggio a Civitavecchia, non conoscono la Bibbia”, ha sentenziato.
Le ha fatto eco l’antropologa Ida Magli:
La vicenda della presunta lacrimazione di Civitavecchia è una storia così evidentemente rozza che non varrebbe neppure la pena di parlarne perché offende la coscienza di tutti i credenti. Quella statuetta di gesso e tutto ciò che si è creato attorno ad essa rappresenta una regressione proprio sul piano religioso. Si pensi a cosa combinò Mosè col vitello d’oro che gli ebrei, a sua insaputa, avevano costruito e volevano adorare. E’ proprio dal punto di vista del cristianesimo che questi fenomeni sono pericolosi perché introducono nella credenza popolare elementi che appartengono alla cultura pagana (35).
Possiamo sorvolare sulla diatriba degli esami del dna negati e sulla matrice maschile del plasma asportato dalla statua. Ma non possiamo tacere ciò che avrebbe da dire la Bibbia a tutti i fedeli di Civitavecchia.
Sappiamo che Maria era di stirpe ebraica e che osservava fedelmente i comandamenti del Signore. Uno di questi comandamenti, il secondo per l’esattezza (36), le proibiva di farsi “scultura e immagine alcuna di ciò che è lassù nei cieli e quaggiù sulla terra”, e di prostrarsi “dinanzi a tali cose…”. Maria, finché ha vissuto su questa terra, si è attenuta scrupolosamente a tali comandi: come potrebbe allora, adesso che, si suppone, sia in cielo accanto alla Deità, permettersi di far lacrimare suoi simulacri e spingere così migliaia di sinceri fedeli a trasgredire quel comandamento da lei osservato? Non può farlo, perché Dio lo ha vietato in eterno. Ne consegue che Civitavecchia, ed esperienze consimili, non sono fenomeni suscitati da Dio.
Ci associamo interamente allo sdegno di don Franco Barbero, sacerdote, che legge e vive la verità del Vangelo. Ha voluto dire la sua, scrivendo una ipotetica lettera a Maria, con queste parole:
Cara Maria di Nazareth…Ho l’impressione…che da un po’ di tempo gente troppo ‘zelante’ ti stia facendo un brutto servizio. Proclamano ai quattro venti che tu sei apparsa qua, apparsa là…tanto da farti sembrare ora una maga, ora una fatina, ora una befana in vena di strane comparse…sei diventata un sicuro investimento. Anche quando il dollaro scende, le ‘azioni’ mariane continuano a salire…Mi spiace per te, Maria di Nazareth, ma molto di più per questo commercio che rischia di travolgere la fede dei più semplici…quante stupidaggini ti fanno dire in queste supposte apparizioni! Ti mettono in bocca messaggi di angoscia e di minaccia che non hanno nulla in comune con la gioia e la speranza dell’Evangelo…Continuerò a pensare a te come donna e come credente la cui storia ha molto da insegnarci. Tu non sei la bambola di gesso che le nostre teologie maschili hanno fabbricato…Ci sarà forse qualche dogma da archiviare e qualche migliaio di santuari da chiudere e ‘riconvertire’, ma l’Evangelo può esigere da noi questo e altro”.
Ci sta a cuore rimarcare che è l’Evangelo ad esigerlo, non certo le nostre convinzioni particolari.
L’entità mariana non ha il passaporto del cielo, e nel prossimo capitolo capiremo perché.
Note:
1) Luca 1:26-38; Giovanni 2:1-10; Luca 2:39-52; Luca 8:19-21
2) Miegge Giovanni: “La Vergine Maria”, Claudiana, Torino, 1982, p.33
3) Cirillo “Adversus Nestorium”, I, 9-10; P.G. 76-57
4) Il riferimento è alle “Colliridiane”, un gruppo di donne che formavano una piccola setta in Arabia. Il loro culto consisteva nell’offerta di focacce di farina d’orzo (collirydia) alla Vergine del Cielo, alla stregua delle sacerdotesse pagane (vedere Geremia 7:18)
5) Apocalisse 19:9,10
6) Epifanio, “Panarion” 78,24; 79, 4,7
7) Comba Ernesto: “Cristianesimo e Cattolicesimo”, Ed. Claudiana, Torino 1981, p. 293
8) Bennet-Winch: “The Assumption of Our Lady and Catholic Theology”, London, 1950, pp. 109-112
9) Thurian: “Le Dogme de l’Assumption”, in ‘Verbum Care’, vol.V, n° 17-20, p.11
10) Réju Daniel: “Il terzo segreto di Fatima”, Ed. Mediterranee, Padova, 1981, pp. 57,58
11) Benassi Vincenzo: “L’enigma Fatima”, in ‘Jesus’, marzo 1987
12) Gramaglia Pier Angelo: “Verso un rilancio mariano?”, Claudiana, Torino, 1985, p 13
13) Idem: pag.14
14) “E’ in atto la profezia di Fatima”, Ed. Aggeo, Gavinana, p. 4
15) “Il Gazzettino”, Treviso, venerdi 4 novembre 1988
16) “Messaggi della Madonna al gruppo di preghiera di Schio”. Edito dal gruppo omonimo.
17) Giovanni 15:4,16
18) Atti 4:12
19) Luca 11:9-13
20) Ellen G. White: Il Gran Conflitto, Edizioni ADV, Firenze, 1979, p. 406
21) Gramaglia Pier Angelo: “L’equivoco di Medjugorje”, Claudiana, Torino, 1987, p. 97
22) Gramaglia: “Verso un rilancio mariano?”, op. cit. p.34
23) Idem: p 36
24) Matteo 7:15-23
25) Anche Satana e i suoi demoni fanno miracoli: Matteo 24:23-26; II Tessalonicesi capitolo2
26) Granone Franco: “Trattato di ipnosi”, Torino, 1983, p. 399
27) Idem
28) Paris Edmond : ‘’ Les mystères de Lourdes, La Salette, Fatima ‘’, Union de défense protestante suisse, Yverdon, 1971, p.126
29) Idem : p. 12
30) Mantero Piero: ’’La profezia di Fatima e la conversione della Russia“, Ed. Segno, Udine,1992, p.12
31) Paris Edmond: op. cit. p. 133
32) Idem: p. 134
33) Idem: pp.139,140
34) Padalino Antonio:”Mi permetta, Santità, Lei è un uomo del Medioevo”, su ‘Panorama’ del 8. gennaio 1998
35) Montali Gabriella: in ‘Oggi’ del 19 febbraio 1997, p. 88
36) Esodo capitolo 20
Spiritismo: attenzione, ghiaccio sottile!
Di Luigi Caratelli
Per lo Spiritismo i fenomeni accadono certamente; ma non grazie alle presunte, e mai trovate, facoltà psichiche del cervello, bensì per la compiacenza di entità invisibili.
Penso sia inutile proporre in questa sede una, anche seppur ridotta, storia dello Spiritismo. Le vicende sono molto note, e per uno studio più approfondito esistono in circolazione un gran numero di testi. Ci pare invece indispensabile ripercorrere le fasi della rinascita del fenomeno medianico a partire dalla seconda metà dell’800, rivisitando all’uopo un evento fondamentale.
Siamo nel 1847. Giovanni e Margherita Fox, con le loro due giovani figlie, Margareth quindicenne, e Katie dodicenne, si trasferiscono in una casetta di Hidesville, un villaggio della contea di Wayne, stato di New York. Durante la notte la famiglia è svegliata da alcuni colpi secchi che potevano essere intesi in tutta la casa. Le due ragazze, per nulla spaventate, iniziano per scherzo a rispondere ai colpi, battendo le mani.
“Ogni battuta di mano ricevette un colpo per risposta. Allora (Katie) formò con le dita dei numeri chiedendo (all’entità)… di dirle i numeri che via via andava formando. Siccome le risposte che otteneva a mezzo dei colpi erano esatte, Katie osservò: ‘Ci vede e ci sente bene!’ Margareth allora aggiunse: ‘Conta uno, due, tre e quattro’, e i colpi risposero esattamente. Le fanciulle si convinsero che l’autore dei colpi misteriosi era un essere intelligente che aveva la possibilità di rispondere battendo i colpi che gli venivano richiesti (1).
Nacque così un codice improntato sullo schema di un rudimentale alfabeto Morse, e la famiglia Fox potè facilmente appurare le generalità del misterioso ‘ospite’, che asserì di essere lo spirito di un merciaio ambulante, assassinato e poi sepolto nella cantina della casa. Le indicazioni dell’entità risultarono esatte allorché, fatte le debite ricerche, veramente i Fox scoprirono delle ossa nel luogo indicato dallo spirito.
Le comunicazioni continuarono; l’entità disse che avrebbe rivelato cose meravigliose e, addirittura, i fondamenti di una nuova religione altamente benefica per l’umanità.
Nel 1854 il movimento spiritista contava già adepti in ogni parte degli Stati Uniti; e nel 1857 metteva radici anche in Europa: Allan Kardec pubblicava il Libro degli spiriti, e gli spiritisti ebbero il loro ‘vangelo’. L’atto di fede era stilato, e le bandiere sventolavano in ogni latitudine: “La morte non esiste! Possiamo parlare con i nostri defunti”, si affermava con baldanza.
Sintetizziamo dal voluminoso corpo dottrinale dello Spiritismo, una serie di Definizioni che permettono una generica ma essenziale panoramica per la comprensione del movimento nascente:
Lo Spiritismo è la scienza, la filosofia e la religione della continuità della vita, basato sul fatto dimostrato della comunicazione a mezzo del potere medianico con coloro che vivono nel modo dello spirito.
Spiritista è colui che crede, come base della propria religione, nella comunicazione tra questo mondo e il mondo degli spiriti, ottenuta per mezzo del potere medianico.
Il medium è un individuo il cui organismo è sensibile alle vibrazioni che provengono dal mondo dello spirito, e per mezzo del quale le intelligenze di quel mondo possono trasmettere i loro messaggi e produrre i fenomeni dello Spiritismo (2).
Spiritismo: credibilità cercasi
In verità, neppure i medium spiritisti disdegnano di credere a presunte facoltà innate. Anzi, pare che sia ritenuto elettivo poter mostrare nel proprio curriculum doti personali, oltre ai doni forniti dalle entità. Ma l’illusione è stata smascherata, e il vizietto scientista non regge alle accurate ricerche di laboratorio. Addirittura l’intero castello spiritico ha rischiato di franare sotto i colpi dei ricercatori scientifici. Antesignani del moderno CICAP (3), gli uomini di scienza dell’800 osservarono i fenomeni prodotti dai medium e ne smascherarono un gran numero come illusioni create da abili trucchi. Gli stessi medium dovettero ammettere di aver frodato. Altri, compresi grandi nomi della scena contemporanea, sono stati addirittura colti sul fatto; come il sensitivo israeliano Uri Geller. Questi è stato scoperto a frodare dal tecnico del suono della Thames Television, Sandy Mc Crea, che dell’episodio riferisce quanto segue:
Stavamo filmando Geller in una camera d’albergo, a New York. Sul tavolo c’erano molti oggetti ( chiavi, cucchiai, orologi). Ad un certo momento, mentre il cameraman stava cambiando il film, Geller attirò l’attenzione degli altri su un certo punto del tavolo e forse dimenticò che io ero seduto sul letto dietro di lui: ebbene in quel momento io lo vidi fisicamente piegare il cucchiaio con le mani! Non solo, ma poco dopo disse: ‘Oh, guardate! Il cucchiaio si è piegato da solo!’. E tutti cedettero realmente che si fosse piegato in quel momento, grazie a qualche forza misteriosa. Ho anche la registrazione di queste frasi perché il magnetofono era ancora in funzione (4).
Molto tempo prima di Geller, un giovane apprendista medium americano, volle interessarsi alla produzione ‘in proprio’ delle meraviglie spiritiche e si tuffò nella pratica medianica. Fece ripetute prove durante tre mesi, ma delle eclatanti manifestazioni neppure la minima traccia. Continuò per altri mesi, andando incontro sempre allo stesso smacco. Infine si decise a produrre qualcosa di fittizio per strabiliare gli amici e per consolarsi dalla delusione. Ecco come lo racconta lo stesso medium provetto:
Avvenne così che un sabato sera, dopo il canto del primo inno, gli amici rimasero stupefatti nel sentire dei colpi che sembravano provenire dalla parete stessa del gabinetto. Naturalmente dovetti fingermi anch’io sorpreso. La mia frode era compiuta…Ciò mi confermò l’idea che qualunque medium può lavorare con la massima facilità quando si trova in un circolo formato esclusivamente da spiritisti. In una adunanza di persone meno credule la cosa sarebbe andata diversamente. Non avrei mai creduto che mi sarebbe stata attribuita la fama di medium capace di produrre i fenomeni più soddisfacenti in tutti gli Stati Uniti (5).
Le frodi delle sorelle Fox
Gi episodi, per nulla sporadici, di medium e sensitivi colti in flagrante frode, inducono a pensare seriamente alla possibilità che sulle scene dello Spiritismo transitino, con frequenza elevata, personaggi clowneschi o del mondo della prestidigitazione. Rileggendo la cospicua letteratura prodotta dal movimento spiritista moderno, ci accorgiamo che neppure le sorelle Fox, si sono potute sottrarre all’accusa di frode.
Il 21 settembre 1888, Margherita Fox Kane, rilasciò ad un giornalista di un quotidiano di New York una intervista contenente accenni a sensazionali rivelazioni sul movimento spiritista, che lei stessa avrebbe divulgato. “Si! Smaschererò lo Spiritismo – disse seccamente – e ne rivelerò i segreti… detesto me stessa per quello che ho fatto… lo Spiritismo è dato da un nulla…”(6).
Una settimana più tardi, giunse a New York anche l’altra sorella, Caterina, la più giovane della famiglia Fox, e anch’essa si allineò sulle posizioni di Margherita. “Io considero lo Spiritismo come una delle più grandi calamità che il mondo abbia mai conosciuto…(7). Le due donne furono concordi nell’accusare la sorella maggiore, Lea, indicandola quale responsabile delle loro disavventure spiritiche, nonché quale sfruttatrice delle loro capacità medianiche a scopo di lucro. Le due sorelle organizzarono per il 21 ottobre una riunione nella grande sala dell’Accademia di Musica, nel corso della quale avrebbero dimostrato pubblicamente che i rinomati fenomeni spiritici venivano prodotti con l’ausilio di abili trucchi e non da entità invisibili.
Nel salone, gremito di folla, risuonarono le parole di Margherita che, per prima, si presentò al pubblico. “Sono qui stasera nella veste di fondatrice dello Spiritismo per denunciarlo come una assoluta falsità dal principio alla fine, come la più inconsistente delle superstizioni, come la più malvagia blasfemia che il mondo abbia conosciuto.(8)
Seguì la dimostrazione pratica della frode. Ne riportiamo la descrizione citando le parole dello stesso reporter del New York Herald:
Facendo scricchiolare e scattare le giunture dei suoi alluci la signora Margherita Fox Kane ha prodotto sonori colpi come quelli che nelle sedute si presumevano provenienti dagli spiriti…Ella è salita su di una piccola tavola, dopo essersi tolta le scarpe. Mentre rimaneva immobile, si udivano colpi forti e distinti ora nel proscenio, ora dietro le quinte del palcoscenico, ora nella galleria…Da questi colpi è nato lo Spiritismo ed ecco che lo stesso alluce che lo ha creato lo ha distrutto ieri sera…(9).
Ma l’impressione prodotta da quella rivelazione fulminante doveva durare molto poco. Soltanto un anno dopo, in casa di Enrico J. Newton, uno spiritista di New York, e in presenza di altri testimoni, Margherita fece marcia indietro e ritrattò quanto aveva detto all’Accademia di Musica. “Volesse Iddio – esordì – che potessi riparare all’ingiustizia che ho commessa contro la causa dello Spiritismo quando, sotto la forte influenza psicologica di persone contrarie ad esso, pronunciai dichiarazioni che non avevano fondamento”. Margherita riconfermò la genuinità dei fenomeni prodotti dagli spiriti per suo tramite, e accusò alte personalità della chiesa Cattolica per essere stata indotta a denunciare il movimento spiritico.
Quando entra in scena l’inconscio
Le sorelle Fox, benché successivamente alla smentita abbiano riconfermato la genuinità dei fenomeni spiritici quali accadimenti prodotti dall’attività di vere entità invisibili, hanno dimostrato che i confini tra realtà e illusione sono molto labili. Pur accettando come genuina la loro attività medianica, abbiamo constatato che le donne erano in grado di riprodurre la fenomenologia spiritica ricorrendo a semplici trucchi. A questo punto ci si chiede: “Come essere certi che un medium stia dialogando con gli spiriti, o più semplicemente non ci stia abbindolando con le sue doti di prestigiatore?”.
Ma non ci sono solo le frodi ad inquinare la credibilità dei fenomeni spiritici. Si potrebbe ipotizzare, ad esempio, l’influenza dell’inconscio dello stesso medium nella produzione dei cosiddetti messaggi spiritici. Molti medici e psicologi sono di questo avviso. Ci rivelano che il sensitivo, specialmente quando cade in stato di trance, può autosuggestionarsi producendo e formulando esso stesso i messaggi, attingendoli dal suo inconscio. A tale proposito Pier Angelo Gramaglia cita: “un caso di sdoppiamento della personalità (dissociazione psichica)”, e constata che “ senza ricorrere all’anima di un defunto; nell’inconscio del medium potrebbe infatti avvenire una frattura di consapevolezza di cui neppure il soggetto sa rendersi conto”(10).
Il medium sul trapezio
Quanto detto sopra apre l’indagine in direzione della stessa personalità del medium. Egli è un elemento passivo nella dinamica dell’evento spiritistico, e non sono in pochi a ritenere che la sua struttura psichica sia minata da elementi o tendenze patologiche o, comunque, fortemente anormali. Scrive Maurice Ray: “Gli esseri squilibrati amano lo straordinario e lo ricercano. Lo Spiritismo ne mette a loro disposizione più di quanto possano desiderare. La loro persona psichicamente malata, (dunque già in parte sdoppiata) trova, sotto il nome di medium, una funzione perfettamente a propria misura”(11). Dello stesso avviso è il dott. Pierre Janet, il quale afferma che: “I Medium, quando sono perfetti, sono tipi dalla divisione più completa, nella quale le due personalità si ignorano completamente e si sviluppano indipendentemente l’una dall’altra”.
Un altro medico osserva:
Il medium è un neuropatico nel quale le crisi da Spiritismo si alternano talvolta alle crisi mentali… Possiede una spiacevole attitudine alla disgregazione, che a poco a poco si aggraverà sino a provocare uno sdoppiamento della personalità… A mano a mano che si perfeziona, la disgregazione mentale diventa completa, i suoi movimenti automatici diventano più complicati, la sua immaginazione e la sua memoria si liberano a loro volta dal controllo volontario: egli parla e compone messaggi. Dal suo fondo mentale tutto un gruppo di sensazioni, di ricordi, di idee, di voglie si distaccano evolvendosi indipendentemente dalla sua volontà. Egli non tarda a concludere che un’altra volontà, diversa dalla sua agisce nella sua stessa coscienza…(12).
Quindi, non spiriti di un’altra dimensione, ma fantasmi prodotti da una immaginazione malata? Turbe di uno psicopatico in luogo delle promesse fantastiche degli abitatori dell’invisibile?
Sarebbe tutto qui il misterioso e meraviglioso mondo dell’occulto: solo una pietosa produzione di anime nevrotiche?
Renè Guenon non risparmia colpi quando afferma:
i medium…sono piuttosto dei malati…Di tale stato di anormalità bisogna sempre tener conto, perché esso permette di spiegare frodi di altro genere: il medium, come isterico, prova quell’irresistibile bisogno di mentire, anche senza ragione, che tutti gli ipnotizzatori constatano nei loro soggetti…Tutto ciò fa parte di una psicologia anormale la quale d’altra parte non è mai stata studiata come dovrebbe: molta gente non sospetta neppure che vi sarebbe, anche nel campo delle simulazioni, una buona occasione per svolgere ricerche tutt’altro che prive d’interesse (13).
Parole verissime, suffragate da numerosi riscontri oggettivi, inequivocabili, ma non applicabili a tutti i casi. Chi scrive ha avuto modo di conoscere numerosi medium ai quali non è stato possibile attribuire alcunché di anomalo o patologico, a nessun livello. Ad essi nessuna perizia medica ha potuto diagnosticare i mali e i disturbi di cui abbiamo parlato poc’anzi. Molti medium rimangono in possesso di tutte le loro facoltà e restano a tutti gli effetti degli individui equilibrati.
Magra consolazione saperlo, dal momento che, come afferma lo stesso Guenon, lo spiritismo non presenta “questo…unico pericolo”(14).
Rischi di carattere fisico
Un antico detto recita: “L’albero lo si riconosce dai frutti che da”. Credo che lo stesso metro possa essere applicato allo Spiritismo: saggiare la genuinità di un fenomeno o, in questo caso, la sua pericolosità, è dovere imprescindibile di ogni persona che a tali fenomeni vuole avvicinarsi. Non è raro raccogliere testimonianze, anche tra gli stessi medium, di individui che per essersi avvicinati allo Spiritismo hanno quasi rischiato la vita. Già Papus, nel suo volume Analyse des choses, ci informava di una drammatica esperienza vissuta da alcuni curiosi sperimentatori dell’occulto:
Tre gentiluomini inglesi, allo scopo di rendersi conto di persona se certe affermazioni spiritistiche erano esatte, si rinchiusero durante una notte in una stanza di una casa disabitata…avevano portato… tre sedie e una tavola, attorno alla quale presero posto…Erano immobili e silenziosi da qualche tempo, attenti al minimo rumore…non si udiva alcun suono; l’oscurità era profonda e forse i tre improvvisati evocatori, annoiati, erano sul punto di spazientirsi quando un’acuta invocazione d’aiuto lacerò il silenzio della notte. Segni di un frastuono spaventoso e una grandine di proiettili si mise s piovere sulla tavola, sul pavimento e sui tre ricercatori… Terrorizzato, uno dei tre partecipanti accese un cerino…e quando la luce ebbe dissipato le tenebre soltanto due di essi si riscontrarono presenti, accorgendosi con angoscia che il terzo compagno mancava; la sua sedia giaceva rovesciata verso il fondo della stanza. Passato il primo momento di confusione, lo ritrovarono sotto la tavola, inanimato, con il capo e il volto coperti di sangue… la marmorea cappa del camino era stata prima divelta, poi proiettata sul capo del disgraziato e si era frantumata in mille pezzi. La vittima di questo incidente resterà quasi dieci giorni senza conoscenza tra la vita e la morte, e solo lentamente si riprese da quella terribile commozione cerebrale riportata (15).
Una fine analoga avrebbe potuto fare un mio carissimo amico.
Fin da ragazzo la famiglia lo aveva quasi iniziato agli eventi di carattere spiritico. Da parte loro, i genitori, avevano fatto di tutto per tener nascoste al giovane le reali intenzioni di chi partecipava alle continue riunioni segrete, tenute insieme ad amici di famiglia nel grande salone della casa. Nascondere ad un ragazzo, significa quasi invitarlo a scoprire. La porta di quella stanza era diventata la soglia di arcane magie e quindi un irresistibile polo d’attrazione per quella giovane, potente richiesta di curiosità. Un giorno il giovane decise di farsi coraggio e di scoprire, finalmente, cosa accadeva in quelle strane riunioni. Aprì di scatto la fatidica porta e, sopraffatto dallo stupore e dalla vergogna si trovò dinanzi gli sguardi sorpresi e infastiditi dei genitori e dei loro amici, tutti solennemente occupati intorno ad un tavolo. Il ragazzo sentì di aver combinato un guaio, ma non ebbe molto tempo a disposizione per capirne la portata poiché il pesante tavolo, sul quale gli astanti avevano formato la catena spiritica, levitò di scatto e volteggiando in aria si diresse verso di lui come sospinto da una forza spaventosa. Anni dopo poteva raccontarmi questa storia perché il terrore fu più forte dello smarrimento costringendolo a fuggire, mentre il pesante tavolo si schiantava fragorosamente contro la porta. Credo che molti lettori abbiano un amico al quale gli spiriti hanno lasciato segni visibili della loro presenza.
Se le tesi dello Spiritismo hanno un fondamento reale, anche a dispetto delle frodi consce o inconsce che siano, allora questo dei rischi fisici è un frutto poco invitante.
Rischi di carattere psichico
Nessun convinto spiritista però si lascia impressionare da eventuali esperienze negative connaturate al suo ruolo di sperimentatore dell’occulto. Anzi, botte e pestaggi vari sono messi in conto già prima di cominciare. Del resto, si pensa, la scoperta di meraviglie future, può ben valere qualche rischio di carattere fisico.
Ogni spiritista sa che esistono entità di luce e entità basse, e si consola con la certezza che gli spiriti di luce sgombreranno certamente il campo dalla presenza di indesiderati intrusi, proteggendo e consigliando i loro estimatori.
Botte a parte, gli studiosi esterni, soprattutto medici professionisti, sono invece allarmati dinanzi a rischi ben più gravi prodotti dall’incontro con l’aldilà. Il dott. Philippe Encausse ha raccolto in un libro decine di pareri di medici, psicologi, psichiatri e studiosi vari su quello che abbiamo chiamato il rischio psichico. Ne riportiamo soltanto alcuni stralci, quelli più rappresentativi:
“Il pericolo è certo – scrive Marius Decrespe -; parecchi sono diventati pazzi in condizioni orribili…Non è soltanto il proprio buonsenso che si rischia, è la propria ragione, la propria salute, la propria vita”. “Di follie causate dallo Spiritismo- aggiunge Fernand Divoire -, ne ho viste da vicino…Considerate che questi sperimentatori, nella maggior parte del tempo, non sono dei nervosi predisposti; non si tratta di anemia per eccesso di spesa, bensì di follia; la ‘tavola’ (16) non agisce né come un alcool né come uno stupefacente; essa non turba come farebbe alla lunga una passione ( il gioco per esempio), al contrario, la ‘tavola’ può rendere pazzi in quindici giorni…”(17).
Stanislas de Guaita, invece, mette l’accento su un fenomeno disastroso che passa sotto il nome di ‘possessione’, e scrive: “Lo sperimentatore temerario, quando vuole reintegrare il proprio corpo, può trovarlo occupato da una larva che vi si è insediata prendendo possesso dei suoi organi…deve risolversi così a vivere coabitando (con lo spirito, ndr), donde la pazzia o quanto meno la possessione”(18).
Che lo spirito una volta ‘ospitato’ non gradisca facilmente essere sfrattato lo dimostra l’esperienza del medium francese Leroux:
Leroux si era molto occupato di Spiritismo. Era medium, scrittore e disegnatore. Il suo ‘spirito familiare’ rifiuta un bel giorno di lasciarlo. ‘Mi hai permesso di entrare in te, gli dice ‘ ora sei mio’. Ora, questo spirito incarnato, che Leroux desidererebbe molto mettere alla porta, si dimostra di cattivo umore quando viene contestato… impedisce al suo posseduto di scrivere le sue lettere, mescola disegni ridicoli ai suoi disegni scientifici, e spesso si burla di lui…gli da consigli, gli fa prendere due bagni al giorno, cambiare le calze ogni due ore, stabilisce i suoi pasti…Se si veste, la voce gli dice: ‘Sei sporco!’. Se mangia, la voce gli fa un sermone sulla sobrietà…La voce lo obbliga a strappare biglietti di banca e disseminare i pezzi nella Senna. Finalmente, un giorno il pover’uomo è ripescato nel fiume e rientra a casa tutto bagnato, senza più sapere se lo spirito lo aveva gettato in acqua o vi si era precipitato lui stesso per sfuggire ai suoi tormenti (19).
Scrive in aggiunta il Moses: “…Il carico è spesso superiore alle possibilità del medium il quale rimane depresso. I suoi nervi subiscono una scossa deleteria; egli è aperto agli assalti di tutti gli spiriti maligni con cui la sua vocazione lo mette a contatto… Allora subentra l’inevitabile sequela: tentazione, ossessione, frode, buffoneria”(20).
La tragica fine delle sorelle Fox
Godfrey Raupert, ricercatore psichico, già membro della Società di ricerche psichiche di Londra, dopo aver studiato da vicino per anni interi i medium e i fenomeni dello Spiritismo, conclude:
L’impressione riportata in questi studi è di disgusto. Queste esperienze si concludono con l’entrata di centinaia di persone nei sanatori e nei manicomi…Costoro, forse, sono ispirati da motivi elevati, da ideali scientifici, ma tutto sommato mettono gli uomini e le donne in uno stato di passività che apre le porte mistiche dell’anima a spiriti malefici; da quel momento gli spiriti vivono a spese di questi uomini e di queste donne dall’animo debole, li spingono al vizio, alla pazzia, alla morte morale (21).
Queste considerazioni, senza dubbio forti e allarmanti, trovano riscontro in un gran numero di esperienze di medium, famosi e non; ma soprattutto nella vita di coloro che, ironia della sorte, sono state le iniziatrici del movimento spiritista moderno, le sorelle Fox.
In un libro intitolato The Missing Link in Modern Spiritualism, Lea, la maggiore delle tre sorelle, volle narrare la storia delle prime manifestazioni spiritiche e in un passaggio scrisse queste parole:
Le consideravamo (le manifestazioni,ndr) come una grande sciagura, come un’afflizione abbattutasi su di noi, non sapevamo come, donde e perché…Tentammo di resistere, di lottare contro le influenze misteriose pregando costantemente per essere liberate da esse, mentre tuttavia uno strano fascino ci attirava verso queste…manifestazioni imposte a noi contro la nostra volontà da potenze invisibili che non potevamo né combattere, né controllare, né comprendere (22).
Katie, l’altra sorella, concluse la sua vita morendo alcolizzata nel giugno del 1892. Margherita, l’ultima sopravvissuta, morì l’anno successivo a marzo. Della sua pietosa fine abbiamo la seguente testimonianza:
La casa (23) sita al numero 456 ovest della 57^ strada di New York è deserta ora ad eccezione di una stanza. Questa è occupata da una donna quasi sessantenne che vive di carità ed è un avanzo umano sia dal punto di vista fisico che da quello mentale; il suo viso, benché segnato dall’età e dalla dissipazione, porta ancora qualche vestigio di una antica bellezza. Questo avanzo di umanità è stato ospite di palazzi e di corti. La sua potenza mentale, ora del tutto sopita, costituì la meraviglia degli scienziati d’America, di Europa e di Australia, il suo nome fu esaltato, magnificato e vituperato in una dozzina di lingue. Quelle labbra che ora non pronunciano altro che volgarità, predicarono un tempo la dottrina di una nuova religione che conta tuttora decine di migliaia di entusiastici credenti (24).
In maniera altrettanto drammatica posero fine alla loro vita spiritisti come Charles Foster, morto di pazzia furiosa in un manicomio; oppure come Slade, epilettico; Eglinton, sofferente dello stesso male. Di un male terribile alla spina dorsale, contratto con i suoi rapporti con gli spiriti, soffrì per anni il celebre Dunglas Home; non meno dolorosa fu l’esistenza di Washington Irvin Bishop: affetto da epilessia, riuscì a nascondere il suo male per tutta la vita tanto che Madame Blavatsky si domandò se quando fu sepolto “era proprio morto o semplicemente in trance”.
Alla penna della Blavatsky, dobbiamo pure queste considerazioni sulla fine disgraziata delle Fox:
…le prime medium, le fondatrici dello spiritismo moderno; dopo più di quarant’anni di rapporti con gli ‘Angeli’, sono diventate grazie a questi ultimi, pazze incurabili…Vi chiedo quale genere di spiriti può aver ispirato loro una condotta simile…Se i migliori allievi di una scuola di canto finissero tutti col perdere la voce in seguito ad esercizi forzati, non sareste obbligati a concludere che il metodo seguito è sbagliato? Mi pare così si possa concludere anche, dalle informazioni che ne abbiamo, nei riguardi dello Spiritismo dal momento che i suoi medium migliori sono tutti vittime di una stessa sorte (25).
Se il rischio di carattere fisico poneva grossi interrogativi ad un sincero ricercatore spiritista, il rischio di carattere psichico dovrebbe provocare un salutare turbamento. Ma, parafrasando ancora il Guenon: neppure questo rischio è tutto, c’è dell’altro.
Questo ‘altro’ è il rischio di carattere spirituale.
Note
1-Leroy E. Froom: “Lo Spiritismo moderno”, Edizioni ADV, Firenze, 1976, p.3
2-Idem: p.8
3-Il CICAP è il comitato fondato da Piero Angela, con lo scopo di indagare sui fenomeni paranormali e rivelarne le possibili frodi.
4-Angela Piero: op. cit. p.153
5-De Heredia Carlos: “Le frodi dello Spiritismo”, Ed. Paoline, Roma, 1973, pp. 291-294
6-Thurston Herbert S.J. “La chiesa e lo Spiritismo”, 1949, pp..29, 30
7-Idem: p.30
8-Idem: p.31
9-Idem
10-Gramaglia Pier Angelo: “Lo Spiritismo“, Ed. PIEMME, Casale Monferrato, 1986, p.263
11-Ray Maurice: op. cit. p.19
12-Idem
13-Guenon Renè: “Errore dello Spiritismo”, Rusconi, Milano,1974, pp. 81,82
14-Idem: p.52
15-Idem: p. 374
16-Si tratta della tavola su cui sono dipinte le lettere dell’alfabeto, e con la quale gli spiritisti chiedono responsi alle entità.
17-Encausse Philippe: “Sciences Occultes et Déséquilibre Mentale”. Cit. in Maurice Ray : op. cit. p. 25
18-Ray Maurice : op. cit. p. 26
19-Idem
20-Thurston: op. cit. p. 93
21-Guenon René: op. cit . p. 379, 380
22-Thurston : op. cit. p. 98
23-Si tratta, probabilmente, di una casa di riposo per alcoolizzati allora esistente a Chiswick
24-Thurston: op. cit. pp. 33, 34
25-Guenon: op. cit. pp. 380,381
LA CHIESA CRISTIANA AVVENTISTA DEL SETTIMO GIORNO
Gli avventisti del settimo giorno sono un movimento cristiano mondiale che conta in Italia circa 8.000 membri adulti battezzati, oltre un centinaio di chiese e 75 pastori. La popolazione avventista nel mondo è in crescita e oggi conta quasi 15 milioni di membri battezzati in oltre 200 paesi.
Gli avventisti condividono con gli altri protestanti le basi della fede e l’esclusivo riferimento alla Bibbia. In particolare, il termine “avventista” fa riferimento all’attesa del secondo avvento di Cristo sempre più vicino; il richiamo al “settimo giorno”, invece, si riferisce all’osservanza del precetto biblico del Sabato come giorno di riposo e di riunione per il culto comune.
Storia
La chiesa avventista è nata negli Stati Uniti nell’Ottocento nel solco del protestantesimo: la prima conferenza generale si è svolta a Battle Creek (Michigan) nel 1863, ma i primi avventisti avevano già maturato le proprie convinzioni nell’ambiente puritano del New England, da cui proveniva
anche Ellen Gould White (1827-1915), una donna cui è stato riconosciuto un particolare dono di profezia e che ha svolto un ruolo fondamentale nella formazione della chiesa avventista negli anni ’60 dell’Ottocento e nello sviluppo della sua azione evangelistica negli Stati Uniti e in Europa.
L’Italia è il primo paese europeo in cui l’avventismo è stato accolto tramite gli emigranti che ne avevano conosciuto il messaggio di rinnovamento spirituale negli Stati Uniti. Il primo a predicare il messaggio avventista in Europa è un ex frate francescano polacco, giunto dagli Stati Uniti in Italia nel 1864, iniziando a predicare nelle “valli valdesi” del Piemonte. Le prime chiese avventiste italiane sono state fondate a Napoli nel 1884 e a Torre Pellice (Torino) nel 1885. Il movimento si è poi sviluppato grazie alla testimonianza dei suoi fedeli e all’attività dei “colportori”, venditori itineranti di libri, che diffondevano la Bibbia e alcune pubblicazioni avventiste, nonostante le resistenze delle autorità civili ed ecclesiastiche, soprattutto durante il ventennio fascista. Nel settembre 1912 ha avuto luogo il primo congresso della Chiesa avventista italiana a Gravina di Puglia (Bari). Nel 1929 si è costituita l’Unione di missioni avventiste italiane, più tardi trasformata nell’Unione italiana delle chiese cristiane avventiste del 7° giorno (UICCA), che ha attualmente sede a Roma. Nel 1986 la UICCA ha stipulato un’Intesa con la Repubblica Italiana, che è stata mutata in legge due anni dopo.
Attività
Sul territorio nazionale gli avventisti promuovono varie attività volte alla predicazione della Bibbia, ma anche all’impegno umanitario e sociale, e gestiscono un seminario teologico per la formazione dei pastori a Firenze, una casa editrice, una scuola, una casa di riposo, due centri giovanili, una settantina di centri per l’assistenza ai poveri, alcune radio, la Fondazione Adventum per combattere l’usura e l’Agenzia avventista per lo sviluppo e il soccorso (ADRA Italia). La casa editrice pubblica i periodici “Segni dei tempi”, “Il Messaggero avventista”, “Vita e salute”, “Coscienza e Libertà”, “L’Opinione”, mensile della gioventù avventista e numerosi libri. Il dipartimento Comunicazioni pubblica le newsletter d’informazione BIA e ADN. Importante è anche il contributo della Chiesa avventista per promuovere la libertà religiosa con la creazione di un apposito dipartimento e dell’Associazione internazionale per la difesa della libertà religiosa (Aidlr), ONG riconosciuta presso l’ONU e il Consiglio d’Europa.
La Chiesa avventista si finanzia con i contributi volontari dei fedeli (decime e offerte) e dal 1990 accede anche alla ripartizione dell’Otto per mille dell’IRPEF che utilizza esclusivamente per scopi umanitari, sociali, assistenziali e culturali.
Fin dalle origini la Chiesa avventista è stata sensibile al tema della salute e dell’equilibrio degli esseri umani, promuovendo una serie di iniziative, tramite un dipartimento ad hoc e la Lega Vita e Salute, per esortare ad abbandonare abitudini malsane e seguire metodi di cura naturali.
Basandosi sul concetto biblico del corpo come tempio dello Spirito Santo (I Corinzi 6:19), gli avventisti promuovono, tramite la stampa di riviste specializzate, corsi per corrispondenza e altre iniziative, l’astensione dall’alcool e dal tabacco e un’alimentazione sana e possibilmente vegetariana.
Unione italiana delle chiese cristiane avventiste del 7° giorno (UICCA), Lungotevere Michelangelo 7, 0 0192 Roma; tel. +39 06 36 09 591; fax +39 06 36 09 5952; numero verde 800 098 650; e-mail: info@avventisti.it;
sito web: http://www.avventisti.it (NEV 42 – ottobre 2006)